Recensione A Christmas Carol

Il Racconto di Natale rivisto da Robert Zemeckis e Jim Carrey.

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Sono passati ben 166 anni da quando la novella di Charles Dickens A Christmas Carol è stata pubblicata per la prima volta. 166 anni in cui non è mai andata fuori stampa e in cui è diventata un classico della letteratura anglosassone. Come accadeva anche con la coeva leggenda di Sweeney Todd, in cui la vicenda del barbiere folle nascondeva una feroce critica alla società vittoriana, anche la storia dell'avaro Ebenezer Scrooge e della sua redenzione, più che rappresentare un percorso di espiazione, era un atto d'accusa verso il disinteresse delle autorità inglesi nei riguardi della nuova povertà creata dalla Rivoluzione Industriale, nonostante una larvata forma di welfare fosse già presente in Inghilterra all'epoca. Per Dickens, la nazione doveva necessariamente provvedere a chi era stato reso sostanzialmente nullatenente dai cambiamenti industriali e urbanistici del Regno Unito. Ovviamente, non c'era nulla di marxista in quanto sostenuto dallo scrittore nel suo racconto. La sua posizione era frutto della sua concezione cristiana - nonostante sia rimasto sempre formalmente legato alla Chiesa Anglicana era un fervente Unitarianista - secondo la quale l'ergersi a giudici dell'esistenza degli altri solo per via del proprio tenore di vita elevato derivato dalla condizione di borghese o signorotto d'industria, era definibile solo con la qualifica di atteggiamento disumano. Ma oltre alle tematiche sociali, molto in risalto erano i rimandi macabri alla tradizione della letteratura gotica: Il Racconto di Natale è, a tutti gli effetti, un dramma spiritico in cinque atti realizzato da uno dei migliori scrittori di ghost story della letteratura inglese (a tal proposito, consigliamo a chiunque ne fosse interessato, la lettura della raccolta di storie di fantasmi di Dickens intitolata "Da Leggersi all'Imbrunire" pubblicata in Italia da Einaudi).
Gli adattamenti, fra teatro, radio, cinema e televisione ormai non si contano più e sono tanti i nomi noti che hanno prestato il proprio volto al Racconto di Natale, da Albert Finney, che ha interpretato Scrooge nel musical del 1970 a Bill Murray in S.O.S. Fantasmi di Richard Donner, in cui la trama viene riletta in chiave moderna, passando per Zio Paperone (che, lo ricordiamo, in originale venne battezzato dal suo papà Carl Barks proprio Scrooge McDuck) e Barbie. Nel tempo, l'aspetto di morality play ha del tutto preso il sopravvento sui lati più spaventosi e orrorifici della vicenda.
Il film di Robert Zemeckis quindi, è solo l'ultimo in ordine cronologico. Non ci resta che constatare se il matrimonio fra le avanzate tecniche di digitalizzazione degli attori adoperate da Zemeckis dai giorni di Polar Express e quella che può essere definita come una storia senza tempo sia riuscito o meno.

Scempiaggini!

E' la Vigilia di Natale e tutti si apprestano a trascorrerla con i propri cari. Tutti tranne il vecchio ed avaro finanziere Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) che detesta lo spirito natalizio con veemenza, arrivando pure a rifiutare l'invito a cena del suo unico nipote Fred (Colin Firth). Odia la festa così tanto da non comprendere come il suo contabile Bob Cratchit (Gary Oldman) possa amare così tanto la ricorrenza nonostante lo stipendio da fame che gli da ogni settimana.
Avvizzito nell'aspetto e nell'animo, mentre se ne sta da solo a casa riceve improvvisamente la visita dello spettro del suo vecchio partner commerciale Jacob Marley (Carrey), morto sette anni prima, costretto ora a trascinare per sempre delle pesantissime catene a causa della sua grettezza e del suo legame coi beni materiali quando era in vita. Marley ammonisce Scrooge: il suo fato sarà anche peggiore se continuerà a campare in questa maniera e riceverà la visita di Tre Spettri: il Fantasma del Natale Passato, Il Fantasma del Natale Presente e quello del Natale Futuro.
Per Scrooge sarà una Vigilia di Natale dagli effetti del tutto inaspettati.

L'orrore del Natale.

Considerati gli esiti piuttosto controversi dei precedenti film in performance capture di Robert Zemeckis, Polar Express e Beowulf, dove alla prima sensazione di fascinazione tecnologica subentrava repentinamente un'acceso turbamento per l'artificiosità dovuta all'effetto da pupazzo inanimato e plasticoso della resa visiva degli attori trattati digitalmente, in molti hanno storto il naso apprendendo che anche il prossimo film di Mr. Ritorno al Futuro si sarebbe avvalso della medesima tecnologia. A ciò, si sommavano i dubbi legati alla nazionalità d'origine di regista e racconto: uno statunitense di Chicago alle prese con uno dei più noti lavori dell'ottocento inglese poteva essere sulla carta un mix disastroso. Elementi che contribuivano a rendere fortemente scettico anche chi vi sta parlando in questo momento.
Ma non dimentichiamoci che il filmaker di cui stiamo parlando, a prescindere dai mezzi passi falsi di Polar Express e Beowulf, ha una "discreta" esperienza alle spalle. Quindi il beneficio del dubbio ci sta tutto.
La carriera artistica di Zemeckis è da sempre incentrata sul concetto di tempo, su come questo agisca sugli individui e viceversa: i viaggi "Back to the Future" di MartyMcFly, la negazione del suo frenetico scorrere tramite lo smarrimento (geografico e cronologico) dell' analista di sistema FedEx Chuck Noland in Cast Away, le colpe di un crimine efferato che riaffiorano dal passato con le terrorizzanti sembianze di fantasmi in Le Verità Nascoste.
Il contenuto di A Christmas Carol quindi, s'incastona perfettamente all'interno della poetica zemeckisiana. Nessuno più di Ebenezer Scrooge trae così benefico effetto dall'essere messo d'innanzi a una condizione nella quale passato, presente e futuro fanno emergere la consapevolezza degli errori commessi e il desiderio di riscatto morale.
Il timore riguardante il background geografico di Zemeckis, viene fugato del tutto attraverso il completo recupero di tutti le facce della novella, anche di quella maggiormente dimenticata nel corso degli anni: quella orrorifica.
L'anafora inziale, fa strabuzzare gli occhi, considerata la scritta Walt Disney che campeggia a caratteri cubitali sui cartelloni del film: l'incisione del viso del cadavere di Jacob Marley contenuta nelle pagine del libro di A Christmas Carol si trasforma lentamente nel vero e cinereo volto della salma dell'uomo, che viene sbattuta in faccia al pubblico con un fare più consono a un horror movie che ad un film natalizio per famiglie.
Zemeckis, che l'orrore e la tensione li sa maneggiare tanto a livello registico (Le Verità Nascoste), quanto a livello produttivo (Sospesi nel Tempo, i remake da William Castle prodotti con la sua Dark Castle Picture, nonché con Monster House, fulgido esempio di scary cartoon), spiazza lo spettatore convinto di trovarsi di fronte all'ennesimo apologo natalizio, con delle scene che fanno apparire Drag Me to Hell di Sam Rimi ancor più infantile di quanto effettivamente non sia. Ci sono almeno tre momenti capaci di far letteralmente accapponare la pelle (ovviamente vi lasceremo il brivido di scoprire da voi quali essi siano), per la perfetta costruzione della tensione e la resa scenografica. Gli attimi di maggior sussulto della novella dickensiana vengono perfettamente riproposti sullo schermo, grazie anche ad un uso tutt'altro che accessorio della profondità di campo data dal 3D e del tonante audio in dolby digital. In un frangente, relativo alla visita del Fantasma del Natale Futuro, il film pare una sorta di versione riveduta e corretta di Sleepy Hollow di Tim Burton: una congiuntura cinematografica piuttosto curiosa se si pensa che gli autori delle novelle originarie, Charles Dickens e Washington Irving, sono inscrivibili nella stessa corrente letteraria. L'esperienza maturata con gli altri film in motion capture tridimensionale, si traduce in una regia che esalta la narrazione con movimenti di macchina ariosi e dinamici che trascinano lo spettatore in un tableau vivant digitale di una Londra vittoriana perfettamente ricreata.
I personaggi in motion capture, per lo meno quelli dei protagonisti principali, appaiono nettamente migliorati e credibili rispetto al passato. I movimenti e le texture di Scrooge e dei fantasmi arrivano al fotorealismo. Permane una poco lodevole impressione di freddezza e plasticosità nei character secondari.
Le prova attoriale di Jim Carrey non scade mai nel macchiettistico fine a se stesso e l'iperrealismo del mocap ben si sposa con le mai troppo lodate capacità di un attore che, nonostante l'indegna mancanza di un riconoscimento dato da un premio ufficiale, dimostra ormai da anni la propria bravura, professionalità e versatilità. Il suo Scrooge da principio innervosice ed indispone per la sua freddezza e misantropia, ma poi è inevitabile rimanere intrappolati nelle spire dell'empatia che si viene a formare con questo piccolo figlio dell'Uomo che finalmente capisce gli errori di tutta una vita e viene messo davanti ad una seconda possibilità. Il doppiaggio di Roberto Pedicini è, come sempre, eccellente nel riproporre le sfumature vocali di Jim Carrey. La colonna sonora del fidato Alan Silvestri è inappuntabile in ogni circostanza del film, da quelle più briose a quelle più inquietanti, anche se uno degli attimi più struggenti e malinconici della pellicola è accompagnato dalle eterne note dell'Ave Maria di Charles Gounod che s'inseriscono in maniera organica e naturale col componimento originale di Silvestri.

A Christmas Carol Ripensare alle mille tribolazioni inflitte 16 anni fa da Walt Disney Picture a Tim Burton e al suo Nightmare Before Christmas, ritenuto all'epoca troppo spaventoso per i bambini, fa quasi sorridere alla luce di questo A Christmas Carol. Mai ci saremmo aspettati di assistere ad un film di Natale made in Disney che comincia col primissimo piano di un grigio cadavere in una bara riservando poi allo spettatore più di un batticuore nel suo svolgimento. Segno che anche la Casa di Topolino è profondamente cambiata in questi ultimi anni. Così come è mutato, fortunatamente in meglio, il percorso artistico votato al motion e performance capture digitale del papà di Ritorno al Futuro e Forrest Gump che ci regala il miglior adattamento cinematografico della novella di Dickens. Malgrado una persistente e nitidamente percepibile differenza nella resa dei protagonisti rispetto ai character secondari, la regia e la sceneggiatura di Zemeckis non tralasciano nessuna di quelle qualità che hanno reso il lavoro di Dickens un evergreen della letteratura: abbiamo la morale, abbiamo la redenzione. E abbiamo orrore, tensione e suspense come mai ci saremmo aspettati di trovare in un film di Natale targato Disney.

8

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