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#Alive, la recensione dello zombie-movie coreano Netflix

Un ragazzo appassionato di videogiochi rimane isolato nel suo appartamento durante un'epidemia che trasforma le persone in famelici zombi.

recensione #Alive, la recensione dello zombie-movie coreano Netflix
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Il miglior zombie-movie degli ultimi anni batte bandiera coreana: stiamo naturalmente parlando del folgorante Train to Busan (2016), la cui fama è arrivata anche in Occidente, ed è destinata a perdurare con il sequel da poco uscito in patria e altri territori, ossia l'atteso Peninsula (2020). Ecco allora che la scena autoctona ha tentato nei primi mesi di quest'anno un'altra incursione nel genere e il successo, almeno ai botteghini nazionali, è arrivato nuovamente, con il maggior incasso registrato nelle settimane di riapertura delle sale in seguito alla chiusura causa Covid-19.
Il pubblico si è recato in massa nelle sale nonostante la storia che tratta, come il filone impone, di un outbreak, ossia un'epidemia che colpisce gran parte della popolazione mondiale e che avrebbe potuto generare potenziali controversie visto l'attuale emergenza sanitaria che il mondo intero sta attraversando.
#Alive sbarca ora per il pubblico mondiale in esclusiva nel catalogo di Netflix, scopriamone insieme i punti di forza.

Occhi rossi sul pianeta Terra

La vicenda vede per protagonista il giovane Joon-woo, un appassionato di videogiochi che trascorre la maggior parte del proprio tempo tra le mura domestiche, davanti allo schermo di un computer.
Una mattina, poco dopo essersi alzato, scopre come la città intera sia vittima di un'epidemia che colpisce la maggior parte degli individui, rendendoli violenti e affamati di carne umana: in parole povere, dei veri e propri zombie.
Solo in casa e impossibilitato a mettersi in contatto con i suoi familiari, il ragazzo osserva dall'alto del suo balcone il caos che si diffonde per le strade e deve anche barricare la porta della sua dimora per evitare potenziali intrusioni da persone contagiate. Trascorrono i giorni e mentre le autorità brancolano nel buio Joon-woo finisce per terminare le provviste a propria disposizione, trovandosi costretto a un digiuno forzato mentre solo qualche metro più in basso l'orrore continua a mietere vittime innocenti, che diventano anch'esse dei morti viventi.
Quando ha ormai perso ogni speranza, il ragazzo viene a conoscenza di non essere l'unico sopravvissuto del quartiere e inizia un rapporto a distanza con una coetanea del palazzo antistante, con la quale cercherà un modo per sopravvivere.

Sopravvivere a ogni costo

La parola d'ordine di #Alive, come suggerisce lo stesso conciso e istintivo titolo, è semplicità.
Nell'ora e mezza di visione si assiste infatti a una serie di eventi che ripercorrono il tipico leitmotiv del filone adattandolo a una vicenda intima e personale che, fino alla prima metà, si tinge di avvincenti sfumature introspettive e permette allo spettatore di identificarsi con lo sfortunato protagonista.
Un ragazzo come tanti, con la passione per il mondo nerd e la tecnologia, che si ritrova solo di punto in bianco e senza più certezze, alle prese con una situazione inimmaginabile che lo mette a dura prova dal punto di vista psico-fisico.
Proprio la succitata tecnologia gli viene in soccorso, prima con dei video registrati da inoltrare quale richiesta d'aiuto e poi tramite un drone che diventa fondamentale elemento di scambio e comunicazione, determinante anche nelle fasi più action oriented del racconto.

Anche il genere vuole la sua parte

La seconda parte si trasforma in una sorta di Castaway on the Moon (2009) - altra chicca coreana che vi consigliamo di recuperare - a sfondo apocalittico, con i walkie-talkie a giocare un ruolo determinante, mentre la terza cede invece piacevolmente alle dinamiche tipiche dello zombie-movie, con fughe a rotta di collo e colpi di scena che aumentano a dismisura la tensione drammatica, cruda e palpabile in più di un'occasione.
A smorzare parzialmente questa suspense opprimente ci pensa la frequente ironia che accompagna diversi passaggi e il platonico sottotesto romantico che lega i due personaggi principali, ottimamente interpretati dai giovani Yoo Ah-in e Park Shin-hye.
Il regista Cho Il, con una lunga esperienza come aiuto nelle seconde unità, esordisce nel lungometraggio con un approccio stilistico personale e accattivante, come già dimostrano i particolari titoli di testa che, accompagnati da una colonna sonora a base di synth, mostrano le fasi più violente della mutazione.
Certo alcune situazioni risentono di evidenti forzature e a tratti si ha l'impressione di un approccio parzialmente derivativo, ma #Alive sa intrattenere con gusto il relativo target di riferimento.
Proprio come il cult connazionale citato all'inizio di quest'articolo, ha il merito di rivolgersi anche a fette più ampie di spettatori nella sua anima sospesa tra genere e intrattenimento a prova di grande pubblico, con tanto di velati sussulti di denuncia sociale.

#Alive Dopo Train to Busan (2016), prequel animati, sequel blockbuster annessi e il seriale affresco in costume di Kingdom, la scena cinematografica coreana sembra averci preso gusto con il filone dei morti viventi e con #Alive ci regala un altro gradevole titolo a tema. Un giovane nerd si trova isolato nel suo piccolo appartamento dopo che un'epidemia capace di trasformare gli individui in creature affamate di carne umana ha colpito il Paese e deve fare affidamento sulle proprie forze per cercare di sopravvivere, almeno fino a quando non si imbatte in un'altra superstite. Una sana ironia, una tensione drammatica a tratti asfissiante e avvincenti dinamiche action - impreziosite dal buon numero di comparse e dall'efficace make-up degli zombie - garantiscono un'ora e mezza di sano intrattenimento di genere e poco male per alcune forzature che fanno capolino qua e là: nel suo insieme l'operazione è ampiamente promossa.

7

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