Ad Astra, la recensione: Brad Pitt ci accompagna fra le stelle

La recensione di Ad Astra, il nuovo film di James Gray con protagonista Brad Pitt, presentato alla 76.ma Mostra del Cinema di Venezia.

Ad Astra, la recensione: Brad Pitt ci accompagna fra le stelle
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Negli ultimi anni la Mostra del Cinema di Venezia ci ha abituato a un programma ricco di titoli capaci poi di caratterizzare l'Award Season, quel periodo dell'anno che da novembre in poi negli Stati Uniti s'identifica come lo sprint decisivo verso la Notte degli Oscar. Da questo punto di vista l'edizione numero 76 della kermesse si presentava ai nastri di partenza in tono minore, almeno sulla carta. In realtà questi primi giorni di festival hanno dimostrato che il 2019 non sarà da meno, soprattutto per quanto riguarda quei film che sono riusciti ad accaparrarsi l'attenzione di fan e addetti ai lavori già da qualche settimana.
Tra questi senza dubbio un posto in prima fila lo merita Ad Astra, la nuova fatica cinematografica del regista newyorchese James Gray, che dopo Civiltà perduta, cerca di tornare ai livelli a cui ci aveva abituato sin dagli esordi con una storia che lo stesso Gray, all'epoca dell'annuncio ufficiale del progetto, ha accostato a Cuore di Tenebra, celebre racconto di Joseph Conrad pubblicato alla fine del XIX secolo.
Nel libro di Conrad il capitano Marlow viaggia alla ricerca ossessiva del commerciante d'avorio Kurtz. Un'ossessione crescente - diversa in quanto espressione e contesto - che riguarda anche il maggiore Roy McBride (Brad Pitt), nei confronti del padre Clifford (Tommy Lee Jones), a capo dell'ambizioso Progetto Lima e scomparso anni addietro.

L'intimità dello spazio

Nel 2013 fu Alfonso Cuarón ad aprire la Mostra con un film ambientato nello spazio. Gravity si rivelò grande protagonista di quella stagione dei premi, sei anni dopo lo spazio che James Gray propone al pubblico festivaliero è profondamente diverso. Diverso soprattutto in quello che il regista intende proporre allo spettatore: Ad Astra è innanzitutto un'opera sul Roy McBride uomo. I tormenti di Roy, il suo passato e tutto ciò che l'ha portato a dedicare la vita allo spazio, sono effettivamente il fulcro di un film che anche la macchina da presa ci propone quasi costantemente, proiettata sul viso sofferto di Brad Pitt.
Attraverso i suoi occhi, attraverso le sue reazioni, lo spettatore entra nella vita di Roy McBride, in un contesto che lui stesso riconosce di aver sempre vissuto con devozione. Ecco che l'immensità silenziosa e ambigua del sistema solare in realtà si rivela un ambiente intimo e familiare per il protagonista - nelle certezze quanto nei timori - dove si dipana l'intero percorso di riavvicinamento verso un padre leggendario, scomparso nel suo stesso mito.

Padri, figli e ambizioni

Il fascino di un film come Ad Astra risiede proprio in questo connubio tra la forma di un contesto disorientante e oscuro come il sistema solare e il contenuto profondamente privato. Non parliamo del classico lavoro sulla missione spaziale necessaria alla salvezza del mondo, bensì un dramma familiare che vede protagonisti un padre scomparso e un figlio, cresciuto nell'ombra di un genitore totalizzato completamente dal lavoro e dalla sete di scoperta dei limiti umani.
Un uomo capace di spingersi oltre ogni limite e per questo ritenuto una leggenda dall'opinione pubblica. Per Roy invece, Clifford McBride è soprattutto un padre "assente" e la richiesta d'aiuto della SpaceCom, secondo la quale il genitore sarebbe ancora vivo da qualche parte nel sistema solare, si trasforma nell'occasione ideale per Roy. Ritrovare suo padre dopo anni o voltare pagina una volta per tutte.

James Gray si conferma un regista poco incline a rimanere nella sua comfort zone. La sua tendenza a portare sul grande schermo storie a prima vista piuttosto semplici, cercando costantemente un approccio poco convenzionale, è una delle sue peculiarità più riconoscibili. Ad Astra rientra a pieno titolo in questa categoria ma il risultato sembra completo soltanto a metà.
Le interessanti aspettative della prima parte, alimentate da alcuni spunti, simbolismi e riflessioni sulla natura dell'uomo davvero interessanti, si scontrano con una trama che si fa sempre più farraginosa. Diversi passaggi a vuoto, alquanto grossolani, minano in parte l'opera di Gray e non completano adeguatamente un incipit narrativo ricco di fascino, dal quale ci si poteva aspettare qualcosa in più.
Al netto di tali difetti Ad Astra rimane un film che complessivamente riesce a trasmettere considerazioni e suggerimenti stimolanti allo spettatore, arricchite da una fotografia di grandissimo impatto, firmata Hoyte van Hoytema.

Ad Astra Ad Astra riporta James Gray ai livelli a cui aveva abituato lo spettatore, dopo i viaggi intercontinentali di Civiltà Perduta. Il film è un interessante dramma sul rapporto padre/figlio ambientato in un contesto inusuale come lo Spazio. La ricerca del genitore da parte dell'astronauta Roy McBride si trasforma in una riflessione su sé stesso. Qualche passaggio a vuoto nella seconda parte macchia solo in parte un film affascinante e ambizioso che avrebbe meritato una conclusione più efficace.

7

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