Berlinale 66

Recensione A Dragon Arrives

Attraverso una storia borderline, al confine tra realtà e fantasia, il regista iraniano Mani Haghighi disegna una pellicola interessante ma difficile.

recensione A Dragon Arrives
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23 gennaio 1965, il giorno dopo l'assassinio del Primo Ministro Iraniano di fronte al Parlamento. Il detective Babak Hafizi riceve un ordine particolare, quello di investigare sul suicidio di un prigioniero politico avvenuto proprio quel giorno, il 23 gennaio, a poche ore da un evento storico di grande portata.Si è davvero trattato di suicidio, oppure c'è qualcos'altro sotto? Presto il problema non diventa più il ruolo del prigioniero ma un'isola remota, Qeshm, nel Golfo Persico. Proprio lì l'uomo stava passando il suo esilio, e lì il detective Hafizi scopre una antica leggenda locale, che narra di un misterioso terremoto ogni volta che un corpo viene sepolto nel cimitero dell'isola. Partendo da questa storia tramandata da generazioni, a cui né lui né nessuno sembra credere, il detective raduna una squadre composta dal geologo Benham Shokouhi e dal fonico Keyvan Haddad nel tentativo di scoprire di più su questo misterioso fenomeno. Ma riuscirà davvero ad arrivare alla verità? Costruito in tre tempi diversi, A Dragon Arrives si presenta come una pellicola particolare e a tratti quasi sperimentale, che il regista iraniano Mani Haghighi usa come espediente per narrare la ricerca della verità e la bellezza del fallimento nel tentativo di trovarla ad ogni costo.

Buone intenzioni, ma realizzazione macchinosa

A Mani Haghighi servono tre momenti diversi per narrare la sua storia. Il primo con cui fa i conti lo spettatore è immediatamente successivo all'evento raccontato, e trova il suo spazio nella sala interrogatori di quella che ha tutta l'aria di essere una prigione. Il secondo ci porta indietro nel tempo proprio attraverso i racconti che i protagonisti regalano al registratore, e ci mostra gli eventi accaduti. Il terzo, infine, arriva a quasi cinquant'anni dopo, quando il ritrovamento di una misteriosa valigetta di metallo potrebbe far arrivare i nuovi protagonisti alla verità che per anni è rimasta sepolta in un'isoletta sul Golfo Persico. Una narrazione tripartita quindi, che tuttavia non aiuta lo spettatore, fin troppo spesso ostaggio dei continui salti temporali che non aiutano a contestualizzare il racconto, ma anzi tendono a destrutturare la narrazione confondendo spesso i piani narrativi. Lo spettatore si trova così in balìa dell'incertezza, un'incertezza che d'altronde il regista aveva dichiarato fin dai primi istanti di pellicola. Una scritta su fondo nero ci avverte: "Basato su una storia vera". Ma come può essere vera una storia che parla di leggende, di creature e di mistici momenti al confine con il paranormale? Sta proprio allo spettatore decidere se crederci o no, lo stesso spettatore che si trova con in mano il potere di decidere la sua stessa esperienza con la pellicola di Mani Haghighi. "Un'ottima domanda è una domanda che persiste in tutte le sue risposte e forza la risposta a chiedere di nuovo la domanda", diceva il filosofo francese Gilles Deleuze, e allo stesso modo il regista Iraniano sembra aver portato avanti il suo film. Allo spettatore decidere, quindi, se la missione è davvero riuscita.

A Dragon Arrives L'ultimo lavoro di Mani Haghighi si poggia su basi interessanti ed affronta tematiche particolari per il cinema Iraniano, ma lo fa con una struttura troppo proibitiva per il pubblico, che in più parti del film trova difficoltà nel destreggiarsi tra i diversi piani narrativi. Un vero peccato, considerando la qualità complessiva di The Dragon Arrives, sicuramente interessante sia nelle intenzioni che nella realizzazione.

5.5

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