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7 Prisoners Recensione: un dramma moderno sulla schiavitù

Approda su Netflix il lungometraggio di Alexandre Moratto che rappresenta il sostrato criminale torbido e opprimente del Brasile.

7 Prisoners Recensione: un dramma moderno sulla schiavitù
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7 Prisoners (in lingua originale 7 Prisoneiros) è il nuovo drama diretto da Alexandre Moratto, al suo secondo lungometraggio di finzione dopo Socrates (2018). La pellicola, scritta dallo stesso filmmaker in compagnia di Thayná Mantesso (Socrates, Sintonia), è stata presentata in anteprima nel programma di Venezia 2021 per poi debuttare anche al Toronto International Film Festival. L'opera è un dramma sociale efficace e asciutto che riflette sulla schiavitù e sulla tratta di esseri umani, collocando il tutto in un contesto urbano moderno e lasciando, tra qualche linea narrativa abbozzata, molti spunti di riflessione.

Protagonisti di 7 Prisoners sono un gruppo di brasiliani provenienti da una sperduta zona di campagna che cercando migliori opportunità lavorative si trovano coinvolti in un impiego particolarmente brutale a San Paolo, metropoli brasiliana molto ricca, ma che nasconde un sostrato criminale torbido e opprimente. Di lì a poco si troveranno incastrati in un sistema più grande di loro sotto la martellante e soffocante egida del padrone Luca (Rodrigo Santoro). La pellicola arriva oggi su Netflix, ma prima di proseguire nella lettura vi invitiamo a scoprire tutti i film Netflix in uscita a novembre 2021.

7 Prisoners: un racconto torbido dalla trascinante ambiguità

Il protagonista di 7 Prisoners è il giovane Mateus (Christian Malheiros) che vive insieme ai suoi cari in un sobborgo rurale poco abbiente del Brasile: per riuscire a sfamare adeguatamente la famiglia, si imbarca insieme ad altri tre compagni in un'avventura lavorativa in città, fin da subito resa allettante da un significativo anticipo economico.

Quella che sembra però una prospettiva paradisiaca si trasforma nel peggiore inferno con il loro capo, Luca (uno straordinario Rodrigo Santoro) che non solo li sfrutta fino all'ultimo centesimo, ma gestisce diversi affari con la malavita. La sceneggiatura ha un grande merito: nonostante, a conti fatti, non accadano chissà quali avvenimenti sullo schermo, la storia risulta sempre e comunque interessante, perché ciò che funziona più di tutto è il peculiare punto di vista del protagonista che cambia in maniera repentina per garantire la sua sopravvivenza e quella dei suoi familiari. Tale inversione del registro non solo dà un grosso sprint alla narrazione, ma è un tassello fondamentale per lo sviluppo dei personaggi e delle tematiche presenti in 7 Prisoners. Dal cambio improvviso in poi, infatti, abbiamo modo di conoscere più da vicino il crudele "antagonista" del racconto, il Signor Luca che, per quanto all'apparenza sia l'effettivo cattivo della pellicola, ha alle spalle un passato così torbido e misero che non rende semplice l'additarlo come villain.

Sarebbe più corretto vederlo come una vittima di un sistema che per alimentarsi genera sempre più carnefici, divenuti tali partendo da uno status sociale inferiore e miserabile. Ecco quindi che uno dei temi portanti del titolo è proprio l'ambiguità di fondo che spesso caratterizza il complesso e strutturato universo della criminalità, composto non solo da gente senza scrupoli, ma anche da persone che sono spinte per semplice e istintiva sopravvivenza.
Il film restituisce quindi un'immagine del Brasile particolarmente negativa e stratificata; un paese dominato da corruzione, mazzette e, soprattutto, dal traffico incessante di esseri umani che garantisce la manodopera necessaria per costruire materialmente le stesse città dello Stato.

Tante riflessioni, ma poco approfondimento

Un sistema, quello rappresentato in 7 Prisoners, che non viene purtroppo approfondito a dovere, complice una gestione non sempre azzeccata dei vari elementi di riflessione della pellicola, che sono sì tanti, ma che alcune volte rimangono fin troppo abbozzati. Parte del problema è sicuramente derivato anche dalla lunghezza effettiva della pellicola - un'ora e mezza - che non dà la possibilità di approfondimento a livello puramente pratico.

Detto ciò, sul fronte registico, vi è una particolare attenzione nel raffigurare al meglio la condizione di prigionia e soffocamento vissute dai protagonisti, con la macchina da presa che indugia molto spesso sulle stesse identiche azioni che compiono i personaggi in modo alienante e disturbante in un ambiente di lavoro sporco, privo di sicurezza e di possibili spiragli di libertà. Oltre a ciò, è ben evidenziato e differenziato da tale scenario tutto quello che accade al di fuori del piccolo e chiuso luogo di detenzione dei prisoneiros.

La metropoli di San Paolo, infatti, sotto uno strato di ricchezza e modernità, vibra del sacrificio di tanti uomini che, nelle retrovie, sono sfruttati in maniera brutale, sia a livello fisico che psicologico, per garantire il funzionamento socio-economico del Paese. L'impianto critico viene quindi ben giostrato dall'autore che, partendo da una situazione locale e racchiusa entro certi confini, fa comprendere al meglio come questo sia solo un ingranaggio di un sistema più grande e stratificato volto al mero guadagno.

Il cast è, inoltre, il fiore all'occhiello della produzione, in particolare le punte di diamante Christian Malheiros, che al suo terzo film dimostra nuovamente di avere un grande talento, e Rodrigo Santoro, divo navigato di Hollywood che, nelle vesti di un personaggio senza scrupoli ma comunque umano, rappresenta un valore aggiunto incredibile per il lungometraggio, regalandoci un'interpretazione sentita e molto intensa.

7 Prisoners 7 Prisoners è un dramma ben realizzato che si avvale di interpreti straordinari (in particolare Rodrigo Santoro e Christian Malheiros) e di un impianto tematico maturo e stratificato che fornisce una critica puntuale allo schiavismo e allo sfruttamento lavorativo in Brasile. La regia e la sceneggiatura sfruttano un cambio repentino del punto di vista del protagonista sulla situazione che riesce bene a diversificare l'intero progetto. La durata del lungometraggio, che si attesa sui 90 minuti, non garantisce però un necessario approfondimento di alcune tematiche lasciate fin troppo abbozzate e che avrebbero garantito una maggiore coesione contenutistica.

7.5

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