Recensione Ai to makoto

Dallo storico manga di Ikki Kajiwara e Takumi Nagayasu, Takashi Miike trae il suo nuovo film

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Potente, esplosivo, ultracolorato, con un segno visivo tutto nipponico e le peculiarità degne di questo eccentrico regista, effetti sonori marcati e una capacità di manipolazione della materia audiovisiva che da sempre contraddistingue tanto cinema dell’Estremo Oriente. Takashi Miike, quest’anno cinquantaduenne, inesauribile regista con una media di tre film all’anno (oltre ad Ai to Makoto, quest’anno ha girato anche Gyakuten saiban -ovvero la versione cinematografica del videogioco Ace Attorney- e sono in corso le riprese di Aku no kyôten), ma non di rado è arrivato a farne quattro o addirittura cinque nella stessa annata. E non passa inosservato, Takashi Miike, proprio no. Potrà piacere o non piacere, ma la sua regia, tutt’altro che discreta, decisamente non passa inosservata. Grande regista dell’horror, ha toccato pressoché ogni genere, dal noir alla commedia al dramma fino al musical. I suoi film, oltre a presentare generalmente una grande cura realizzativa, sono anche un vero piacere per gli occhi, com’è il caso di Ai to Makoto. Dotato di una versatilità estrema, con cui sapientemente mischia moduli vicini a Park Chan-Wook con fattezze che possono ricordare Wong Kar-wai e Zhang Yimou, il tutto frullato in una spregiudicatezza che lo accomuna tanto al thailandese Apichatpong Weerasethakul, Miike ha fatto il suo ingresso in sala a cavallo tra lunedì 21 e martedì 22 maggio, solcando a grandi passi e con espressione indecifrabile il tappeto rosso, per entrare al Grand Theatre Lumiere accolto da scrosci di applausi. Per qualche strana ragione, il direttore del festival Thierry Frémaux non ha fatto alcun discorso introduttivo. Che fosse impossibile farne? Le luci si spengono, parte il film, comincia lo spettacolo.

IL SOL LEVANTE A SUON DI CAZZOTTI

Il film è tratto da un celebre manga nipponico di Ikki Kajiwara e Takumi Nagayasu, pubblicato tra il ’73 e il ’76 e già riadattato da tre film dello stesso decennio. Confermando una tendenza oggi in voga (il riadattamento per il cinema di anime e manga datati sta lentamente prendendo sempre più piede nella terra del Sol Levante, si pensi solo a Speed Racer dei fratelli Wachowski o lo Yattaman dello stesso Miike), anche Takashi Miike mette le mani su Ai to Makoto (in inglese “For Love’s Sake”, anche se in italiano sarebbe, letteralmente, “L’amore e la sincerità”) incentrato sul giovane teppistello Makoto Taiga (Satoshi Tsumabuki), “classico” ragazzo afflitto da trauma infantile e abbandonato ad una vita sbandata, durante la quale, in un frenetico valzer di pugni e calci violentissimi, si troverà a incrociare la strada di personaggi fondamentali e a ritrovare dentro se stesso la capacità di amare. Quello che Miike e il fumetto di partenza trattano è un quadro tanto insolito quanto apprezzabile sulla vita, i problemi giovanili, i traumi. E più in generale, l’amore.

BOMBARDAMENTO DI GENERE

Rifiutando uno schema classico nel trattare questi temi, tanto inflazionati in Occidente quanto accuratamente approfonditi in Oriente (nominiamo due illustri colleghi su tutti: l’ottimo titolo sudcoreano Oasis di Lee Chang-dong e i lavori In the mood for love e 2046 del cinese Wong Kar-wai), l’amore è inscenato da Miike con un pastiche a metà tra la commedia e il dramma, tra la parodia e l’azione pura, tra il musical e il sentimentale.

A ricordare allo spettatore la cornice narrativa e le origini del film ci pensano efficacemente i due segmenti anime in apertura e in chiusura. Subito dopo l’incipit in animazione, Makoto è impegnato a stendere una trentina di ragazzacci a suon di dritti e rovesci che penetrano nella testa dello spettatore come schegge, tale è l’esagerato effetto sonoro di ogni colpo assestato. Ci accorgiamo subito di trovarci di fronte a un film anomalo, soprattutto per chi è abituato a una cinematografia europea e americana: tutta la ricerca estetica in Estremo Oriente, e soprattutto in Giappone e Corea del Sud, si fonda su idee e immaginari differenti. Se a questo aggiungiamo il turbinio creativo che imperversa in Takashi Miike, rendetevi conto di cosa è capace di creare: un frullato strabordante di ingredienti animato da una velocissima centrifuga. Il combattimento iniziale è ripreso con un dinamismo che farebbe impallidire Peckinpah, con un sonoro che sottolinea marcatamente ogni movimento, all’interno di una fotografia fortissima e, soprattutto, di una scelta scenica molto curata. Proprio le scenografie sono forse il punto di maggior forza del film, dando vita ad autentici capolavori e location da premiare.

Inimitabile

La peculiarità del combattimento è che, pur svolgendosi con dirompente violenza, si inserisce all’interno di un pezzo cantato. Lo spettatore non si aspetta di trovare un episodio action e outsider all’interno di un musical, eppure Miike è capace di inscenare, per quasi tutto il primo tempo, frequenti pezzi di ballo e canto magistralmente eseguiti, che tendono invece a diminuire nel secondo tempo fino a svanire, per dare spazio all’ossatura principale della storia. Questo andamento a “V”, per cui si parte con tanto musical, perdendolo da metà film in poi, è un’altra novità cui lo spettatore in genere non è abituato. Oltre a riassumere concetti, sentimenti e lunghi passaggi in una semplice canzone, gli stacchetti musicali possono contare su interpreti geniali che, oltre ad eseguire bene i pezzi, non mancano in alcuni casi di suscitare ilarità, come per il personaggio di Saotome che canta il suo amore per Makoto, e i suoi genitori che eseguono due canti differenti come inno ai piaceri borghesi. Un ammiccare a un gusto narrativo d’altri tempi, che ci fa ripensare piuttosto ai poemi epici che non al contemporaneo codice di intrattenimento. E così prosegue la storia, che intervalla momenti spassosi ad istanti drammatici, lunghe sequenze di picchiaduro a momenti quasi di denuncia sociale, indagando il riformatorio in cui Makoto viene rinchiuso (il gioiellino scenografico per eccellenza di tutto il lungometraggio) e approfittando della studentessa modello Saotome per veicolare il messaggio di un amore puro e di una volontà di aiuto nei confronti di un emarginato in cui nessuno crede, ma che ella tenta di redimere. Nonostante le iniziali ostilità di Makoto, che si trova costretto ad affrontare anche una sfida psicologica di accettazione nei confronti della madre, uno dei punti di forza del film è costituito da una serie di estenuanti prove e scontri agguerriti con numerosi nemici che ostacolano il cammino di Makoto, rappresentando metaforicamente tutta la stortura di una realtà in cui la società è classista, culla gli affezionati borghesi e lascia al loro destino ampi strati di emarginati, mentre una persona sincera e capace di amare è realmente in grado di aiutare un ribelle a tornare sulla retta via. Nascosto dietro un film di intrattenimento puro, che alterna troppi generi da contare su una sola mano, viene veicolato un messaggio più intenso e profondo, che risuona in ogni singola scena in modo mai banale.

UN IMMAGINARIO DA GUSTARE

Colpirà più di ogni altra cosa la cura dedicata all’impatto visivo di messa in scena e messa in quadro. La fotografia di Nobuyasu Kita, ora oversaturata ora cupa e fatta di basse luci, si sposa con la scenografia di Yuji Hayashida, capace di affollare le pareti del riformatorio di sedie, scrivanie ed oggetti di vario genere, di prendere ogni mobilio per rovinarlo, trasformarlo, farlo diventare attore vivente della scena. Spostandosi attraverso tutti i topoi tipici dell’iconografia nipponica, dal Liceo della rigida disciplina al riformatorio popolato da belve senza regole, si scivola lungo i banconi di bar malfamati popolati da ubriaconi e frustrati, in un vertiginoso saliscendi dagli sfarzosi locali della villa Saotome al tetto dello scontro finale, il tutto condito dai canonici luoghi della transizione: in riva al mare, in un ospedale, e in una stazione, luogo per eccellenza dei cambiamenti di percorso, di uno scambio di binari. E proprio nella stazione, ripresa con una regia che si fa sentire ma non in modo troppo ingombrante, si svolge un cruciale momento di crescita per il personaggio. Nulla sembra essere lasciato al caso, in un film certo non convenzionale ma coinvolgente, che porta con sé messaggi positivi e di speranza: la possibilità di una nuova vita, l’amore, la verità, il rifiuto della violenza e di un’esistenza di stenti. Pare allora esemplare l’energumeno con cui Makoto deve confrontarsi ripetutamente, che in un grottesco passo di danza scimmiotta ogni tipo di cliché sull’ipermuscoloso omaccione da non sfidare, ripetendo perentoriamente di essere ormai “troppo vecchio”, quasi un grido sommesso a chiedere di essere battuto e allontanato per sempre da una vita sbagliata.

Ai to makoto Presentato fuori concorso alla “Sèance de Minuit” di lunedì 21 maggio al Grand Theatre Lumiere, applaudito vigorosamente e conclusosi con le toccanti lacrime della moglie di Miike, commossa in sala, il film ha tra i suoi difetti più pesanti una lunghezza eccessiva: due ore e un quarto, con un secondo tempo un po’ troppo ripetitivo e dilungato su alcune scene. Si potrebbero tranquillamente tagliare una ventina di minuti, forse anche venticinque, e ottenere un risultato migliore. E’ probabile che accada per una distribuzione occidentale del prodotto, che resta valido e competitivo, e conferma il bisogno che il concorso di importanti festival come Cannes (quest’anno conta dieci film europei e cinque co-produzioni europee, su ventidue titoli in competizione) si apra con più frequenza a pellicole degli antipodi e non solo.

7.5

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