Alita - Angelo della Battaglia, la recensione del film di Robert Rodriguez

Il tanto atteso adattamento cinematografico del manga di Yukito Kishiro si dimostra un avvincente action sci-fi con un cuore inaspettato.

recensione Alita - Angelo della Battaglia, la recensione del film di Robert Rodriguez
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Siamo nell'anno 557 del calendario Sputnik (2533 a.c, 26° secolo), nella Città Discarica della Terra. Questa è una metropoli popolosa che si estende al di sotto della meravigliosa e ricchissima città sospesa di Salem. I due centri rappresentano i giganteschi impianti sociali formatisi dopo la Grande Caduta, una guerra senza quartiere contro un pericoloso avversario spaziale (per chi non conoscesse il fumetto, non anticiperemo nulla in merito). La Città Discarica, come suggerisce il nome stesso, è la pattumiera di Salem, dove la capitale sospesa riversa i propri rifiuti - principalmente tecnologici - da un grande foro, lasciandoli semplicemente cadere assoggettati alla forza di gravità.
Per chi vive al di sopra, gli abitanti "di sotto" sono solo immondizia, scarti di una società elevata, superiore, migliore. In questo mondo futuristico si sono fatti strada tecnologie e impianti high-tech, soprattutto in relazione a potenziamenti cybertecnologici che permettono persino di sostituire l'intero corpo, lasciando soltanto il volto a testimonianza del passato.
La protagonista della storia è Alita (Rosa Salazar), una ragazza finita nei rifiuti della Città Discarica e salvata dal Dottor Deisuke Ido (un convincente Christoph Waltz), che trovandola con il corpo gravemente danneggiato ma con il cervello in stasi cognitiva decide di ripararla, sostituendo le parti compromesse con impianti cyber di ultima generazione. Risvegliatasi, la ragazza si scopre priva di memoria e comincia lentamente a visitare la Discarica insieme a Ido, comprendendo la struttura della Società di Sotto e della Società di Sopra, scoprendosi abile combattente, ricordando frammenti del proprio passato e affrontando i pericoli più grandi di un mondo diviso, tra partite a Motorball e la fiamma di un nascente amore.

Condensazione

Adattare un'opera dalla carta al grande schermo richiede sempre delle scelte specifiche e difficili. Non è un caso che, con l'avvento della Peak TV e lo sdoganamento del binge watching, molti produttori preferiscano trasporre una storia di impianto fumettistico seriale in televisione o su di una piattaforma streaming, per diluire la narrazione e rispettare al meglio la longevità strutturale dell'opera madre. Anche in questi casi (lavorando ad esempio a titoli difficili come Preacher) bisogna prendere comunque delle decisioni sofferte, fare una selezione del materiale per creare qualcosa di nuovo ma essenzialmente fedele al cuore del racconto e alla caratterizzazione dei personaggi.
Tutto questo diventa ancora più complesso quando si tratta di trasporre al cinema un manga giapponese, che sfrutta un "linguaggio tipo" efficace per il medium d'appartenenza, certamente fruibile a livello internazionale ma sostanzialmente pensato per essere funzionale a un ambito artistico molto preciso.
Il manga detto seinen, di cui Alita: Angelo della Battaglia è un grande esponente, sfrutta stilemi narrativi e un'articolata grammatica d'insieme, che si concretizza nell'approfondimento di tematiche mature e tendenzialmente d'attualità. Dovendo allora compiere una cernita adeguata per un adattamento in stile hollywoodiano, sceneggiatori o grandi studios americani prediligono proprio i seinen, perché al netto di uno spettacolo visivo maestoso e ricercato, questi manga si adoperano in un approfondimento psicologico e tematico molto solido, che si trasporta con versatilità narrativa al cinema.

Gli studios puntano però anche a una fedeltà visiva rispetto al manga originale, deviando svolte necessarie della storia per esigenze creative. Il senso sta tutto nel contenitore blockbuster: la spettacolarizzazione e l'investimento sul lato visivo supera di gran lunga la qualità della scrittura, che pur rifacendosi a quei topoi di cui sopra non riesce a scardinarli totalmente dal medium, risultando generalmente superficiale e monotona.
Ghost in the Shell è l'esempio più recente ed emblematico, ma con Alita: Angelo della Battaglia James Cameron e Robert Rodriguez sembrano aver arginato parte di questi difetti di forma dell'adattamento cinematografico di un manga, giungendo a un connubio quantomeno esaustivo ed entusiasmante.

Non fraintendeteci: Alita è tutto fuorché un film perfetto o una trasposizione contenutisticamente inattaccabile dell'opera di Yukito Kishiro, ma nella sua lunga gestazione e nel carattere da action sci-fi ce la mette tutta per non deludere ed elettrizzare a dovere. La storia scritta per il grande schermo da James Cameron riesce inoltre a condensare con successo una grande quantità di situazioni narrative che si dipanano per circa 10 volumi (nell'edizione italiana), il tutto in un film di 2 ore.
In modo non dissimile da Ghost in the Shell, anche in Alita: Angelo della Battaglia risulta preponderante la critica alla tecnologia e alla feroce corsa alla modernizzazione contemporanea, che potrebbe condurre a delle disparità socio-economiche persino più forti ed evidenti.
In questo nuovo film c'è però un senso dell'evoluzione umana ben più caloroso rispetto al primo, che cerca di addentrarsi nell'intimo del personaggio con generoso rispetto verso i sentimenti dello stesso, raccontandolo come essere umano unico e inimitabile, di candida coscienza e con uno spirito guerriero infaticabile.

Solidità creativa

Alita: Angelo della Battaglia non sembra un film di Robert Rodriguez. Manca totalmente del taglio autoriale del regista, che ci ha abituati negli anni a titoli del tutto stravaganti e a volte estremi (vedi Machete), confezionando nel tempo progetti che hanno spaziato dal gore all'exploitation, passando per l'avventura per ragazzi senza soluzione di continuità. Insieme a Sin City, è uno dei pochi progetti del cineasta statunitense ad alto budget, sicuramente il più costoso, dove il suo tocco è relegato in secondo piano rispetto a un uso massiccio di effetti speciali, tecniche e riprese di ultima generazione.
Proprio per questa presenza-assenza di Rodriguez dietro la macchina da presa, visibilmente guidata dall'occhio e dall'esperienza di James Cameron, che si è appositamente ritagliato il ruolo da produttore per avere un controllo creativo generale, si può tranquillamente affermare che il suo coinvolgimento sia stato condizionato dall'impossibilità di Cameron di poter seguire attivamente Alita. Per il regista di Terminator e Alien, infatti, il manga di Kishiro ha sempre rappresentato una sfida personale da tradurre in linguaggio cinematografico, visivamente opulento, moderno, estremamente ricco e dinamico dal punto di vista estetico e produttivo, innovativo e avvincente proprio come il suo Avatar.
Non a caso l'animo tecnologicamente pionieristico di Cameron ha optato per una combinazione di riprese che miscela live-action e CGI, con la protagonista principale ricreata interamente con la seconda tecnica, come accaduto per i Na'vi. L'evoluzione del settore ha aiutato non poco a migliorare il risultato visivo, raggiunto sfruttando fusion camera system, motion capture e Simulcam, girando inoltre in 3D nativo.

Se Avatar nel 2009 arrivava per sconvolgere i sensi dello spettatore, con ricostruzioni fantasiose e incredibilmente realistiche di flora, fauna e popolazioni autoctone di Pandora, oggi è Alita: Angelo della Battaglia a sorprendere con una veste grafica magistrale, pertinente e fedele al mondo fumettistico originale.
L'idea di proporre il look di Alita vicino alla sua controparte manga, quindi con tratti sproporzionati e caricaturali, si rivela poi meno impattante di quanto previsto, ma questo anche grazie al lungo lavoro di rimaneggiamento (evidente) successivo ai primi test screening, specie riguardo ai grandi occhi della protagonista, ai quali ci si abitua presto durante la visione.

Decisamente impressionante è poi il rendering dei vari cyborg che popolano la Città Discarica, ideati con cura maniacale e tutti profondamente differenti, alcuni con un character design davvero superlativo. Due su tutti lasciano positivamente basiti: lo Zapan di Ed Skrein e il McTeague di Jeff Fahey, che gli amanti del cyberpunk non potranno che apprezzare incondizionatamente.
Quando si passa alle scene d'azione, Alita: Angelo della Battaglia dà inoltre il meglio di sé, con coreografie pensate per essere seguite anche dall'occhio meno allenato al dinamismo dei combattimenti. In particolar modo lo stile marziale della protagonista, il Panzer Kunst, è una gioia in movimento, fluido e studiato nei minimi dettagli per rappresentare una forma di lotta raffinata in ogni movenza, parte centrale e importante del background di Alita.
Anche il Motorball ne esce in modo convincente e sbalorditivo, sfruttando con particolare cura il rallenty per immergersi nel cuore dell'azione, cercando di marcare le specificità degli scontri, evidenziando contatti e colpi con estrema efficacia. L'azione è comunque sapientemente centellinata per non essere invadente e martellante, così da non perdere praticamente mai d'incisività e rappresentare l'ornamento più vistoso di un comparto tecnico già di per sé eccezionale.

Questione di linguaggio

La parte contenutistica gioca poi da contraltare discretamente riuscito ma ben più problematico. Non ci riferiamo all'adattamento della storia ma alle tematiche vere e proprie che il film tenta di affrontare. Sono argomenti di una certa maturità, come il connubio uomo-macchina e il senso stesso dell'essere umani, che non sempre (anzi, mai) si identificano completamente con il solo corpo di un individuo, concretizzandosi invece nell'anima e nelle azioni dello stesso.
Ci si sposta così sulla bestialità dell'uomo, sulla sete di potere, sul controllo attivo di una società malata e corrotta, ma a spiccare su tutto, paradossalmente, è la storia d'amore tra Alita e Hugo (Keehan Johnson) e il rapporto caldo e molto profondo tra la protagonista e il Dottor Deisuke.

Da una parte due amanti nelle prime fasi di un sentimento crescente, dall'altra un padre e una figlia che affrontano insieme le rispettive paure e la complessità di un mondo pericoloso e frustrante. In questo specchio esasperato della società contemporanea, il ruolo della donna ricopre allora un posto centrale e quasi prestigioso per un blockbuster di questo livello, che non vuole solo parlare e arrivare ai fan del manga originale o agli appassionati di genere, ma anche addentrarsi con insospettabile decisione nel tema dell'emancipazione femminile, qui vissuta mediante l'accettazione del proprio corpo, dei propri doveri e delle conseguenti responsabilità.

Nonostante questa varietà tematica, però, Alita non si sforza più del dovuto nell'approfondimento specifico dei vari tratti contenutistici, che restano piuttosto introduttivi e superficiali, nel senso che non si avventurano quanto dovrebbero negli argomenti trattati - guardando soprattutto all'opera originale e alla sua ricerca psicologica.

La colpa non è comunque totalmente imputabile a una certa velocità strutturale della narrazione, perché il problema risiede anche nelle differenze del linguaggio mediatico e culturale, tra manga e film e tra America e Giappone. Nella traslazione tra i vari media e nel passaggio rilevante tra due società tanto differenti, Alita: Angelo della Battaglia resta infatti bloccato nel mezzo, indeciso se completare l'opera di trasposizione con fedeltà a 360 gradi o abbracciare la grammatica di genere di stampo americano, rivestendosi di straordinario e puntando più all'apparenza.
Il film di James Cameron e Robert Rodriguez sceglie così la via "mediana", del compromesso efficiente, selezionando con cura gli argomenti principali da trattare, senza un'eccessiva mortificazione di altri. Molto semplicemente, Alita: Angelo della Battaglia va oltre un'estetica apparentemente algida e scalfisce dove può l'anima della sua protagonista, rinvigorendola e rafforzandola con scelte d'adattamento - lo dicevamo all'inizio - difficili e molto specifiche, con il solo obiettivo di rendere onore in pieno stile hollywoodiano a un'opera stratificata e concettualmente disarmante.
Anche il solo fatto di aver avuto il coraggio di interfacciarsi con un lavoro così intricato, e averne tirato fuori un film tutt'altro che disastroso, vale di per sé come vittoria.

Alita - Angelo della battaglia Alita: Angelo della Battaglia è un'opera "a due velocità". Dal lato tecnico, si può dire sostanzialmente ineccepibile: l'evoluzione della tecnologia e la cura maniacale dei dettagli rendono l'adattamento del manga di Yukito Kishiro una vera gioia per gli occhi, forte di sequenze d'azione e combattimenti mozzafiato, che scandagliano il cuore degli scontri elettrizzando tra clangore di parti metalliche e coreografie chiare e dinamiche. Si dimostra fedele alle intuizioni di world building del manga, trasposte con cura nella produzione, sorprendentemente efficaci. Anche la storia è traslata con fedeltà e cuore, pensata per vivere di crasi narrative che condensano con intelligenza larghe parti strutturali della trama originale, ma è nell'approfondimento intimistico e tematico che si trova il più grande difetto del film. Nella ricerca del giusto compromesso tra i media e due culture agli antipodi (giapponese e americana), Alita: Angelo della Battaglia resta bloccato nel mezzo, senza impegnarsi adeguatamente a un'introspezione psicologica degna di un seinen. Essendo la scelta obbligata, questa superficialità non è comunque imputabile interamente alla scrittura di Cameron o a specifiche soluzioni di montaggio, quanto a una differenza sostanziale di linguaggio. Guardando oltre questo specifico aspetto, Alita: Angelo della Battaglia è comunque una trasposizione convincente e tutt'altro che disastrosa. Il solo coraggio di interfacciarsi con un lavoro tanto grande e amato, di per sé, per Cameron e Rodriguez rappresenta una grande vittoria. Il resto, in questo caso, è ricerca dello spettacolo più puro.

7

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