Intervista Vizio di forma: Joaquin Phoenix

Quattro chiacchiere col protagonista del nuovo film di Paul Thomas Anderson

intervista Vizio di forma: Joaquin Phoenix
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Dopo il meraviglioso The Master, che nel 2012 aveva entusiasmato il pubblico del Festival di Venezia e si era aggiudicato il Leone d’Argento, la Coppa Volpi per i due protagonisti e tre nomination all’Oscar, il regista Paul Thomas Anderson e il talentuoso attore Joaquin Phoenix sono tornati a collaborare per un nuovo, interessantissimo progetto, in arrivo nelle sale italiane il 26 febbraio per Warner Bros: Vizio di forma, trasposizione dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, una detective story ambientata nella California del 1970. Un’opera stralunata ed affascinante, sorretta principalmente dalla verve e dalla presenza scenica di un istrionico Joaquin Phoenix nel ruolo del detective privato Larry Sportello, detto Doc, coinvolto in una serie di intrighi e di misteriose sparizioni, nel faticoso tentativo di ritrovare il bandolo della matassa. A Roma, in occasione della presentazione del film alla stampa, abbiamo incontrato Paul Thomas Anderson e Joaquin Phoenix; ecco di seguito il resoconto della conferenza con il bravissimo attore americano, che grazie alla sua performance in Vizio di forma (in cui divide lo schermo, fra gli altri, con Josh Brolin, Benicio del Toro, Owen Wilson e Reese Witherspoon) ha ricevuto la nomination al Golden Globe.

Doc Sportello in carne e ossa

Vizio di forma è la sua seconda collaborazione con Paul Thomas Anderson: in che modo ha lavorato per immergersi nel personaggio di Doc Sportello, caratterizzato da una fisicità esasperata?
Per The Master, quello che sembrava dover essere interiorizzato del personaggio, il suo tormento intimo, io al contrario l’ho esteriorizzato, l’ho reso anche fisico, ma quello era un caso particolare. Per Vizio di forma invece ho tratto ispirazione da film e serie Tv del periodo, come per esempio I tre marmittoni, e dalle facce buffe degli attori dell’epoca, con espressioni quasi da cartone animato. Ma volevo rendere anche l’atteggiamento più pensieroso di Doc.

È vero che per il look di Doc Sportello vi siete ispirati al cantautore Neil Young?
Sì, mi piace molto Neil Young e il primo riferimento che mi ha dato Paul Thomas Anderson per il look del personaggio è stato una fotografia di Neil Young, soprattutto per l’acconciatura e le basette. Poi Paul ha accumulato nel suo ufficio libri e fotografie del periodo ai quali ci siamo ispirati, ma non ricordo i singoli elementi da cui abbiamo tratto spunto, perché abbiamo preso in rassegna tantissimo materiale. È un processo organico che si sviluppa per circa due mesi.

Nella costruzione del personaggio di Doc Sportello, fino a che punto si è basato sulla descrizione fornita nel romanzo di Thomas Pynchon e quanto invece ci ha messo di personale?
Il punto di partenza in effetti è stato il libro e poi le successive conversazioni con Paul Thomas Anderson. In qualità di attore, io mi trovo a fare da “filtro”: quello che vedete nel film, in fondo, è la mia interpretazione del romanzo e del personaggio, perché ci metto sempre qualcosa di personale, mentre un altro attore lo avrebbe interpretato in modo diverso; ma non mi sono sforzato di aggiungere qualcosa in più rispetto al libro.

Prima di girare Vizio di forma, ha fatto delle ricerche a proposito del movimento hippie e della cultura degli Anni ’70?
In realtà, la mia è una ricerca mirata a confermare quello che ho già intenzione di fare in qualità di attore. Non mi ha mai interessato apprendere nozioni particolari su un determinato periodo, ma mi limito a sfruttare le mie conoscenze per calarmi in un personaggio. Poi purtroppo tendo a dimenticarmi tutto... come per un esame, quando dopo aver studiato rimuovi tutte le informazioni; forse è perché io lavoro a compartimenti stagni, e dopo aver interpretato un personaggio tendo a dimenticare ogni cosa.

Per la sua interpretazione si è ispirato anche a Il grande Lebowski?
No, amo quel film ma non mi ci sono ispirato in maniera consapevole.

Solitudini sul grande schermo

Come si è trovato a lavorare accanto a Josh Brolin, con il quale mostra una grande alchimia sullo schermo?
Non mi ricordo se con Josh abbiamo improvvisato o meno, a volte queste tecniche sono una sorta di riscaldamento mentre proviamo prima di girare una scena. Quello fra Doc e Bigfoot è un rapporto molto importante già nel libro, ne eravamo consapevoli e volevamo che questo fosse evidente anche nel film. È stato molto facile lavorare con Josh, ci siamo divertiti; in alcune giornate magari avevamo delle difficoltà con una specifica scena, mentre in altri casi riuscivamo ad essere più spontanei e a completare le nostre sequenze più facilmente.

Com’è stato invece ritrovare sul set Reese Witherspoon, a quasi dieci anni di distanza da Walk the Line?
Mi ha fatto molto piacere lavorare di nuovo con Reese, lei è una persona molto diretta e che non ti racconta stupidaggini... è stato bello ritrovarla sul set.

Crede sia possibile instaurare un confronto fra la solitudine di Doc Sportello e quella del personaggio di Theodore nel film di Spike Jonze Lei?
No, non mi è venuto in mente un parallelismo fra questi due ruoli, ma se qualcun altro li ha colti la trovo una cosa interessante.

I suoi film più recenti sono ambientati quasi tutti nel passato o, nel caso di Lei, in un prossimo futuro... quando la vedremo di nuovo in un film di ambientazione contemporanea?
Non ci avevo mai pensato, ma ora che me lo fate notare mi rendo conto che in effetti è vero! Comunque no, non credo sia difficile immaginarmi in un personaggio dei giorni nostri.

Ha interesse a debuttare dietro la macchina da presa?
No, non ho progetti in tal senso.

Può darci qualche indiscrezione sul nuovo film che ha girato insieme a Woody Allen?
No, non posso anticiparvi nulla... posso solo dirvi che la pratica è già chiusa, e che ha richiesto la lettura di vari libri di filosofia.

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