Cannes 2015

Recensione A testa alta

Al via la sessantottesima edizione del Festival di Cannes con il film di Emmanuelle Bercot: ottime interpretazioni per raccontare una maternità sregolata e la crescita difficile del giovane protagonista.

recensione A testa alta
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Rumore, urla, termini tecnici che non possono e non vogliono essere compresi nella testa di una madre distratta: i primi minuti di A testa alta sono una cacofonia di suoni e di emozioni - confusione, rabbia, paura. Eppure in quei momenti l'unica cosa evidente sembra essere la purezza negli occhi di un bambino innocente, che guarda ad un mondo che lo rifiuta con un'aria così spaesata da imporre, per un attimo, al silenzio.
Malony inizia la sua vita tra le braccia di un giudice che seguirà ogni sua sregolatezza, accompagnandolo senza mai smettere di tendergli la mano verso una vita migliore di quella che lo trascina tra un istituto e l'altro, a spegnere le candeline di compleanni che si susseguono e che sembrano più un conto alla rovescia che una vera celebrazione. I diciotto anni rappresentano per Malony (Rod Paradot) una minaccia a forma di sbarre, hanno il volto dell'ineluttabilità, della fine di qualsiasi possibilità di redenzione. Non bastano i riformatori, le lettere motivazionali dalla calligrafia incerta, non basta la guida di Yann (Benoît Magimel), paterno supervisore. La magia sembrano riuscire a farla solo un paio di occhi blu, un amore delicato che all'inizio Malony maneggia con troppa forza ma con cui riesce a prendere ritmi e tempi di una vita con una piccola scintilla di speranza.

Da ragazzo a giovane uomo, un viaggio unico di sola andata

Emmanuelle Bercot muove i primi metri di pellicola del sessantottesimo Festival di Cannes, aprendo le danze della manifestazione con un film dal carattere difficile ed oppresso come il suo protagonista. La costrizione di Malony convince nelle primissime immagini che lo mostrano infante e si esprime al meglio nella ricerca del dettaglio: sono le mani, i suoi occhi ed i suoi movimenti a raccontare più di ogni altra cosa la sua gabbia emotiva e l'evoluzione della stessa. Lo sa bene la regista, che in maniera molto consapevole incastra i suoi personaggi all'interno di spazi chiusi per tutto il film, in stanze dove quei dettagli risaltano al meglio. Sedie sempre diverse, persone diverse e come unica costante la scrivania di un giudice (Catherine Deneuve) ed il suo volto ad accompagnarlo nella transizione da ragazzo a "giovane uomo", che lascia quella metaforica barriera fatta ci carte istituzionali soltanto nel momento in cui la transizione si fa completa. A quel punto il freddo istituzionalismo viene abbandonato, il contatto di una mano e di un pezzo di stoffa - dettagli cercati con ossessione, a cui aggrapparsi in piccoli momenti di speranza - diventano nulla a confronto di un abbraccio che segna l'inizio di un nuovo percorso, che si lascia i tribunali alle spalle e porta davanti a sé una nuova esistenza, purezza, ancora una volta, di una vita che nasce.

Grandi interpretazioni ed un buon equilibrio, senza una scintilla

È innocente: sono queste le prime parole dedicate a quel ciclo che si rinnova, e con esse Malony riesce a lavar via i segni di un'adolescenza ribelle e sregolata nascondendoli dietro i primi accenni di barba che lo rendono uomo prima del tempo. Le sequenze finali funzionano a livello emotivo come le iniziali, e chiudono il cerchio della partecipazione intima dello spettatore che tuttavia non riesce a riempirsi con la stessa passione nella parte centrale. A Emmanuelle Bercot va il merito di aver creato un ambiente filmico di facile accusa che nonostante tutto riesce a rimanere neutrale, e che non giudica facilmente né porta il pubblico a giudicare. Aiutano in questo le grandi interpretazioni, una su tutte il convenientissimo giovane Rod Paradot che si carica sulle spalle l'intera durata del film - non c'è una scena senza di lui - ed un vero e proprio rollercoaster emotivo di cui non si può non render merito. Tuttavia è impossibile non pensare a film di stesso genere che solo un anno fa scuotevano la croisette come Mommy, di quel Xavier Dolan che oggi è in giuria e che, magari tra una proiezione e l'altra, si troverà davanti un altro ragazzo problematico forse meno convincente del suo - della cui scintilla si sente un po' la mancanza.

A testa alta Al nuovo film di Emmanuelle Bercot manca proprio ciò che il titolo suggerisce: la cineasta si muove in maniera convincente per tutto il film e riesce a portare a casa una buona pellicola, che tuttavia manca di quel guizzo ribelle di cui il suo personaggio è strabordante, e che il film perde. L’assenza di armonia nella parte centrale disincanta lo spettatore, lo costringe ad una visione orizzontale che mal si combina con il turbolento Mallony, così ottimamente interpretato da Rod Paradot. Rimane comunque un prodotto convincente anche seppur non brillante, interessante sia per tematica che per realizzazione.

6

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