Recensione Akira

Akira torna al cinema dopo 25 anni: una vera e propria celebrazione per il profeta dell'animazione giapponese moderna

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Gli appassionati di lunga data dell'animazione giapponese ben conoscono i punti di svolta che hanno permesso all'oggetto della loro passione di crescere ed affermarsi, sia nel Paese del Sol Levante che nel resto del mondo, Italia compresa. Tezuka, Ishinomori, Miyazaki, Takahata, Nagai: tutti nomi importanti che hanno fatto grande il racconto per immagini nipponico. Potremmo citarne altri, ma tra questi il primo povrebbe essere, con tutta probabilità, quello di Katsuhiro ?tomo,
Perché se è vero che Satoshi Kon, Hideaki Anno o Rin Taro hanno lasciato la loro impronta nel cammino dell'animazione, ?tomo quel cammino ha contribuito a tracciarlo, grazie soprattutto ad un manga, e in seguito un film, di nome Akira.
E, in una ipotetica cronologia della diffusione del disegno animato giapponese in Italia, dopo l'avvento di Goldrake e dei robottoni alla fine degli anni '70 e la successiva invasione delle serie nipponiche sulle tv private degli anni '80, sicuramente degno di nota è lo straordinario passaggio, circa 25 anni fa, nei cinema nostrani di questo gioiello che tanto fece discutere, parto della fervida immaginazione del fumettista e cineasta autore anche di Memories e Steamboy, nonché sceneggiatore del Metropolis diretto da Rin Taro e ispirato al manga di Osamu Tezuka e al film di Fritz Lang.
Difatti, se ancora oggi molti pregiudizi nei confronti dei "cartoni" non sono stati purtroppo sfatati, all'epoca nel nostro paese era assai difficile concepire che un cartone animato non fosse indirizzato ad un pubblico di bambini e/o ragazzi ma contenesse, invece, temi adulti e cifre artistiche e stilistiche di pregio. Leggenda (a quanto pare vera) vuole che molti genitori protestarono vivamente nei cinema dopo neanche cinque minuti dall'inizio della proiezione, perché non si aspettavano certo di vedere esplosioni atomiche e teppisti motociclisti che se le suonavano di santa ragione.
Il mondo non era ancora pronto per Arancia Meccanica, figuriamoci per l'avvento di Akira.

L'anno è il 2019. Da ormai trent'anni il Giappone vive una profonda crisi, economica, giudiziaria, strutturale e culturale, in seguito alla Terza Guerra Mondiale e alla distruzione della "vecchia" Tokyo. Le autorità di Neo-Tokyo sono allo sbando, corrotte e incapaci di portare avanti un piano di ricostruzione effettivo, sprecando tempo e risorse in progetti effimeri come le prossime Olimpiadi o utopiche ricerche militari, tra cui il Progetto Akira. Un nome ricorrente, anche sulle labbra del popolo: invasati new-age si riempiono la bocca di vane parole sull'avvento del leggendario Akira, che monderà i peccati del mondo come un nuovo Messia. Ma nella vita di tutti i giorni, questo non conta. L'unica cosa per la quale vale la pena vivere è il rischio: l'adrenalina è, a tutti gli effetti, l'unica cosa che può far sentire vivi i giovani della nazione, che non vedono altro futuro che in pazze scorribande in moto, atti di teppismo, scontri tra bande e comportamenti al limite.
Shotaro Kaneda è il capo di una piccola ma agguerrita gang di ragazzini, e ogni giorno dopo le sofferte e inadeguate ore di scuola sfreccia a bordo di una lucente moto rossa sulla tangenziale della città, seguito dai compagni: Yamagata, Kai, Tetsuo... quest'ultimo è il più piccolo, e viene spesso amabilmente preso in giro. Da qui nasce nel ragazzo un sentimento di ammirazione, e al contempo di rivalsa, verso l'amico più grande e carismatico. Un giorno, durante una scorribanda, Tetsuo rimane ferito dopo un incidente in moto che coinvolge anche un misterioso bambino dal volto consunto. L'esercito, accorso sul posto, preleva entrambi. Per Kaneda è solo l'inizio della ricerca del compagno disperso, che avrà risvolti drammatici ed inaspettati...

Si tende spesso a usare con troppa facilità termini come "mito", "capolavoro", "classico". Ma, nel caso di Akira, è davvero obbligatorio utilizzarli.
Si tratta di un film che ha effettivamente sdoganato l'animazione presso un pubblico adulto e variegato, portando avanti tematiche difficili, spesso sottili e bisognose di essere metabolizzate. ?tomo non fa sconti e non regala risposte semplici, insegnamento duramente appreso poi da molti altri autori del Sol Levante venuti dopo di lui. Sì, lo Studio Ghibli è più famoso, più produttivo, ha fatto sognare generazioni: ma ?tomo non ha mai pensato esplicitamente al pubblico delle famiglie, e si vede, creando sempre prodotti di spessore capaci di far parlare a decenni di distanza, come tutti i grandi autori di SF. Avvicinando il pubblico poco interessato a robottoni e maghette a quello che può essere e rappresentare la produzione nipponica.
Ma, d'altro canto, anche nel caso non si apprezzi la complessa trama di Akira, non si può non rimanere estasiati dalla perizia e dalla maestosità tecnica dell'opera. Non dimentichiamo che, all'epoca, il film venne realizzato investendo un miliardo di yen (cifra astronomica per l'epoca) impegnando per anni, giorno e notte -letteralmente- circa 1300 animatori, costringendo lo stesso regista/autore a concentrarsi unicamente sul film, stoppando per un paio d'anni la pubblicazione del manga dello stesso.
Praticamente tutto quello che si vede nel film è disegnato e realizzato a mano: non solo le numerosissime animazioni, non soltanto le straordinarie effettistiche (come le scie delle luci delle moto) ma anche le miriadi di dettagli presenti. A vedere i documentari di backstage presenti nelle edizioni home video c'è da rimanere di stucco nel vedere i coloristi realizzare, una per una, le migliaia di luci che si spandono dalle finestre della megalopoli dove si svolgono le vicende di Kaneda e Tetsuo. Anche se non mancano avveniristici giochi di CGI sperimentale, in alcuni allucinogeni effetti dei poteri ESP.

E se, dal lato grafico, assistiamo allo stato dell'arte dell'epoca (ma non solo: un tale livello di dettaglio non si è quasi mai utilizzato in seguito, se non in casi altrettanto particolari come nel miyazakiano Il Castello Errante di Howl) veniamo investiti da sperimentazioni tecnico/sonore di alto livello. È noto, ad esempio, che Akira è il primo esempio di utilizzo della tecnica di pre-recording, ora utilizzata in maniera di routine per l'animazione per il grande schermo e videogiochi, ma all'epoca praticamente sconosciuta in Giappone, dove i doppiatori erano abituati a interpretare la loro parte sul prodotto finito. Ma, ancora più importante, è la componente sonora e musicale a giocare un ruolo definito nel film, dato che non si tratta delle solite musiche di accompagnamento più o meno evocative ma di temi creati apposta per risuonare nelle orecchie (e nel cervello) degli spettatori da un musicista, ma anche scienziato e ricercatore di fama, come Shoji Yamashiro, alla ricerca di un sound creativo e letteralmente "esplosivo" e vibrante.

Second opinion, a cura di Luca ChiappiniAkira in giapponese significa anche brillante, chiaro. Un po' come il latino clarus, che non a caso era spesso associato a eroi semi-divini. Il capolavoro di Katsuhiro Otomo era nato in forma di manga nell'82 ma è nell'88 che trova la sua celebre trasposizione filmica. Potente, esplosivo (in tutti i sensi), con una pista sonora da capogiro (l'impero del Dolby Surround qua è chiaro e si fa rispettare, con sonorità elettroniche e rumori serpeggianti ossessivamente in stile David Lynch che avvolgono, colpendo lo spettatore da tutte le direzioni) e orchestrato come super-spettacolo distopico dalle allegorie stranianti e vertiginose, capaci di affondare fino al principio dell'origine della vita. Dietro il suo involucro fantascientifico, Akira si fa portatore di un complesso discorso sul potere, la gerarchia sociale e il progresso, che si radica parallelamente alla rapida crescita giapponese di quegli anni. Imprescindibile visione dell'animazione e del cinema del Sol Levante in generale, apripista dell'accoglienza dei maestri nipponici in Occidente.

La cosa buffa è che tutti i dettagli grafici e la potenza sonora del film rimasero mortificati dalle potenzialità delle sale cinematografiche del tempo, per non parlare dei riversamenti in VHS. Il film ottenne parziale giustizia solo con DVD e Laser Disc e, recentemente, con l'ottima edizione in Blu-Ray. Tuttavia, anche se oramai i lettori ottici HD sono di stanza in molte delle nostre abitazioni, l'alta definizione e il vero surround non sono ancora alla portata di tutti. Per questo l'iniziativa di Nexo Digital, in collaborazione con Dynit, di riportare il film in sala con tutti i crismi non può che essere salutata con entusiasmo. Entusiasmo che non è certo mancato: 20mila presenze in sala per questo evento di un solo giorno. Un successo straordinario e meritato, non solo per il film ma anche per lo sforzo di presentare un'opera nel migliore dei modi, potendola godere come non era stato possibile neanche all'epoca. I temi di Yamashiro, sulle immagini di ?tomo, rimbombano nella sala in una sorta di estasi mistica in piccolo: assistiamo così anche noi alla rinascita e all'avvento di Akira, profeta dell'animazione nipponica moderna.

Akira Un film imprescindibile presentato al massimo delle sue potenzialità: l'iniziativa di Nexo Digital è meritevole e ne abbiamo le prove, avendo vissuto in prima persona l'evento presso il Cinema Adriano di Roma, nel quale abbiamo dato vita all'evento arricchendolo di omaggi targati Dynit, interventi di ospiti speciali e il commento al film in sala. Il nostro consiglio è quello di non perdervi le prossime occasioni della serie Nexo Anime: Evangelion 3.0 (del quale abbiamo potuto avere un assaggio di quasi sei minuti prima della proiezione di Akira), Madoka Magica e Wolf Children: strepitosi e recentissimi. Ci saremo anche noi, con nuove iniziative ancora più ricche!

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