5 è il numero perfetto, la recensione: il noir partenopeo di Igort

Toni Servillo è un guappo in pensione in un film d'atmosfera post-Gomorra con tanti miti da elogiare, molta introspezione e una visione eccezionale.

recensione 5 è il numero perfetto, la recensione: il noir partenopeo di Igort
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È l'autunno del 1972 e Peppino Lo Cicero sta cercando un regalo per il figlio, Nino. Una pistola, per l'esattezza. Napoli è una distesa di vicoli ed edifici barocchi bagnati da una pioggia scrosciante che confonde le forme della città, mischiando le ombre illuminate artificialmente da stanchi lampioni. Cammina solo, Peppino, e mentre procede a passo leggero, infradiciato dall'acqua, riflette sul suo passato e sul ritiro dall'attività camorrista, per cui agiva come sicario.
Un assassino d'altri tempi, Peppino, con in testa onore e rispetto, convinto che il mondo si regga su di un delicato equilibrio tra bene e male: una sfumatura essenziale con cui giustificare il suo operato al di fuori della legge civile, ergersi a "migliore nel suo campo", definirsi "le giuste mani per un compito delicato". È questo che ha insegnato a Nino: il valore e la necessità del crimine, il ruolo che esso ricopre in una società che, se volta al solo bene, sarebbe fin troppo sbilanciata, senza contraltare, un diagramma piatto. Recepite allora tutte le lezioni, il figlio è diventato a sua volta un sicario della camorra, al soldo dello stesso Don del padre, venendo però ucciso durante un lavoretto, tradito da qualcuno.
Per Peppino è la fine del mondo: Nino era tutto e ora non c'è più, motivo che lo spinge al ritiro forzato dalla pensione per trovare l'assassino del figlio.

Come la tartaruga

Tratto dall'omonima graphic novel di Igort, 5 è il numero perfetto è un adattamento sublime e intenso nella sua discrezione stilistica. Rispetto al fumetto, esteticamente più astratto e caricato, nel suo passaggio in cabina di regia l'autore cerca di addentrarsi in una messinscena che richiama il poliziesco anni '70 e il noir alla Dick Tracy di Warren Beatty, senza contare la fotografia di Nicolaj Bruel (Dogman) che guarda al Era mio Padre di Sam Mendes con gialli e verdi "al neon", soffusi, d'atmosfera.
Un impianto stilistico e concettuale davvero elaborato sul piano cinematografico, in linea peraltro con la dilatazione narrativa del progetto, quasi privo di dialoghi e interamente pensato per ruotare intorno alla figura di Peppino, interpretato da un superlativo Toni Servillo, mattatore assoluto della trasposizione affogato nei suoi rimorsi, nella sua rabbia e nei suoi pensieri. In questo il film appare come un noir vecchio stampo, guardando anche alle considerazioni sulla vita del protagonista, criminale fino al midollo, fiero di esserlo e infatti felice di impugnare nuovamente tra le mani le sue pistole, pronto a scatenare una guerra senza guardare in faccia nessuno.
Ad aiutarlo due vecchi amici: Totò o' Macellaio, nei cui panni troviamo un sacrificatissimo Carlo Buccirosso, e la vecchia fiamma di Peppino, Rita, interpretata invece da Valeria Golino. Il fatto che 5 è il numero perfetto proceda con insistenza attraverso gli occhi del guappo di Servillo non aiuta l'evolvere delle relazioni e le dinamiche dei vari rapporti, che vengono appena accennate nel profluvio di ricordi e parole di Peppino, che ha comunque sempre cose interessanti da dire.

La drammaturgia del suo personaggio è insieme alla messinscena e alla performance di Servillo il fiore all'occhiello della produzione, essendo il personaggio ben costruito mediante una sorta di struttura aneddotica che pezzo dopo pezzo va a formare una figura più articolata del previsto, sì gangster napoletano di vecchia data ma anche padre amorevole e affettuoso e - più di tutto - davvero stanco.

Non sa neanche lui quanto sia ormai al limite delle forze ma sa che è arrivato il momento di bastare a se stesso, entrare nel guscio della sua esistenza e fuggire da tutto, per riposare e dimenticare. "Due braccia, due gambe, una testa": 5 è il numero perfetto, è la somma delle parti che rendono l'uomo stoicamente autonomo, capace di gestirsi, prendere le proprie scelte e, se necessario, imitare la tartaruga per rintanarsi all'interno di se stesso, in riflessiono, in pace, lontano da tutti e solo con la propria vita.
La morte di Nino ha tirato fuori Peppino dalla sua "reclusione", riportandolo in un mondo fatto di violenza che paradossalmente non ha mai smesso di amare, costringendolo a uscire dal guscio per affrontare le conseguenze di un'esistenza che, col senno di poi, è sempre stata sbagliata, non necessariamente per la parte scelta ma per come è stata vissuta.

Tra miti e realtà

Igort indugia con talento introspettivo sulla complessa anima di Peppino, che sembra inoltre essere rispecchiata nel suo dolore dal dipinto napoletano cinematografico, sempre cupo, piovoso, con luci sbiadite e baluginanti che sembrano voler indicare quel poco di speranza rimasto nel cuore del protagonista, mentre si addentra in questo suo ultimo e pericoloso incarico. Nel suo grande impatto estetico, comunque, il film sfrutta e cita un po' spudoratamente trovate del cinema di John Woo, di Quentin Tarantino e anche di Takeshi Kitano, questo soprattutto nella suddivisione in capitoli e nella struttura delle sparatorie, dove è forse un pizzico abusato l'utilizzo del rallenty, nonostante movimenti di macchina e trovate sceniche più che valide.
Igort conosce i suoi idoli e li omaggia, dando a 5 è il numero perfetto una spinta artistica che guarda ovviamente al fumetto (bellissimi gli spezzoni di presentazione dei capitoli) e ad alcuni dei più apprezzati maestri di genere, portando in sala un cinecomic noir dal taglio partenopeo e di forte valenza autoriale, che infatti riesce a farsi notare. Con tutti i suoi difetti legati a una narrazione fin troppo confusionaria e a una storia che perde spesso di mordente, è anche grazie a film di questa fattura e con queste intenzioni di genere che il cinema popolare italiano continua a sopravvivere al di fuori della commedia.

Le imperfezioni sono poi comprese nel coraggio di omaggiare e sperimentare, ma lasciatelo comunque dire: se sbagliassero tutti come sbaglia Igort al suo esordio registico, a quest'ora avremmo una quantità importante di produzioni nostrane di cui tessere qualche lode, invece di ripetere per l'ennesima volta la singolarità di mercato che rappresenta un titolo come 5 è il numero perfetto.

5 è il numero perfetto Il debutto di Igort alla regia è benedetto da un comparto visivo eccezionale, merito sia della guida dell'autore sia dell'eccezionale fotografia di Nicolaj Bruel. 5 è il numero perfetto è un cinecomic partenopeo che fa del noir la sua grande chiave di genere, presentandoci una Napoli anni '70 dall'estetica post-Gomorra ma più elaborata, soffusa, dall'atmosfera avvolgente. La storia della vendetta di Peppino si dipana poi in cinque capitoli che non riescono sempre a bilanciare al meglio una narrazione fin troppo confusa, con un'introspezione del personaggio invece molto valida, fiore all'occhiello della produzione anche grazie alla sublime interpretazione di Toni Servillo, unico e vero mattatore del progetto. Il film è un titolo da custodire gelosamente che, pur sbagliando in diversi punti, resta una perla rara nel cinema italiano contemporaneo.

7.5

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