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13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, la recensione del film di Michael Bay

Una squadra di contractor operante nella Libia scossa dalla guerra civile si trova alle prese con un assedio all'ambasciata americana.

13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, la recensione del film di Michael Bay
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In 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi il contractor Jack Silva arriva a Bengasi, in Libia, per prestare servizio di sicurezza presso un avamposto militare situato nei pressi dell'ambasciata americana. In un Paese ancora scosso dalla caduta di Gheddafi e agitato da una vera e propria guerra civile, con diverse fazioni pro e contro la presenza occidentale, Jack si unisce alla squadra dell'amico fraterno Tyrone "Rone" Woods, che gestisce le operazioni sul campo.
Dopo alcune settimane di permanenza relativamente tranquilla l'11 settembre, in concomitanza con l'anniversario dell'attacco alla Torri Gemelle, la sede diplomatica statunitense viene presa d'assedio da un gruppo di ribelli islamisti, che attaccano in massa la struttura nel tentativo di uccidere l'ambasciatore mandato da Washington. Jack e i suoi commilitoni saranno l'unica speranza al fine di evitare una vera e propria carneficina.

Uno per tutti, tutti per uno

Adattamento del romanzo di di Mitchell Zuckoff, a sua volta ispirato ai fatti realmente accaduti nel 2012 in Libia, 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (disponibile su Netflix) è un action di stampo bellico indelebilmente marchiato dallo stile di Michael Bay, qui alle prese con una delle sue opere più personali e riuscite nell'ultimo decennio di carriera. Un film tronfio e patriottico come nelle aspettative, capace però di intingere un convincente strato melodrammatico nelle vicende dei numerosi personaggi in gioco, ognuno alle prese con rimorsi e affetti lontani migliaia di chilometri eppure sempre tutto pronto a rischiare la vita pur di combattere per il proprio Paese e salvare più vite possibili. La retorica hollywodiana (emblematico il soffermarsi sulla bandiera a stelle e strisce crivellata di colpi di proiettile) è così sì presente ma contestualizzata in maniera più lucida del previsto, con tanto di incisive stoccate all'interventismo americano, mentre la tensione emotiva diventa tangibile in più occasioni nelle abbondanti due ore di visione.
Laddove tra le fronde libiche si possono nascondere sia alleati che nemici, la suspense tocca picchi di scottante intensità, con situazioni di stallo in cui una sola incomprensione potrebbe peggiorare ulteriormente le cose. La messa in scena è quella tipica del regista, frenetica e fracassona senza mezze misure, e nelle parti più concitate del conflitto a fuoco si rischia di rimanere confusi dalle numerose prospettive inerenti i vari soldati in azione, ma l'impianto ludico è comunque garantito dal veloce susseguirsi di inquadrature e sparatorie che non lasciano un attimo di fiato.
Più convincente è invece il lungo assedio finale, con tragiche perdite in vista e quella solida fratellanza tra commilitoni che permette di approfondire ulteriormente le relative psicologie, con una violenza brutale ma necessaria che caratterizza le fasi cruciali degli eventi.

Vivere e morire a Bengasi

Quasi un assalto di morti viventi quello che ha infatti luogo nei confronti dell'avamposto militare, e non è un caso che uno dei contractor citi proprio il film Zombieland (2009) quale beffarda battuta a tema, in cui i nostri in inferiorità numerica e in un fortino da difendere che si rivela una sorta di trappola per topi, senza aiuti imminenti in arrivo, si trovano ad affrontare orde sempre più numerose di avversari in una notte che sembra non avere mai fine. Che sia attraverso il mirino di un fucile da cecchino o con armi semi-automatiche, i colpi sono letali e precisi quanto la massiccia risposta indigena, tra mortai e lanciarazzi che seminano via via sempre più morte e distruzione tra le fila occidentali. Bay non va per il sottile e, adattandosi alla classicità moderna del genere, opta per una rappresentazione bellica tesa e fremente supportata da un'avvolgente colonna sonora, utile a sottolineare le scene madri del racconto.
Racconto che trova inaspettata forza nelle performance del cast che, pur non avvalendosi di star di primo piano, caratterizza al meglio i rispettivi personaggi: in particolare John Krasinski, interprete solitamente abituato a ruoli leggeri e qui figura principale di uno sguardo comunque corale, si cala con verosimiglianza nei panni del tormentato Silva, donando interessanti sfumature a un personaggio a forte rischio cliché.

13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi Michael Bay prova a rimettersi in gioco tornando a indagare il filone bellico che tanto successo (al botteghino) e astio gli aveva attirato con il controverso Pearl Harbour (2001). Tra un Transformers e l'altro il regista losangelino prende ispirazione da eventi realmente avvenuti nel 2012 in Libia per raccontare una storia di soldati pronti a tutto pur di fare la cosa giusta, impegnati in terra a loro ostile contro forze sempre più numerose e organizzate, il tutto contestualizzato all'interno di un Paese in piena guerra civile dove è difficile riconoscere gli amici dai nemici. 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi si affida a una retorica patriottica di stampo classico, innescando dopo la prima mezz'ora un'apoteosi di action battagliera senza mezze misure in cui il caotico impianto "ludico" rischia a tratti di creare disorientamento, salvo poi trovare una solida coerenza nel lungo e intenso assedio finale, in un film che pur con i dovuti limiti concettuali restituisce la giusta profondità emotiva a personaggi complessi quanto basta.

7

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