Viaggio nell'animazione: l'intervista a Cinzia Angelini, autrice di Mila

La nostra intervista a Cinzia Angelini, regista e story artist italiana di stanza a Los Angeles. Tra i suoi lavori Balto, Spider-Man 2 e Cattivissimo me 3.

Viaggio nell'animazione: l'intervista a Cinzia Angelini, autrice di Mila
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Autrice, story artist e regista, Cinzia Angelini è una delle professioniste italiane più affermate nel campo dell'animazione e nel corso della sua carriera ha lavorato per alcune delle più importanti major statunitensi come Warner Bros., Dreamworks, Sony e Illumination Entertainment. Collaborando con un numero elevatissimo di studi ha quindi fatto parte del team di diversi film molto conosciuti, successi internazionali come Il Grinch con la voce di Alessandro Gassmann.
Esperienze in Italia ma soprattutto negli Stati Uniti, dove ha collaborato con Illumination Entertainment anche nella lavorazione di Cattivissimo Me 3. Abbiamo quindi parlato con lei del suo mestiere a tutto tondo, cercando di svelare trucchi, segreti e retroscena di un lavoro puntuale e prezioso come il suo. Perché Cinzia è anche regista, e ora il suo cortometraggio Mila è pronto ad aprire il Trento Film Festival 2021 ed essere poi distribuito da Rai Ragazzi.

Prime esperienze e i lavori all'estero

D: Quando è nata la passione per l'animazione?

Cinzia Angelini: Ho sempre amato disegnare da bambina. Fortunatamente mia madre è pittrice e mi ha lasciato molta libertà. Crescendo desideravo fare qualcosa che fosse legato all'arte e il sostegno dei miei genitori fu fondamentale. Quando finii il liceo decisi di iscrivermi a una scuola di grafica pubblicitaria e casualmente quell'estate prima di iniziare le lezioni un'amica di mia madre mi parlò di un corso triennale serale del Comune di Milano (CTC), che frequentai in contemporanea alla scuola di grafica. Dopo poche settimane già sapevo di esser stata conquistata dall'animazione.
Lavorai per un anno a Milano alla MIX Film come freelance ma sin da subito avevo l'ambizione di andare a Los Angeles e occuparmi di lungometraggi di qualità. Ci fu l'occasione di collaborare con Amblimation, lo studio di Steven Spielberg all'epoca, per il film Balto (1995) a Londra, prima di spostarmi a Monaco e tornare subito dopo a Londra per lavorare alla Warner Bros.
Nel corso dell'estate mi presentai al Festival di Annecy con il mio portfolio, mostrando i miei lavori di animazione tradizionale. E Dreamworks, formatasi nel 1994, stava cercando animatori per Il principe d'Egitto. 
Apprezzarono il mio lavoro e mi chiesero di far parte del team a Los Angeles. In due mesi ottenni la Green Card e dall'ottobre 1997 vivo e lavoro stabilmente a L.A.


D: La prima esperienza fuori dall'Italia fu Balto?

Cinzia Angelini: Sì, ero l'ultima ruota del carro. Dovevo imparare, con un inglese scolastico e un supervisore scozzese. Puoi immaginare la difficoltà nella comunicazione... Ma ho sempre trovato professionisti molto disponibili e un ambiente basato sulla meritocrazia. 

D: Una delle differenze più grandi con l'Italia?

Cinzia Angelini: In Italia mi sentii dire che non avrei potuto fare animazione in quanto donna. Sono situazioni che ti distruggono oppure ti conducono a una reazione.

Differenze con l'Italia e momenti chiave

D: Da italiana in un contesto straniero qual è stata la difficoltà maggiore? 

Cinzia Angelini: L'italiano è sempre molto amato, in generale, perché siamo considerati artisti, creatori, inventori. Siamo sempre i benvenuti. Il nostro è un Paese molto ricercato e s'incontrano persone che l'hanno visitato e che amano la nostra cultura. Dal punto di vista professionale ho migliorato l'inglese ma diverse persone ti considerano sempre un po' come un outsider. In quanto donna con l'accento straniero non sono avvantaggiata. Ora con il MeToo c'è forse più attenzione ma tra gli anni '90 e i primi anni 2000 ne ho viste di tutti i colori, anche se non personalmente.
Tuttavia negli studi ti accorgi che c'è il "Boys Club" e in quanto straniera, chiunque mostri un accento diverso o si sa esprimere con difficoltà incontra un freno inevitabile. Gli americani sono molto nazionalisti e hanno difficoltà a volte a comprendere la situazione di chi ha dovuto imparare una nuova lingua e superare la barriera dell'errore. Consiglio a qualsiasi persona che coltivi l'intenzione di recarsi negli USA d'imparare bene l'inglese perché è fondamentale. 


D: Se dovessi indicare un aspetto chiave in cui è cambiata l'animazione da quando hai iniziato, quale sceglieresti?

Cinzia Angelini: Adesso l'animazione è molto più globale. Quando iniziai io l'obiettivo era Los Angeles. Se volevi fare animazione in stile Disney c'era solo L.A. Ciò che di positivo esiste ora è che si può lavorare con animatori di altri studi da remoto, soprattutto nell'ultimo anno con l'avvento della pandemia. Gli studi hanno capito che tanti lavori possono essere realizzati in questo modo. 

Il viaggio di Mila

D: Com'è andata con Mila, il tuo cortometraggio distribuito in Italia da Rai Ragazzi, che aprirà in anteprima assoluta il Trento Film Festival il prossimo 30 aprile?

Cinzia Angelini: Con Mila iniziai più di dieci anni fa a lavorare insieme a tutti i volontari da remoto. Rappresentiamo 35 Paesi; Valerio Oss con Pixel Cartoon è stato tra i primi a unirsi al progetto. Nel 2015, quando Mila era ancora in lavorazione, girai diversi studi qua negli USA promuovendo il lavoro da remoto. Certamente questo tipo di approccio è un cambiamento positivo.
L'altra differenza è che oggi l'animazione è molto più a portata di mano. Prima con il 2D era necessario frequentare una scuola o farsi le ossa in uno studio, spostandosi fisicamente. La competizione era minore. Oggi con tutte le scuole online di animazione che sono spuntate è molto più difficile per un ragazzo farsi strada e trovare un posto, nonostante la richiesta sia tantissima e in costante aumento.
Rispetto ad altri settori l'animazione non si è fermata. Il settore più penalizzato è quello degli effetti visivi, perché lavora tanto con il live action.
Ora Mila è finito, abbiamo lavorato al sound mix con Skywalker Sound di George Lucas a fine dicembre e nel giugno 2019 Cinesite si è unita al progetto. Mi hanno sostenuta, e grazie al downtime tra i due film sulla Famiglia Addams si sono dedicati a Mila, lavorando dieci mesi su effetti speciali e un po' d'animazione. Una delle cose più belle di Mila è stato poter unire il mondo dell'indipendente con il mainstream studio.
Unire le forze e finire il prodotto insieme, con il fine ultimo di vedere Mila sul grande schermo e portare in giro il tema della tragedia dei bambini colpiti dalla guerra. 

D: Cinema indipendente e mainstream studio. Credi sia stata questa la svolta di Mila?

Cinzia Angelini: Eravamo arrivati a un momento molto complicato. Lavorando da così tante diverse postazioni e con diversi programmi a un certo punto tutti i nodi vengono al pettine. Cinesite ha inglobato tutto il progetto e si è fatto carico della responsabilità del film. Hanno fatto un lavoro straordinario, rispettando ciò che era stato fatto in precedenza.

D: Quante persone hanno lavorato al film prima dell'ingresso di Cinesite?

Cinzia Angelini: Circa 350 e arriveremo a più di 400 crediti per il film. Ho avuto la fortuna di avere una producer incredibile, Andrea Emmes, che mi segue dal 2010 per organizzare tutto. Inizialmente cominciammo a organizzarci in un forum piuttosto datato e poi con l'arrivo di UPS, molto più intuitivo, passò tutto lì e la comunicazione divenne più veloce. In ogni caso non so quante mail ho mandato, qualche milione! 

D: Perché hai scelto di raccontare la storia di Mila?

Cinzia Angelini: Sono sempre stata molto sensibile a ciò che accadeva nel mondo. Quando avevo 18 anni c'era la guerra nei Balcani, vicino all'Italia, e il genocidio in Ruanda. Sono cresciuta con tante storie di guerra perché mia nonna era piccola durante la Prima Guerra Mondiale e mia mamma era bambina durante la Seconda. Mi sono stati tramandati tanti racconti bellici e mia madre in particolare mi ha trasmesso quello che ha provato da bambina durante i bombardamenti; si bloccava e rimaneva ferma e immobile finché qualcuno non la recuperava e la portava nel rifugio.
Mi sono sempre chiesta, al di là di quelle fisiche, quali fossero le conseguenze psicologiche e in quali termini possono influire sui bambini che vivono i conflitti in prima persona. All'epoca avevo due o tre idee ma la storia di Mila quando facevo il pitch con i miei amici era la trama che attirava più consensi. Iniziai a creare lo storyboard e vidi tutto l'entusiasmo dei colleghi. In seguito mi fermai un anno, anche per la crisi finanziaria del 2008; quando ripresi, le persone interessate a collaborare mi invitarono a realizzarlo, nonostante non ci fosse budget.
Si proposero volontari e proprio come una valanga il progetto crebbe, grazie al passaparola e all'interesse della stampa. Non era una cosa pianificata, è nata. Mila è particolare soprattutto per il tema; se avessi fatto un film divertente, una storia leggera, non penso che avrebbe avuto tutto questo riscontro, perché generalmente gli artisti sono persone sensibili e se vogliono dedicare il tempo libero a un progetto vogliono farlo per qualcosa che conti, che abbia un tema forte.
 

D: E poi come sono proseguiti i lavori?

Cinzia Angelini: Sono stata molto fortunata, perché in dieci anni non cambiano solo i progetti ma anche le persone. Quando riscrissi la seconda versione di Mila decisi di chiedere a una persona fidata e molto brava, Emanuela Cozzi, board-artist LAIKA, di fare lo storyboard, perché volevo il riscontro di qualcun altro. Si trattava di una storia talmente vicina alla mia intimità che personalmente la trovavo sempre molto comprensibile ma volevo che venissero evidenziati potenziali problemi narrativi da qualcuno che fosse esterno.
E penso sia stata una delle cose fondamentali e vincenti del film. Mi confermò che la trama era chiara anche a uno sguardo estraneo alla sua genesi. Si tratta di una narrazione legata a un sentimento e se era chiara dieci anni fa lo è anche adesso. 
Anche questo ha aiutato il processo. Purtroppo il problema dei bambini in zone di guerra è ancora molto attuale. 

D: Secondo te è cambiato l'immaginario popolare dell'animazione, rispetto al passato?

Cinzia Angelini: Sicuramente da quando ho iniziato qualcosa è cambiato. Quando realizzai il pitch di Mila lo portai agli studios ma non c'era volontà di produrre un corto animato sulla guerra. In Europa sono sempre stati un po' più aperti a progetti indipendenti di questo tipo.
Nel lungometraggio ci sono stati Persepolis, Valzer con Bashir e La tomba delle lucciole in Giappone. Sono comunque pochi, li conti sulle dita di una mano. Nel corso degli anni sono cambiate le cose e Netflix sta aiutando in questo senso. Posso citare Death, Love + Robots, un ensemble di corti per adulti. Stanno spingendo l'animazione a non essere più categorizzata come cinema per bambini ma come una forma d'arte con la quale si può raccontare qualsiasi cosa.
L'Europa e il Giappone sono sempre stati un po' più all'avanguardia da questo punto di vista mentre gli USA erano molto più legati al mainstream e al cinema per l'infanzia. Ora le cose stanno cambiando anche grazie ai film della Pixar, con uno studio imponente che sperimenta e tenta strade nuove. L'ultimo film, Soul, poteva essere tranquillamente un live action.

Il ruolo della Pixar e il MeToo

D: Quanto è ingombrante la presenza della Pixar per chi gravita intorno al mondo dell'animazione?

Cinzia Angelini: La Pixar è stata un punto di riferimento perché ha sempre guardato in avanti, sfidato e scoperto nuove strade. Hanno spinto il mondo dell'animazione alla consapevolezza di poter essere di più di quello che pensava.
Sono contenta che siano riusciti ad andare avanti in maniera positiva dopo il "patatrac" con John Lasseter. Purtroppo erano comportamenti ampiamente conosciuti che grazie al MeToo sono venuti allo scoperto, perché hanno limitato la possibilità di tantissime donne Pixar di crescere.
Ora con la leadership di Pete Docter sono riusciti ad assorbire il colpo e spero anche a essere un ambiente di lavoro più sano rispetto a prima. Sono sempre un punto di riferimento, con un budget straordinariamente differente da altri studi.
Esistono altre realtà che avrebbero potuto essere come la Pixar ma non sono riusciti ad arrivare al loro livello. Certamente sono uno studio al di sopra degli altri, sia come storytelling che come tecnologia.
Però è possibile fare film molto validi in altri modi, come Wolfwalkers ad esempio. Si possono realizzare film maggiormente sperimentali o per adulti, senza spendere milioni di dollari. La Pixar è stata fondamentale per l'evoluzione dell'animazione e per arrivare al punto in cui siamo oggi. 

D: Qual è stata la tua percezione del MeToo, da donna professionista che vive e lavora negli Stati Uniti?

Cinzia Angelini: Il MeToo è nato negli USA perché gli americani spesso sono in prima linea nella nascita di questi movimenti di ribellione. Ciò non toglie che sia rilevante dappertutto. Io lo sentivo già in Italia. Mi sentivo inscatolata ed etichettata come "destinata a rimanere lì" in quanto donna. Me lo dissero proprio in faccia. Era il 1994, non il 1800.
Si tratta di qualcosa talmente radicato a livello culturale che prima di cambiarlo ci vorrà un po'. Il MeToo ha dato uno scossone a tutti quanti e grazie a Dio ci sono tantissimi uomini che conosco che sostengono il MeToo e le donne già da prima di questo movimento.
Purtroppo bastano poche persone per rovinare l'ambiente, soprattutto se hanno cariche di potere. Ritengo fondamentale che persone a capo di studi e società diano il buon esempio e si assicurino che situazioni di questo tipo non accadano, perché se l'atteggiamento sbagliato arriva dall'alto, tutte quelle persone che non hanno le idee chiare o sono contro il MeToo contribuiscono a fare passi indietro. Ed è molto facile tornare indietro. 
L'ho vissuto personalmente ed è difficile per un uomo capire. Noi adulti dobbiamo insegnare alle nuove generazioni quali sono i valori giusti e come trattare e rispettare qualsiasi persona. 

Carriera 2.0 e futuro

D: Abbiamo interrotto il racconto della tua carriera alla DreamWorks. 

Cinzia Angelini: Imparai il più possibile alla DreamWorks. Fu una grande occasione e una fantastica esperienza. Ribadisco che uno dei dettagli che apprezzai maggiormente fu la meritocrazia. Indipendentemente da chi eri, se facevi bene venivi rispettato.
Quando uscì Toy Story in DreamWorks si iniziò a parlare del 3D e chiesero agli animatori tradizionali chi fosse interessato a imparare a lavorare col programma Maya e io, da provetta esploratrice, richiesi di partecipare al training. Prima con Spirit, dove lavorai principalmente con il 2D iniziando a fare qualcosa di piccolo con il 3D. Poi con Sinbad mi occupai principalmente del 3D sui vari mostri, insieme al 2D. 
A quel punto ricevetti l'offerta della Sony e lavorai ai visual effects di Spider-Man 2 di Sam Raimi e poi Boog & Elliott - A caccia di amici, prima di spostarmi alla Disney proprio nel periodo in cui acquisì la Pixar. Nei sei mesi successivi, sfruttando il maggior tempo a disposizione, iniziai a scrivere personalmente delle storie e da lì compresi di voler passare a lavorare come story artist.
Dopo la pausa del 2008 tornai a lavorare con il 2D e poi con il 3D per Illumination, mostrando il mio portfolio al mio attuale capo, Dave Rosenbaum, lavorando su Minions prima di tornare alla DreamWorks dopo 12 anni come story artist, per poi fare ritorno nuovamente a Illumination con Dave [Rosenbaum, ndr] per Il Grinch e Cattivissimo Me 3. Infine approdai a Cinesite, con cui lavoro ormai da quattro anni. 
Con loro posso collaborare come freelance da remoto e la pandemia non ha intaccato più di tanto la mia giornata lavorativa. 


D: A quali progetti stai lavorando?

Cinzia Angelini: Un anno fa mi hanno offerto la regia di un film, Hitpig, che avrà Peter Dinklage nel cast vocale. Tra i miei sogni nel cassetto c'è un film d'animazione ambientato a Venezia che mi piacerebbe realizzare coinvolgendo anche l'Italia. Un passo alla volta.