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1922, la recensione del film Netflix tratto da Stephen King

Una delle novelle più inquietanti e crudeli del Re del brivido arriva sullo schermo grazie alla società di streaming.

recensione 1922, la recensione del film Netflix tratto da Stephen King
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Nel 2010 è stato dato alle stampe il libro Notte buia, niente stelle (Full Dark, No Stars), una raccolta di quattro novelle scritte da Stephen King (un quinto racconto, Under the Weather, è stato aggiunto alla riedizione tascabile). Lo stesso King ha adattato per lo schermo Un bel matrimonio (A Good Marriage), per la regia di Peter Askin, mentre Maxicamionista (Big Driver) è diventato un film per la TV, scritto da Richard Christian Matheson (figlio del celebre romanziere Richard Matheson, la cui opera ha influenzato la carriera di King) e interpretato da Maria Bello. Ora tocca a 1922, che arriva direttamente su Netflix a un mese di distanza da un altro adattamento della prosa di King, Il gioco di Gerald (Gerald's Game). Un'aggiunta di un certo peso al catalogo della piattaforma di streaming, soprattutto in un anno che per certi versi è dominato dalle creazioni del Re del brivido sugli schermi (La torre nera e It al cinema, The Mist in televisione). E a pochi giorni da Halloween, un'altra dose di King non può certo far male, se si è alla ricerca di un racconto malsano capace di metterci gradualmente a disagio per oltre un'ora e mezza.

I cattivi tempi andati

Siamo nel Nebraska, nel 1922. Wilfred James (Thomas Jane) vive in modo semplice e modesto con la moglie Arlette (Molly Parker) e il figlio Henry (Dylan Schmid), gestendo una fattoria con cui spera un giorno di ottenere guadagni sostanziosi. Peccato che i piani di Arlette, che vuole vendere la propria parte di terreno e trasferirsi in città, interferiscano con le ambizioni di Wilfred, il quale fatica anche a sopportare l'idea di una consorte non assoggettata all'autorità patriarcale. Facendo leva sulle passioni adolescenziali del figlio viene quindi pianificato un omicidio, il cui ricordo tormenterà per sempre gli uomini della famiglia James. Il regista Zak Hilditch, che ha anche curato l'adattamento del testo di King, punta sulla dimensione morale, unita al contesto rurale rappresentato con un occhio a tratti malickiano, più che sull'orrore puro. Certo, fantasmi e allucinazioni fanno occasionalmente parte del repertorio, ma la vera tensione deriva dal tormento psicologico e spirituale del protagonista, il nucleo "umano" di una storia forse fin troppo riconoscibile (le tematiche, oltre ad essere care a King, evocano spudoratamente alcuni dei racconti più noti di altre due firme immortali dell'horror, Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft), ma comunque efficace nella sua demolizione progressiva dei valori d'altri tempi e della stabilità mentale di un uomo distaccato dalla realtà (la cui voce narrante inaffidabile, sotto forma di confessione otto anni dopo, scandisce i vari orrori).

La tragedia dell'uomo solo

Se l'atmosfera datata intrisa di sangue e follia può generare effetti parziali di déjà vu, essa rimane comunque convincente in tandem con la performance crudelmente ipnotica di Thomas Jane, veterano dei mondi di King (ha già recitato nel deludente L'acchiappasogni e nell'ottimo The Mist) e qui alle prese con un personaggio che gli consente di esplorare profondità finora per lo più inedite nella sua galleria di ruoli, dando uno spessore psicologico a una figura che nelle mani sbagliate potrebbe essere il classico stereotipo dell'agricoltore rozzo e ignorante (e qui si consiglia la visione in lingua originale soprattutto per apprezzare il lavoro fatto da Jane sull'accento locale, volutamente caricato per avere il giusto sapore arcaico e lontano dalle caratterizzazioni macchiettistiche tipicamente associate a quella parlata). Attraverso il suo inferno personale veniamo trascinati in un lungo incubo disturbante dal quale è impossibile staccare gli occhi, un viaggio nel passato violento dell'America che riconferma il talento di King nel raccontare gli orrori umani e l'ottima intuizione di Netflix nel puntare su una doppietta letteraria che, per via del contenuto forte e (soprattutto nel caso di 1922) estremamente cupo, avrebbe probabilmente faticato ad attirare l'attenzione del pubblico in sala.

1922 Zak Hilditch porta sullo schermo (abbastanza) fedelmente la prosa di Stephen King, raccontando il decadimento morale e spirituale di un uomo attraverso un'atmosfera sottilmente malata e l'interpretazione paradossalmente misurata di Thomas Jane nei panni di una figura tragica le cui esperienze sono una fonte di gradevole disagio cinematografico (seppure su Netflix).

7.5

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