Recensione ACAB - All cops are bastards

Stefano Sollima porta al cinema il controverso libro di Carlo Bonini

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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

“Per quello che lo riguardava, a Genova la legalità era stata sepolta con la rinuncia consapevole e irresponsabile a ogni mediazione. Era convinto che l'odio avesse chiamato altro odio. Che Carlo Giuliani fosse un morto di tutti, e il lager di Bolzaneto e la macelleria della Diaz l'approdo di una catastrofe di cui si erano ignorate le avvisaglie. Non il 19, non il 20, non il 21 luglio. Ma voltando quotidianamente lo sguardo di fronte alla ferocia e alla solitudine che lui aveva imparato a conoscere ogni giorno che Dio aveva mandato in terra. (...) Sapeva perfettamente che questo non toglieva nulla allo schifo di cui era chiamato a rispondere. Non aveva intenzione di mentire. Ma sapeva che dire la verità lo avrebbe reso un infame per il branco cui apparteneva, e un lurido bugiardo per il branco con cui non avrebbe mai voluto confondersi.”

Riteniamo importante cominciare a parlare dell'esordio cinematografico di Stefano Sollima -già molto noto al pubblico televisivo per essere il regista delle due stagioni di Romanzo Criminale- con un estratto dal libro omonimo di Carlo Bonini, che è servito da canovaccio per la realizzazione della sceneggiatura di questa nuova, controversa ma importante, pellicola di Cattleya.

Il reparto mobile. “La celere”. I suoi appartenenti sono stati chiamati in tanti modi, spesso poco lusinghieri. Ma in fondo, sono gli stessi 'celerini' i primi a scherzarci sopra, e a darsi dei soprannomi con cui chiamarsi e a cui rispondere agli altri 'fratelli'. “Perché il celerino è qualcuno solo se fa parte di un gruppo. E nel gruppo sono tutti fratelli”. Parole di Cobra (Pierfrancesco Favino) poliziotto di grande esperienza che sa come cavarsela in ogni situazione. I suoi modi sono spicci ma rivelano una spiccata intelligenza, le sue simpatie politiche (come quelle di gran parte dei suoi colleghi, del resto) sono chiare e la sua appartenenza al corpo è la sua stessa vita. Ogni giorno lavora, vive, respira 'da celerino' insieme ai suoi 'fratelli'. Come Negro (Filippo Nigro) o Mazinga (Marco Giallini), o ancora Carletto (Andrea Sartoretti), ex collega ora guardia giurata, o Adriano (Domenico Diele) nuova recluta che ancora deve 'farsi le ossa'. La vita sembra scorrer via dalle loro mani, mentre di giorno in giorno combattono una crociata che li vede veicolatori, al contempo, di odio e di ideali di giustizia.

ACAB non è un film facile. L'acronimo di 'Tutti gli sbirri sono bastardi' è oramai da quarant'anni un inno alla disobbedienza civile, divenuto sempre più un messaggio di odio verso 'i servi dei servi dei servi', e proprio l'odio è la chiave di volta di una questione difficile e controversa quale il confronto tra il poliziotto e il disobbediente. Il libro di Bonini, edito nel 2009 da Einaudi, partendo da clamorosi e tragici fatti di cronaca degli ultimi dieci anni si proponeva di indagare, senza giustificare o mitizzare né l'una né l'altra sponda, l'animo, le scelte, le ideologie delle parti contrapposte. Spesso contrapposte più per ruolo che per ideologia, essendo in molti casi due facce della stessa medaglia. L'odio represso a causa delle ingiustizie sociali, scoppiato in maniera a volte tristemente strumentalizzata. Fino ad arrivare al punto in cui son tutti vittime e carnefici, in cui 'il sangue chiama sangue' e quel che ne esce fuori è l'istinto primordiale dell'uomo.
Non vogliamo dilungarci troppo sulla -seppur importante e interessante- questione, tuttavia, essendo questa una semplice recensione di un film e non un trattato socio-politico: ma speriamo che la visione della pellicola in questione stimoli le riflessioni personali e lo scambio di opinioni in una società che sembra, a volte, addormentata nel suo qualunquismo di convenienza.
Qualunquismo che inevitabilmente si sgretola nel momento in cui il pubblico assisterà a questo film con la dovuta consapevolezza che, nella volontà dei suoi realizzatori, non vi è alcun intento a mitizzare o svilire la figura del celerino, quanto a riportare una realtà per come il libro originale di Bonini la presenta. Senza sconti per nessuno. Tutti vittime e carnefici, dicevamo.

Il testo originale è servito da traccia, ma il tutto è stato rimaneggiato in modo da diversificare maggiormente i personaggi protagonisti, tutti ottimamente caratterizzati (e interpretati da attori assolutamente in parte) pur calandoli in un contesto realistico e attuale. A differenza del libro, tuttavia, non si entra troppo nello specifico dei drammatici casi di cronaca ripercorsi nel film (che pure fanno da sfondo, da Genova a Sandri, passando per Raciti) quanto nell'etica dei suoi rappresentanti, e di come essa si scontri con una realtà in cui, a volte, faticano loro stessi a riconoscersi.
Combattono, in un certo senso, una guerra persa in partenza, schiacciati da un lato dai poteri 'alti' e dall'altro da un costante desiderio di rivalsa verso chi non porta rispetto per loro e le loro idee. Addentrarci ulteriormente vorrebbe dire spoilerare gustosi spaccati di ottima caratterizzazione, quindi ci limiteremo a fare i complimenti agli sceneggiatori Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti per aver creato personaggi così ricchi e complessi, 'eroi' perdenti che molto fanno pensare, soprattutto una volta staccati dalla loro figura in uniforme e calati in un contesto privato. Sollima utilizza al meglio le risorse a propria disposizione e, nonostante in alcuni punti si senta ancora l'influsso televisivo sul suo operato, costruisce tempi scenici apparentemente frammentari ma in realtà parte di un tutt'uno molto ritmato e convincente, complice una colonna sonora d'eccezione, usata come raramente si vede in produzioni italiane.

ACAB Attori in ottima forma (tutti bravi, Favino e Giallini su tutti), personaggi tutt'altro che macchiettistici, un ritmo invidiabile e una sorprendente colonna sonora: tutti elementi che possono fare la fortuna di un film. Trattasi, tuttavia, di un'opera tutt'altro che semplice; stratificata, portatrice di tanti spunti di riflessione ma -per fortuna- di nessuna verità rivelata, si svela con crudezza agli occhi e alla mente dello spettatore, che si spera sia in grado di trarre le proprie, personali, conclusioni al di là del moralismo di facciata o delle posizioni per partito preso. Un noir intenso che proietta Sollima direttamente nella lista dei registi italiani da tenere maggiormente d'occhio nel prossimo futuro.

7.5

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