Aladdin, la recensione: torna in live-action il classico Disney

Il classico d'animazione del 1992 torna in una nuova veste, con attori in carne e ossa, a cura del regista Guy Ritchie.

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Continua il filone dei rifacimenti dei film d'animazione della Disney, inaugurato ufficialmente nel 2014 con Maleficent (con un precedente quasi vent'anni addietro, La carica dei 101 con Glenn Close nei panni di Crudelia De Mon). Dopo il mezzo passo falso di Dumbo, accolto freddamente da stampa e pubblico (a oggi non è ancora rientrato nelle spese a livello di incassi), tocca adesso ad Aladdin, l'amatissimo film del duo John Musker - Ron Clements che, nel 1992, confermò il successo della formula del cosiddetto Rinascimento Disney, iniziato nel 1989 con La Sirenetta: adattare al modello animato la struttura dei musical di Broadway, ambiente da cui provenivano gli autori delle musiche Alan Menken e Howard Ashman (quest'ultimo morì durante la lavorazione di Aladdin e fu sostituito da Tim Rice).
Fu anche il film che consacrò la strategia di usare voci famose per il doppiaggio, affidando il ruolo del Genio all'impareggiabile estro comico di Robin Williams (nella versione italiana l'altrettanto brillante Gigi Proietti, che nel rifacimento doppia invece il Sultano). Eccoci quindi pronti a tornare in terre lontane, nelle notti d'oriente.


Tutto come prima?


La critica principale mossa a questi remake (in particolare La bella e la bestia) riguarda l'eccessiva aderenza al canovaccio originale, al punto che per Il re leone, in uscita nei prossimi mesi, il regista Jon Favreau ha dovuto chiarire che non si tratta di una copia carbone, al netto dei trailer che replicano nei minimi dettagli le inquadrature del prototipo.
Aladdin, per svariati motivi, tra cui l'impossibilità di usare materiale d'archivio del compianto Williams (una clausola del suo testamento lo vieta), si colloca in una via di mezzo: la storia a grandi linee è la stessa, ma diversi dettagli sono cambiati. La canzone d'apertura è stata ritoccata per eliminare strofe dal contenuto sensibile, il personaggio di Jasmine ha un arco narrativo decisamente più moderno, Jafar è più giovane e, di conseguenza, meno minaccioso (difatti è l'unica nota veramente stonata di tutta l'operazione), eccetera.
La fedeltà massima arriva in pochi punti strategici, principalmente la Caverna delle Meraviglie (le cui battute sono riprese alla lettera dal film animato). Sappiamo come andrà a finire, ma il percorso che conduce a quel finale è ricco di gradevoli sorprese.


Musica, maestri!

Come già accaduto per il ritorno sullo schermo di Belle e del suo compagno irsuto, la colonna sonora è stata affidata di nuovo a Menken, il quale rivisita le proprie composizioni con fare divertito e divertente, adattando i brani che tutti conosciamo e amiamo alle doti del nuovo cast (vedi alla voce Will Smith, che abbina alle tonalità classiche il suo passato da rapper). È, a suo modo, un mondo interamente nuovo (come recita il titolo originale dell'immortale duetto romantico tra Aladdin e Jasmine, premiato ai tempi con l'Oscar), in modo piuttosto letterale quando emerge una canzone nuova di zecca, scritta in collaborazione con Benji Pasek e Justin Paul, autori delle musiche di La La Land.
Rinnovato anche l'apparato coreografico, che incarna al meglio la natura ibrida del film: qui siamo veramente alle prese con una trasferta sul grande schermo del musical di Broadway, con numeri musicali dall'impostazione ancora più marcatamente teatrale rispetto al classico animato, un susseguirsi di virtuosismi visivi e tecnici che continuano anche durante i titoli di coda, ammiccando alla tradizione di Bollywood.


E poi c'è il Genio...

Fin dall'annuncio ufficiale, e maggiormente con l'uscita di alcuni filmati promozionali che avevano lasciato interdetti i più, l'incognita maggiore era stata questa: e il Genio? Tralasciando considerazioni generiche sui remake, l'amico blu di Aladdin è, storicamente, l'unico personaggio del canone animato Disney a esser stato scritto su misura per un interprete specifico, lasciando a Williams tutta la libertà necessaria per improvvisare (e la differenza tra l'originale e il primo sequel e lo spin-off televisivo, dove la voce fu affidata a Dan Castellaneta, doppiatore di Homer Simpson, è fin troppo evidente).
Il regista Guy Ritchie e lo sceneggiatore John August hanno aggirato il problema preservando la funzione narrativa del personaggio, e le sue tre canzoni, ma rimuovendo tutto il resto: niente più imitazioni a caso, (quasi) nessun rimando alla cultura popolare del presente (una delle eccezioni è un gustoso rimando a Disneyland).

Quello di Will Smith è un Genio più "terra terra", il nucleo morale della storia, ma è anche un'entità i cui fenomenali poteri cosmici - con minuscolo spazio vitale - sono stati adattati alla personalità dell'attore, rendendolo una sorta di divo il cui talento e carisma sono accompagnati da una piccola dose di ego, ponte ideale tra la versione classica e, nei momenti in cui deve fingersi umano, la performance teatrale di James Monroe Inglehart.
E così, quando anche a lui tocca intonare il mitico "Non c'è altro... amico... cooome... MEEEEEEEEE!", gli crediamo sulla parola, e scatta l'applauso. La magia del 1992 è impossibile da replicare in toto, ma il nuovo incanto è, tutto sommato, decisamente piacevole.

Aladdin Guy Ritchie traduce in live-action il classico Aladdin del 1992 con un tocco a metà tra il rispettoso e l'irriverente, divertendosi a raccontare una storia nota con qualche gustosa modifica narrativa ed estetica. Il nuovo Jafar non convince, il resto invece riesce a trasportarci nuovamente in un mondo magico che, pur non raggiungendo le vette del passato, regala l'intrattenimento necessario, calibrato ancora una volta per spettatori di ogni età.

7

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