Wes Anderson ci racconta The French Dispatch: "io come De Sica"

Abbiamo incontrato a Milano il regista Wes Anderson, che ci ha raccontato di come il suo The French Dispatch abbia un DNA italiano.

Wes Anderson ci racconta The French Dispatch: 'io come De Sica'
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Wes Anderson è di sicuro un artista molto particolare. È incredibilmente sensibile, introverso, elegante, colto, curioso, solare eppure riservato all'estremo. È (anche) per questo motivo che della conferenza stampa di Milano, avvenuta in uno storico Hotel di lusso del quadrilatero della moda, non esistono immagini. Wesley Wales "Wes" Anderson, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico texano, ha deciso che neppure un'immagine dovesse uscire dall'incontro con i giornalisti, anche se pochi in verità.

Soprattutto se destinate ai social network. Un gesto quasi reazionario, se pensiamo all'epoca dell'apparenza che stiamo vivendo, e ci piace, dobbiamo riconoscere che è perfettamente in linea con il suo ultimo lavoro, The French Dispatch. Un progetto che vede al timone il solito Wes Anderson, per fortuna avvezzo al suo classico stile, eppure completamente diverso, con un racconto volutamente frammentato che farà infuriare non pochi spettatori. Eppure l'idea è di sfogliare una vecchia rivista dalle tinte francesi, di entrare nelle sue storie, di capirle e comprenderle nel profondo.

In realtà il film fa anche un passetto in più: vuole raccontare come quelle storie di un'altra epoca, in bianco e nero o con colori ormai sbiaditi, venivano cercate, scritte, rivedute e confezionate. Un giornalismo che ormai, di fatto, non esiste più e che Anderson omaggia senza volerlo, o comunque in modo implicito, come ci ha spiegato.

The French Dispatch: storia di un giornalismo che sta scomparendo

"L'ispirazione per The French Dispatch è arrivata dal New Yorker che leggevo da ragazzino. Anche se avevo pochi anni, oltre a leggere le storie mi interessavo anche a chi le scriveva. Mi incuriosiva capire chi lavorasse in redazione, come funzionasse la redazione, chi contribuiva a renderla ciò che era.

Inoltre non tutto era 'giornalismo': all'inizio c'erano sempre storie inventate, racconti di fantasia, e io ci andavo a nozze. Anche il mio film parla di giornalismo ma di fatto non lo fa, perché si riferisce soprattutto a quelle magnifiche storie che venivano inventate di sana pianta." Un film pensato con la Francia in mente, che Wes Anderson ha girato proprio in un piccolo paese d'oltralpe. "L'idea principale era di realizzare un film francese, ecco perché abbiamo girato in Francia. Inoltre parte del cast era francese, attori con cui avevo già lavorato in passato, dunque è stato naturale, difficilmente ora giro un film negli Stati Uniti, non è come all'inizio della mia carriera, preferisco viaggiare. Inoltre non volevamo fare i conti con una grande realtà, una grande città, che rende più difficile e oneroso il lavoro. Abbiamo trovato una minuscola cittadina che per i nostri scopi era perfetta, abbiamo potuto girare come se fossimo all'interno di un immenso studio cinematografico. Abbiamo trasformato alcuni scorci, stradine, angoli, abbiamo ricostruito interi set da zero, abbiamo anche coinvolto circa 1.000 abitanti del posto che hanno fatto da comparsa. Due anteprime che abbiamo fatto in Francia hanno visto le sale occupate solo dagli abitanti che ci avevano ospitato." Fra l'altro Anderson ha utilizzato 125 set diversi per The French Dispatch.

Tornando ai temi di The French Dispatch, lo stesso Anderson lo ha definito un film sul giornalismo che in realtà non parla di giornalismo. Cosa significa questo? "Non ho mai definito The French Dispatch come una lettera d'amore la giornalismo. L'ispirazione è chiara, durante i titoli di coda escono i nomi di quelle persone che con le loro storie hanno plasmato ciò che sono, ma non volevo fare un omaggio classico. Piuttosto ho pescato qua e là dal mio passato, citando in qualche modo la fonte nei titoli di coda come ho detto, ho comunque cambiato tutto in funzione della messa in scena, per rendere migliore il film. Il giornalismo resta ovviamente una mia grande passione, ancora oggi compro e leggo quotidiani, ma è chiaro che una parte di esso stia scomparendo."

The French Dispatch è sì il titolo del nuovo film di Wes Anderson ma è anche il nome della rivista protagonista, da cui vengono estrapolate le storie raccontate su schermo. All'interno del cast, numerosissimo come spesso accade nei film del cineasta texano, spicca per ovvi motivi Bill Murray nel ruolo dell'editore che tutto gestisce, tutto controlla, tutto migliora.

Un'altra figura che nel giornalismo sta svanendo: "Nel mondo c'è una lunga tradizione di grandi editori, anche se non tutte le riviste del mondo hanno aspirato alla verità. C'è sempre stato qualche furbetto che ha mirato a vendere più copie scrivendo storie false e inventate, i migliori editori invece hanno controllato che tutto ciò che pubblicavano fosse aderente alla realtà. Ho sempre adorato poi il loro modo di fare squadra, di creare delle redazioni affiatate, affinché si lavorasse meglio. Oggi invece non c'è più mediazione, ognuno può scrivere ciò che vuole ed è così che si diffonde la disinformazione. Io preferisco di gran lunga il passato, il lavoro dell'editore alla vecchia maniera, questo però potete immaginarlo bene."

Verso una terra inesplorata

In apertura abbiamo provocatoriamente detto che The French Dispatch farà infuriare non pochi spettatori. In realtà la speranza è che il pubblico possa entrare nelle storie per rimanere coinvolto sia dalla scrittura che dallo stile della narrazione, molto cangiante nella forma e nei colori.

Si passa ad esempio dal bianco e nero al colore in maniera repentina, senza preavviso. C'è però un motivo: "Una volta ho parlato con un mio collega regista, un grande difensore del bianco e nero. Mi ha spiegato che per lui era sinonimo e garanzia di bellezza e che lo stesso valeva per le proporzioni, che avrebbe girato tutto in 4:3 come si faceva un tempo. Beh io non sono d'accordo, giro scene in 4:3 ma poi passo al 16:9 quando voglio, faccio lo stesso con i colori perché tutto dev'essere al servizio della narrazione. Ogni cosa deve servire a migliorare il film. Inoltre c'è una preparazione dietro non da poco, non si può passare dal bianco e nero al colore in modo immediato. Al di là del cambio della pellicola, se giri in maniera classica, devi anche pensare alla luce. Un oggetto di un certo colore magari non è adatto al bianco e nero perché poi non rende, mi piace pensare a tutta questa fase di sviluppo come a un pittore che prepara la tela e la tavolozza. In base alla scena che hai di fronte devi ordinare la pellicola di conseguenza, un po' come scegliere un pennello."

Prima di salutare Wes Anderson ci è balenato in mente un ultimo dubbio, se così vogliamo chiamarlo. Abbiamo ben compreso come il giornalismo di un tempo abbia ispirato The French Dispatch, la sua forma antologica però ci ha ricordato un certo tipo di cinema tipicamente italiano, è da lì che arriva l'ispirazione formale? "In tutta sincerità l'ispirazione arriva da "L'oro di Napoli" di De Sica. Era un film che raccoglieva storie diverse, una tradizione molto italiana che ho ritrovato anche in Fellini, Pasolini, Visconti. The French Dispatch arriva proprio da lì."

Archiviato dunque questo progetto, è già tempo di guardare avanti: "Sapete, ho già finito di girare il mio film successivo. È ambientato negli Stati Uniti ma lo abbiamo girato in Spagna. Come dicevo adoro viaggiare, ogni volta incontri troupe eterogenee, lavori con il fonico indiano, con il macchinista italiano, l'ultima volta c'era persino un burattinaio inglese."

"Talvolta girando i vari Paesi del mondo trovi anche attrezzature che da altre parti, negli USA, non si utilizzano. In Francia ad esempio ho scoperto uno stratagemma che chiamano 'Apple Box', una sorta di cassetta della frutta che utilizzano per sollevare una sedia in modo che chi recita sia in linea con la macchina da presa. Non esiste da nessun'altra parte e da quando l'ho scoperta la porto sempre sui miei set"
, e probabilmente è proprio con questa idea del viaggiare, dello scoprire nuove storie e volti che bisogna vedere al cinema The French Dispatch dall'11 novembre, senza pregiudizi e con tanta voglia di lasciarsi travolgere da qualcosa di nuovo.

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