Abbiamo intervistato i Manetti Bros, da Diabolik al cinema indie

Ospiti al cinema Arsenale di Pisa, abbiamo intervistato i Manetti Bros., che ci hanno parlato di Diabolik, TV e del loro stile indipendente.

Abbiamo intervistato i Manetti Bros, da Diabolik al cinema indie
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C'è una luce particolare che brucia negli occhi dei cinefili. È una luce che nasce dal fuoco di mille visioni, una luce richiamante quella di centinaia di schermi accesi e nei quali continuare a perdersi, immergersi, assimilare, imparare e ricreare. E negli occhi dei Manetti Bros., ospiti speciali allo storico Cineclub Arsenale di Pisa in occasione della Rassegna Fumetti e PopCorn (quest'anno dedicata a Tuono Pettinato) quella luce brucia ardente. È un fuoco che si accende e investe il pubblico in sala non appena i nostri prendono il microfono e parlano sia del cinema, quello che li ha forgiati, cresciuti, ispirati, quello creato e modellato nella storia d'amore tra i Manetti Bros e il cinema di genere, come creta sulla scia della fantasia. Una fantasia mai spicciola o prevedibile, ma sempre accesa, come quella luce che ammanta i loro occhi, vestita di un'ironia che tanto li contraddistingue fino a rendere la loro natura di cineasti "iperbolica e caciarona".

Sedersi davanti a Marco e Antonio Manetti significa dunque lasciarsi trasportare lungo una corrente magica di celluloide e ricordi, arte e passione. Un tunnel tappezzato di aneddoti curiosi e pensieri lasciati correre a cuore aperto, con quella sincera umiltà che tanto vive ancora nelle loro opere, lasciando un segno in un modus operandi che non intende staccarsi dalla loro cinepresa, nonostante le grandi produzioni, nonostante il successo, nonostante colossi di culto a cui approcciarsi, come Diabolik. Dagli esordi, a serie mai realizzate, fino alla produzione di Diabolik e il loro rapporto con la critica, ecco a voi la nostra intervista ai Manetti Bros.

Ammore, malavita e critica

Everyeye.it: Ne approfitto anche della presentazione del catalogo Inland edito da Bietti e a voi dedicato per iniziare questa nostra chiacchierata con una curiosità. Da critica, conosco bene il lavoro che c'è dietro sia una recensione, ma anche nella redazione di un capitolo per una monografia.

È un processo fatto di analisi, visioni attente e svariate elucubrazioni mentali. Ma quello che mi sono sempre chiesta riguarda quello che avviene dall'altra parte, ossia, cosa provate voi cineasti e autori quando venite a sapere che un'opera a voi dedicata è in procinto di essere pubblicata?
Marco Manetti: Ci sono due fasi. C'è un momento di onore, poi c'è la fase di preoccupazione, soprattutto dal punto di vista cronachistico. Apparentemente non è il critico che fa paura, è il giornalista che deve ripercorrere e riportare la nostra vita. Certo, anche il critico che parla di un nostro film ha un che di timoroso, perché speri che gli sia piaciuto ciò che hai realizzato, però il suo è un mondo che riguarda maggiormente la rilettura del nostro film; la sua è infatti una lettura diversa, che non ti aspetti, perché non scritta da noi. Quello che mi incute più timore è, pertanto, che una parola venga riportata in maniera errata o decontestualizzata, oppure che un'informazione venga ripresa e riportata del tutto sbagliata.

Antonio Manetti: Chi parla del nostro film porta anche una lettura che non ti aspetti, perché riporta dei dati che magari noi stessi avevamo ignorato, ma che se qualcuno li ha ritrovati, si presume che essi esistano. Quando la critica è costruttiva fa sempre piacere, ma anche quando è distruttiva devo dire che dà adito a qualcosa di interessante perché ci fa capire cosa non ha funzionato. Poi facciamo conto che non tutti siamo uguali, quindi un critico può vedere cose che un altro, o noi stessi, non abbiamo colto.

Marco Manetti: Sì, anche per questo dico che chi è chiamato a dover raccontare chi i Manetti siano e cosa abbiano fatto - con il rischio, a volte, di invertire l'ordine di certi eventi - è sintomo di preoccupazione per me. Il film è, e te lo dico da cinefilo, aperto alla sua interpretazione. Ci sono cose che penso dei film di Tony Scott che magari non combaciano con ciò che invece affermava lui, ma questo non mi limita dal pensare di poter aver ragione. L'intervista, invece, è diversa: una cosa che dici e che viene magari riportata male rimane lì per sempre, e questo ti fa rimanere male.

Uno stile DiaboliKamente indipendente

Everyeye.it: Parliamo del vostro ultimo film, Diabolik (la nostra recensione di Diabolik è ad un clic da voi, Ndr). Nonostante sia una produzione molto più grande rispetto a quelle precedenti, credete di aver comunque conservato il vostro cuore di autori indipendenti, o sentite che qualcosa è cambiato?

Marco Manetti: In tutto il nostro percorso l'essere indipendenti ha fatto parte della nostra natura, ci viene automatico esserlo. È difficile che ci sia una major o un distributore, o addirittura un critico, che possa cambiare l'indirizzo delle cose che facciamo. La nostra è un'indipendenza totale, caparbia, forse troppo a volte. Prendiamo come esempio proprio Diabolik: a noi in tal senso ci avrebbe convenuto fare un film diverso, soprattutto alla stregua di chi non conosceva molto il fumetto e si aspettava un nuovo supereroe italiano. Invece, proprio perché fedeli alla nostra natura, non ci andava di seguire quel percorso, rimanendo pertanto stretti a un'indipendenza totale. Onestamente, ci trovate in un momento particolare della nostra vita. Certo, noi ci sentiamo sempre gli stessi, non abbiamo sentito dei grandi cambiamenti, se non di possibilità economiche. Dopo aver girato insieme il capitolo 2 e 3 di Diabolik (anche se dobbiamo ancora finire la post-produzione), viviamo una fase della nostra vita in cui ci sembra di aver fatto tutto. Abbiamo spinto tutti i muri, raggiunto i nostri gusti e la nostra indipendenza, fino a fare qualcosa che non è nemmeno frutto della nostra fantasia, ma della nostra passione, di qualcosa, cioè, che leggevamo da ragazzini. Ci spaventa un po' il prossimo passaggio, ossia quello che verrà dopo. Abbiamo paura di non avere più stimoli. Chissà magari è solo un sintomo di vecchiaia, ma speriamo anche di no.

Antonio Manetti: Dopo tanti anni di carriera, ed esserci concentrati così tanto su Diabolik e quindi su uno stesso soggetto - sia chiaro, siamo contenti di averlo fatto - , bisogna pensare a cosa vogliamo fare di nuovo. Dovremmo, cioè, tornare indietro, pensare a mente libera, cosa gli altri si aspettano da noi e cosa noi stessi vogliamo fare.

Everyeye.it: C'è da dire che anche nella visione capita questo: anche in chi guarda, cioè, vige sempre il bisogno di avere nuovi stimoli. Una necessità, questa, quanto mai sentita soprattutto oggi, in un panorama audiovisivo in cui tutto sembra essere già stato detto e fatto...

Marco Manetti: Guarda, noi facciamo un mestiere strano: ci rapportiamo al pubblico, ai giornalisti e ai critici, sempre con il piacere di fare le cose e lavorare sulla scia delle nostre passioni. Il fatto è che abbiamo sempre avuto la natura degli "outsider" e per ogni cosa che abbiamo fatto ci si aspettava sempre meno da noi, finendo poi per fare di più. Per la prima volta, con Diabolik, ci siamo confrontati con una grande aspettativa. Un'aspettativa di tre tipi. La prima derivante dal toccare un mostro sacro, con milioni di persone che conoscono Diabolik e lo volevano vedere, o pensavano di vederlo in un altro modo. Due: l'aspettativa di coloro che aspettavano al varco il nuovo film di quelli che la volta precedente hanno vinto un David di Donatello. Tre: è l'aspettativa che ci ha colpito di più, quella che ti coglie (e non con piacere) quando entri nel livello più alto di questo gioco, perché ti fa capire che adesso hai degli "avversari" che prima non sentivi di avere. Avversari provenienti tra l'altro da un mondo simile al nostro.

Noi, che abbiamo promosso sempre l'idea di un cinema un po' diverso da quello italiano degli ultimi 30 anni, abbiamo constatato che i nostri più grandi avversarsi sono proprio quelli che aspirano a fare anche loro un cinema diverso, ma a cui la nostra ricetta non piace perché tendente a un approccio poco estetico e più neorealista. E quindi, ecco che ti viene detto che "se l'intento è quello di fare un film di genere, come lo fanno gli americani, bisogna dare importanza alla fotografia e a tutto l'aspetto visivo". Truffaut nella sua raccolta di recensioni si scusa con il lettore affermando che quelle che leggerà sono "recensioni che parlano bene dei film, perché io amo il cinema". Ora, io non dico che la critica debba per forza amarci, ma ho come l'impressione che spesso il giudizio di un film si limiti a quante stellette dare, quando dovrebbe essere un po' di più.

La critica non deve essere solo dire se un film è bello o brutto, ma è interpretazione, rilettura, creazione di spunti di riflessione. Con Diabolik abbiamo dovuto affrontare fan accaniti che hanno affermato che il film non andava bene perché Marinelli ha un neo che non dovrebbe esserci, mentre altri critici hanno dichiarato che il film non era del tutto riuscito perché non è la salvezza del cinema italiano. Ma perché Diabolik dovrebbe essere la salvezza del cinema italiano? Sono state posizioni, queste, che ci hanno colpito parecchio e in maniera negativa.

Antonio Manetti: Diabolik è amato da tanti e conosciuto da tantissimi, ed è un film grosso, non indipendente pertanto le responsabilità erano alte. Il fatto è che ci siamo ritrovati a leggere una critica rivolta non verso il film o il progetto, ma su come questo doveva essere fatto, o diretto, e la cosa ci ha toccato profondamente perché sembravano non dei giudizi rivolti verso la pellicola, ma a noi. Ci ha un po' scombussolato tutto questo.

Everyeye.it: Potrebbe essere che l'insorgenza di questi commenti negativi derivino da un gap culturale e di conoscenza da parte di chi, forse, non ha capito il film perché non conosceva il fumetto, o la vostra produzione, e per questo si aspettava un film più simile quelli della Marvel?

Marco Manetti: Sì, può essere, anche perché già in fase di scrittura sentivamo voci da molti esterni che dicevano "oh che bello finalmente un altro supereroe italiano", quando Diabolik non è certo un supereroe. Che poi la cosa strana è che noi stessi non siamo contro la Marvel, non facciamo assolutamente parte di quel pensiero a essa opposto ed espresso in primis da Scorsese. Quando disse che i film Marvel non sono film, mi ha spiazzato perché eccome se lo sono, hanno una sceneggiatura, un montaggio, e un lavorane dietro. Semplicemente non è il nostro stile di fare cinema.


Everyeye.it: Rimanendo su Diabolik, qual è per voi l'ideologia che sta alla base di quest'opera, soprattutto partendo dalla dicotomia tra la giustizia dello Stato rappresentata da Ginko, e l'essere sopra alla legge di Diabolik?
Marco Manetti: Noi facciamo un cinema iperbolico, quello che oggi si direbbe di genere, anche se come termine non mi fa impazzire. E proprio facendo un cinema iperbolico, il messaggio che rende Diabolik amato è la sua libertà, una libertà che però è iperbole, anche perché noi non difendiamo l'idea di questo uomo che uccide le persone. Ed è qui che sta la differenza tra Diabolik e Ginko, due facce opposte della stessa medaglia. Diabolik è ciò che Ginko non riesce ad essere. Ginko è un uomo giusto, intelligente, perbene, schiacciato dal senso del dovere. Non a caso nel film Diabolik gli dice "tu non sei libero, mentre io sì". È questa, credo, l'ideologia che sta alla base dell'opera.

Antonio Manetti: Immedesimarsi in un ladro e assassino non è facile. Le sorelle Giussani hanno scritto un personaggio pazzesco, che riesce a farsi amare nonostante ciò che faccia. E ci siamo chiesti da dove provenga tutta questa attrazione, per poi capire che tutto per Diabolik ed Eva va a ritrovarsi nella loro libertà. Sono le uniche persone felici di Clerville perché sono liberi. Gli altri sono schiavi dei soldi e delle proprie responsabilità. Loro no, perché non seguono le leggi di tutti.

Marco Manetti: Come Ford diceva "io faccio film western" noi facciamo film polizieschi: crimine e legge rimangono pertanto centrali nella

nostra produzione. Quella che scaturisce con Diabolik è un'immedesimazione immediata, mai sofferta; lo spettatore sta dalla sua parte, a differenza di quello che capita con molti personaggi borderline che abitano la bella televisione americana, i quali presentano qualcosa di oscuro che semina il dubbio nello spettatore se immedesimarsi o no in loro. Diabolik non ha invece apparentemente niente di oscuro, sei dalla sua parte, quando in realtà è più cattivo lui del presidente di House of cards, e questo è geniale. Le sorelle Giussani hanno creato un personaggio incredibile. Con il nostro Diabolik, reso anche cattivissimo, ma senza sadismo o pazzia, non abbiamo fatto altro che capire quanto fatto dalle sorelle Giussani, e riportarlo sullo schermo.

Ripensare in serialità

Everyeye.it: Prima parlavamo di mancanza di stimoli e pensavo: con Coliandro siete stati tra i primi autori in Italia ad affiancarsi alla TV, cosa molto in voga adesso, ma quando avete portato voi la serie sulla RAI non lo era. Pensate che ritornare al piccolo schermo possa essere motivo di nuovi stimoli?

Antonio Manetti: Noi volevamo fare cinema all'inizio, poi siamo stati prestati alla TV in un momento in cui, è vero, c'era tanta paura per questo mondo, perché vigeva il timore di fare robaccia, ma noi quella paura non l'abbiamo mai sentita. Adesso invece la TV è quasi più importante del cinema, viene apprezzata da tutti, autori e spettatori più scettici compresi. Ci pensiamo spesso alla TV, anche perché a noi interessa raccontare storie, che siano diluite in più puntate, come Coliandro, o in un film non fa differenza. Non è da escludere, quindi, il nostro ritorno in TV. Non so quando o come, ma di certo è nei nostri pensieri.
Marco Manetti: è una cosa potenziale, ma ci sono due grandi dubbi. Il primo è che non so se siamo così stimolati a fare la TV che si fa adesso e che ci piace tanto (anche se la trovo difficile da seguire per una questione di pazienza), perché non so se come autori siamo adatti a realizzare serie così lunghe. Il problema è che a volte abbiamo storie troppo lunghe per un film, ma non così lunghe per realizzare una serie. E infatti Coliandro è un serial verticale, una tipologia di show che si fa pochissimo ormai.

L'altra cosa da dire è che la TV è cambiata sia in meglio che in peggio: da una parte ci sono autori che fanno TV, è vero, ma la mia impressione è che farlo oggi in maniera del tutto libera sia diventato quasi impossibile. E così gli autori, paradossalmente, si sono avvicinati alla tv quando questa ha un controllo editoriale pazzesco e questa cosa, soprattutto per la nostra natura indipendente e cialtrona, ci frena alquanto. Non so se riusciremo mai a sviluppare una storia se dall'altra parte ci sono delle persone che vogliono modificare ciò che abbiamo pensato.

Ci vengono delle idee, ce le abbiamo, anzi a volte ci volevano coinvolgere in cose carine, però sentirci limitati ci blocca. È come se andassimo a proporre una serie ambientata nella seconda guerra mondiale, e ci rispondessero "bello, ci piace, ma abbiamo troppi prodotti in costume, non è che la potete ambientare ai giorni nostri?". È un esempio per far capire su come ci dobbiamo contrapporre a una serie di valori che non dico siano sbagliati, (anche perché spesso vengono fuori delle belle cose), ma che mi fanno pensare al fatto che forse non siamo molto adatti a questo tipo di TV.

Antonio Manetti: Sì, forse dobbiamo trovare un compromesso, come era stato per Coliandro, opera che, ricordo, non è nostra, perché nata dalla mente di Carlo Lucarelli, ma che al tempo la RAI ci lasciò liberi di trasporla come volevamo. Il tutto sta dunque nel trovare un network a cui piace il nostro progetto e che al contempo ci lasci liberi quanto basta per poterlo realizzare. Quindi si, direi che la possibilità di tornare in TV rimane, poi staremo a vedere.

Everyeye.it: E ci sono film, anche horror, che vi piacerebbe rifare, anche in chiave di remake?
Marco Manetti: Guarda, ci siamo accorti che l'horror è un campo che ci riguarda più da spettatori, che da autori. È un genere che non trattiamo con molta maneggevolezza, anche se come produttori ne realizziamo molti, tra cui Il Mostro della Cripta, che inizialmente dovevamo dirigere noi (e ci era anche piaciuto se ricordate la recensione de Il Mostro della Cripta, Ndr).

Penso che tutto questo derivi anche dal fatto che siamo in due. L'horror è il genere più intimo che esista perché ti porta a mettere su schermo le tue paure, ma non è detto che le mie paure e quelle di Antonio siano esattamente le stesse. In più abbiamo un carattere solare, il che da una parte ci porta a guardare i film horror con fare sereno e senza temerli molto, dall'altra non riusciamo ad avere una fantasia ombrosa perché incapaci di sfuggire all'ironia. C'è stato però un momento in cui abbiamo cercato effettivamente di fare un remake, quello di un film di Michele Soavi, che noi chiamiamo Stage Fright, ma che forse conoscete con il titolo di Deliria. Un film che in pochissimi hanno visto, quindi chissà, magari in futuro potremmo ripensarci e riportarlo sullo schermo. Anzi, mi è venuto in mente che c'è stato un momento in cui avevamo pensato addirittura di sviluppare non un film, ma una serie tratta da Fenomena di Dario Argento, ma non so perché a nessuno piaceva questa idea quindi è caduta nel nulla.

Everyeye.it: Oggi siete ospiti della nuova edizione di Fumetti e Popcorn che quest'anno è dedicata a Tuono Pettinato. Lo conoscevate?

Antonio Manetti: Abbiamo avuto il piacere di conoscere Tuono, anzi, ti dirò di più. Quando nel 2018 sono venuto all'Arsenale per Ammore e Malavita (Marco non c'era) fu una sorpresa per me trovarlo nel pubblico e cenare con lui. Era una persona fantastica. Abbiamo avuto piccoli incontri, ma tutti molto belli. Lo abbiamo conosciuto personalmente sul set di Song'è Napule, quando è venuto per fare un blitz in occasione di una rubrica che teneva su una rivista e con cui si intrufolava sui set. Eravamo rimasti così contenti dall'incontro che gli abbiamo dato un piccolo ruolo, poi sulla scia proprio di quell'evento gli abbiamo affidato un ruolo più grande in Coliandro. Ci siamo divertiti tantissimo, seppur vedendoci poco, perché condividevamo le stesse passioni.
Marco Manetti: Tuono è un grande artista con un approccio al lavoro simile al nostro: era, cioè, contemporaneamente fan e autore, mischiava alto e basso. Sono contento che se ne sta parlando sempre di più, anche se fa male pensare che non sia più tra noi.

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