Recensione A Simple Life

Vivere e invecchiare con 'semplicità' nell'ultimo film della regista Ann Hui

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Regista molto nota in patria e considerata una delle maggiori esponenti della Hong Kong New Wave, Ann Hui traccia con A simple life la parabola elegiaca della vita semplice. Una semplicità scandita non tanto (e non solo) dalla elementare formalità di certe piccole abitudini ma da una percezione umana profondamente legata alla genuinità di valori come il dovere, il rispetto e la sincerità di un sentimento filiale (o materno) che può consolidarsi tra due esseri che condividono la stessa lealtà emotiva. Vincitrice a Venezia della Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile, la protagonista di A simple life Dean Ip è incarnazione onesta di un'esistenza che brilla di umiltà e di semplicità pur non rinunciando alle sfumature del suo carattere, non abdicando al libero arbitrio di essere umano. Ma il suo cammino di commiato (a differenza di quello della stragrande maggioranza delle persone) non avrà nulla di disperato, nessun grido di dolore o di protesta insorgerà nei confronti di un esistere che, lento, fa il suo corso, e che può acquistare di senso solo nell'idea di una rigorosa accettazione di un compito che è stato svolto, appieno e in maniera esemplare. In A simple life si osserva e si elabora tutta la ‘lentezza' di una vita che più si approssima alla fine e più si fa gravosa, senza perdere però il contatto con l'importanza di un fare (del) bene, uno spendersi per il prossimo, capace (da solo) di riscattare e alleviare la stessa percezione della fine.

La vita semplice di Ah Tao

Costretta dalla madre, alla morte del padre adottivo, a lavorare fin da piccola, Ah Tao (Deanie Ip) ha svolto per sessant'anni il suo ruolo di Amah (domestica) in casa della famiglia Lee, della quale ha visto crescere e accudito ben quattro generazioni (la quinta è in arrivo). Da diversi anni, però, l'intera (o quasi) famiglia si è trasferita a San Francisco e così a Tao non è rimasto che occuparsi di Roger (Andy Lau), unico esponente della famiglia rimasto a vivere a Hong Kong, il quale lavora nell'industria cinematografica come produttore. Esperta e pignola badante di casa e cuoca, Tao continua così a svolgere (più come vocazione che come lavoro) il suo compito di Amah, fin quando un ictus non cambierà bruscamente la sua vita. Debilitata e consapevole di non poter continuare a svolgere il suo lavoro, Tao s'imporrà affinché Roger la trasferisca in una casa di cura, dove proseguire la sua esistenza senza gravare sulle spalle del ‘padrone'. All'interno dell'ospizio, Tao incontrerà altra gente, più o meno sola, più o meno calorosa, che entrerà a far parte di quel suo peregrinare verso la fine. Ma nella solitudine di quell'ultima fase in cui c'è tutto il peso di un camminare verso la perdita d'indipendenza e il doversi per forza fare accudire (nonostante una vita spesa ad accudire gli altri) si cristallizzerà anche l'assoluto sentimento d'amore (puro) che lega Tao a Roger, il quale (a sua volta) sente di dover restituire all'amah l'affetto e la dedizione con cui lei l'ha cresciuto e accudito sin da piccolo.

La pregnante estetica dell'occhio orientale

Il cinema orientale non ha grande spazio nelle nostre sale, ed è un vero peccato (a questo proposito un sincero grazie va alla Tucker Film che negli ultimi anni si è spesa a tal fine distribuendo veri piccoli gioielli come Departures, Poetry o A simple life). Sono i tempi e i modi di un cinema (che poi altro non è che specchio di un profondo modo di esistere e ‘sentire') che si condensano nell'osservazione di piccole cose e piccoli gesti che restituiscono lo spessore di un vivere lento, che rifiuta la frenesia dell'autocompiacimento per essere invece semplicemente ‘ciò che è'. In A simple life Ann Hui riesce quasi a infondere tutto il peso di una vita intera, scandita dalle compere al mercato, dal rito della cucina, da piccoli e immortali gesti di solidarietà che hanno elevato un'umile ‘serva' al ruolo di amica e madre. Una regia di silenzi che si riempiono di sguardi e dettagli, un occhio che s'insinua su particolari che di solito vengono sacrificati in nome di gesta eclatanti o momenti chiave. Ecco, non c'è niente di eclatante o catartico in A simple life, solo lo scorrere di una vita che forse ha saputo davvero cogliere l'essenza stessa dello stare al mondo, essendo senza cercare di essere.

A Simple Life Celebre esponente della New Wave di Hong Kong, la regista Ann Hui parte da una storia vera (quella dell’Amah Chung Chun-Tao) per osservare in filigrana l’estrema semplicità di cui è fatta una vita, di cui sono fatti i sentimenti. Nella magnifica interpretazione di Deanie Ip (Ah Tao) spalleggiata dall’oramai celebre Andy Lau (Roger) la regista cinese trova il giusto calore umano per raccontare di un rapporto serva-padrone elevatosi, in virtù di un rispetto estremo, a un affetto di assoluta purezza ed incantevole semplicità. Semplice e puro come la stessa regia della Hui, capace di indugiare sui mille, piccoli dettagli di una vita che diventerà speciale nel suo essere ‘ordinaria’. Un cinema lento, denso e impegnativo ma di una purezza che risarcisce ampiamente della fatica fatta per seguirlo.

8.5

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