Recensione A Single Man

Impeccabile ma di difficile fruizione l'esordio alla regia dello stilista Tom Ford

recensione A Single Man
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Che relazione c'è tra il mondo della moda e quello del cinema? Il rapporto è, in realtà, più importante di quanto non si pensi comunemente: molti film lanciano veri e propri trend, anche nel campo dell'abbigliamento, e film sull'alta moda, spesso in bilico tra favolosa realtà e vivida fantasia, si affacciano periodicamente sul grande schermo (esempio recente il bel Valentino, The Last Emperor). Nel 2001, uno spassoso film di/con Ben Stiller, Zoolander, ironizzava pesantemente sull'universo dell'Haute couture. Tra i tanti volti noti che si sono prestati per un cameo in quella pellicola impossibile non ricordare Tom Ford, storico nome associato, fino a pochi annifa, all'ancor più storico marchio Gucci. A distanza di cinque anni, dopo aver lasciato la guida creativa del gruppo fiorentino ed aver creato un proprio marchio, il fascinoso stilista texano torna ora al cinema, non da attore ma da regista, autore e produttore, con un film molto ben accolto alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia: A single man.

La giornata più importante della vita di un uomo

Un ultimo giorno. E' quanto vuole concedersi George Falconer (Colin Firth), cinquantaduenne professore di letteratura inglese, perso nel dolore e nella depressione da oramai otto mesi, dopo la subitanea morte del compagno Jim (Matthew Goode) in un incidente stradale. La perdita di Jim ha reso insopportabile, o semplicemente incolore e insapore, ogni cosa nella stanca vita di routine di George: sia le cose belle che quelle brutte. Decide quindi di vivere un'ultima giornata, alla fine della quale porrà fine alla sua vita. Una giornata durante la quale si concederà molti lussi, tra cui quelli liberatori di parlar chiaro e non cedere alle inibizioni. George guarderà e si rapporterà a vicini, conoscenti, amici e studenti con occhi nuovi. Decisivo sarà poi l'apporto di due persone in particolare, l'amica di vecchia data Charley (Julianne Moore) e il giovane alunno Kenny (Nicholas Hoult).
L'una, da sempre innamorata dell'amico, cerca di scuoterlo dal torpore con musica, vino e infinito affetto; l'altro, alle prese con la scoperta della sua omosessualità, vede nel riservato insegnante un punto di riferimento.
E alla fine della giornata, niente sarà più lo stesso.

Quando è il colore della vita che fa la differenza

Tratto dal romanzo omonimo (unanimamente considerato come uno dei migliori romanzi a sfondo omosessuale dell'ultimo secolo), A single Man si distanzia dal libro in molte occasioni, sia per motivi strettamente cinematografici sia per far spazio alle reintepretazioni personali e autobiografiche dello stesso Ford.
«Lessi per la prima volta il libro “Un uomo solo” di Christopher Isherwood all'inizio degli anni '80, e rimasi toccato dall'onestà e dalla semplicità della storia. All'epoca, ero poco più che ventenne. Tre anni fa, dopo aver cercato il progetto giusto da sviluppare per il mio debutto sul grande schermo, mi resi conto che tornavo spesso a pensare a quel romanzo e al suo protagonista. Ora che vado verso la cinquantina, il libro mi colpisce in un modo completamente diverso. E' una storia profondamente spirituale, narra di un giorno della vita di un uomo che non riesce a vedere il suo futuro. Un racconto universale su cosa vuol dire affrontare l'isolamento che proviamo tutti e sull'importanza di vivere nel presente e comprendere che le piccole cose della vita in realtà sono le grandi cose della vita.» Le parole di Ford la dicono lunga sull'attaccamento dell'artista a questo progetto, per il quale ha curato in prima persona la riscrittura della sceneggiatura, già opera di David Scearce.
Colpisce la precisione quasi maniacale con la quale Ford ha “confezionato” il suo film, quasi come fosse una delle sue creazioni d'alta moda. Tutto è al suo posto, niente sembra superfluo nella sua personale visione della giornata decisiva della vita di George.
Scenografie, costumi, musiche si amalgamano alla perfezione per rendere un'atmosfera d'altri tempi con grande convinzione ma senza risultare parodistici, come spesso accade -anche a registi più navigati- nel rappresentare i sixties. Ford recupera non solo -e non tanto- i colori psichedelici e le acconciature strutturate dell'epoca, quanto la struggente malinconia di un'epoca che non sapeva bene dove stava andando, divisa tra grandi possibilità ed enormi rischi, tra cui lo spauracchio mai sopito del conflitto nucleare (il film è ambientato proprio durante la crisi missilistica di Cuba).
Eccezionale la resa della fotografia (opera del giovane Eduard Grau) nell'economia del film: gli spettatori sono portati a vedere il mondo così come lo vede George, con colori più o meno spenti, accesi o sgranati a seconda della situazione e dello stato d'animo del protagonista. Non un semplice artifizio grafico, ma un modo quantomai eloquente di narrare per immagini. Il vero significato del film infatti sta nei suoi silenzi, da interpretare attraverso le tracce cromatiche lasciateci da Ford. Un vero percorso artistico alla (ri)scoperta del senso della vita, alla ricerca di una felicità che troppo spesso ci sembra tolta senza appello ma che a volte, in realtà, è solo nascosta ai nostri occhi dalla nostra stessa visione del mondo.
Struggente e inquietantemente realistica l'interpretazione di un Firth mai visto così intenso: un lavoro magistrale sul personaggio che gli è valso cinque premi in giro per il mondo, e altre sette nomination come miglior attore dell'anno.
Anche il resto del cast, tuttavia, non si rivela essere da meno: Goode, per quanto sia presente in poche scene, riecheggia alla perfezione, in pochi minuti, il perché sia stato così importante nella vita di George; la Moore, splendida cinquantenne, si palesa nel suo essere la luce nella spenta vita del protagonista con semplicità, riuscendo al contempo a trasmettere un'incredibile senso di familiarità ed affetto; Nicholas Hoult, nei panni del giovane ed inesperto (ma proprio per questo “puro” e di buone speranze agli occhi di George) Kenny, stupisce per il suo attaccamento così genuino al personaggio di Firth. Anche gli interpreti non protagonisti, come Ginnifer Goodwin (l'irritante Mrs. Strunk) o Jon Kortajarena (il gigolo dalle fattezze jamesdiniane col quale George ha un vitale dialogo in un parcheggio) riservano ottime sorprese e performance altamente espressive.
Un film quindi realizzato in maniera magistrale, la cui intensità emotiva è però a volte fin troppo grande: lo spettatore moderno medio, abituato dal cinema americano a situazioni palesi, continui capovolgimenti di fronte e -perché no- una bella esplosione ogni due per tre, potrebbe trovare difficilmente digeribile il ritmo cadenzato del film, nonché la palese visione omosessuale della vicenda.
Lo stesso Ford, prevedendo domande sulla questione, si è subito premurato di affermare «Il film parla di perdita e solitudine. La storia potrebbe essere la stessa se fosse stata la moglie di George, invece del suo compagno, a morire. E' una storia d'amore e di un uomo che cerca un senso nella sua vita. Il tema è universale.». E sicuramente è vero che la tematica è universale. Ma è altrettanto innegabile che lo stile che permea tutto il film è di matrice palesemente omosessuale: se la storia fosse stata raccontata, come dice Ford, al contrario, la tematica sarebbe rimasta la stessa, certo, ma non il modo di rappresentarla. E probabilmente, non sarebbe venuto fuori un film altrettanto bello, sensibile ma al contempo difficile.

A Single Man A single man è un film di grande rigore formale, impeccabile come un abito di alta sartoria: elegante, cromaticamente ineccepibile, figlio di mille accordi, a volte volontariamente e quasi impercettibilmente dissonanti. Straordinarie le interpretazioni degli attori, grande intensità nella narrazione, estetica perfetta, ma che tuttavia risulterà, per sua natura, invisa al grande pubblico, soprattutto maschile. Ford dimostra di avere grandi capacità e una sensibilità autoriale, nonché filmica, grandiosa. Aspettiamo ora nuovi suoi lavori altrettanto belli, ma, speriamo, fruibili anche dall'utenza mainstream.

8

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