7 Days in Entebbe, la recensione del film con Daniel Brühl

José Padilha racconta una storia vera del 1976 con brio ed energia, ma anche con una certa mancanza d'equilibrio.

recensione 7 Days in Entebbe, la recensione del film con Daniel Brühl
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Il 27 giugno 1976 un volo Air France da Tel Aviv a Parigi fu dirottato dopo uno scalo ad Atene. I responsabili erano due terroristi palestinesi e due tedeschi, che presero in ostaggio oltre cento persone, molte delle quali israeliane, e le tennero segregate in un terminal aeroportuale nella città di Entebbe, in Uganda, con il sostegno del dittatore Idi Amin. Da quegli eventi è nato il nuovo lungometraggio del cineasta brasiliano José Padilha, premiato a Berlino nel 2007 per Tropa de Elite e successivamente regista della nuova versione di RoboCop. Armato di nuove ricerche sull'accaduto, Padilha ha ricostruito la vicenda raccontandola su tre piani diversi: da un lato il punto di vista dei sequestratori, con una particolare attenzione ai due tedeschi (interpretati da Daniel Brühl e Rosamund Pike); dall'altro la reazione del governo israeliano, a cui fu chiesto di rilasciare decine di prigionieri palestinesi per evitare una strage; infine i pensieri di un soldato israeliano in particolare, il cui atteggiamento nei confronti del contrasto fra lavoro e vita privata è all'origine della scelta stilistica più bizzarra di 7 Days in Entebbe. Alcuni intermezzi musicali che, per quanto contestualizzati, risultano a dir poco stranianti (soprattutto quando uno di questi è scelto per aprire il film).

Israele oggi

Padilha firma un thriller coinvolgente e pieno di tensione, ottimamente sorretto dal montaggio e dal cast (Brühl, in particolare, è un eccellente perno di ambivalenza su cui costruire la suspense psicologica). I problemi si manifestano quando il regista, noto per il suo approccio poco sottile, si discosta dalla componente puramente di genere. Nel contesto della storia raccontata l'elemento politico è per lo più efficace, soprattutto in alcuni momenti strategicamente forti (la reazione dei due tedeschi quando si rendono conto che, in caso di esecuzione degli ostaggi, verranno paragonati ai nazisti); è invece decisamente meno felice la scelta di calcare improvvisamente la mano sul legame con la situazione israelo-palestinese di oggi, recentemente esacerbata dai comportamenti di Donald Trump, trasformando le solite didascalie finali in una breve predica che stona con quanto raccontato prima e dà all'operazione un sapore datato che però non è quello della vicenda storica (l'ultima scritta è accompagnata dalla precisazione che si parla degli sviluppi fino al marzo del 2018, un mese dopo la prima mondiale del film alla Berlinale). Forse alcune sequenze meritavano più aria - la pellicola supera appena i 100 minuti di durata, titoli di coda esclusi - così come la riflessione socio-politica avrebbe meritato più cura, a discapito dell'intrattenimento comunque funzionale.

7 Days in Entebbe José Padilha torna al thriller intriso di politica con una spettacolare, tesissima storia vera datata 1976, con due ottime prestazioni da parte di Daniel Brühl e Rosamund Pike. Il risultato è un prodotto d'entertainment piuttosto efficace, segnato in negativo solo da alcune scelte stilistiche discutibili e dalla presenza, breve ma ingombrante, di allusioni alla situazione odierna che stonano con l'atmosfera generale del film.

6.5

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