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Sir Ian McKellen incontra il pubblico di Roma, fra Shakespeare e gli X-Men

L'attore britannico è arrivato alla Festa del Cinema per raccontarsi attraverso la sua carriera. Fra cinema e teatro, ecco il nostro resoconto della serata

intervista Sir Ian McKellen incontra il pubblico di Roma, fra Shakespeare e gli X-Men
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Il nome di Ian McKellen si accompagna all'appellativo Sir per ragioni istituzionali (nel 1979 fu insignito della carica di Commendatore dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta II) e non solo. Ciò che ha dato, e continua a dare al teatro, al cinema, e di recente anche alla televisione, è un dono inestimabile per l'umanità intera: non esageriamo a definirlo uno tra i più grandi interpreti viventi dello spettacolo, capace di migrare dalla classicità del teatro shakesperiano alla modernità in digitale delle celebri saghe a cui ha partecipato (X-Men e Il Signore degli Anelli) senza differenze di peso artistico. Ed è con tutto l'entusiasmo dei suoi 78 anni che l'attore britannico si presenta alla Festa del Cinema di Roma per incontrare il pubblico e mostrare le immagini del documentario a lui dedicato McKellen: Playing the Part, una prova di "egocentrismo che non mi appartiene", confessa McKellen, "ma che ho abbracciato con gioia". Le luci in sala sono già spente quando gli applausi scroscianti lo accolgono, e come a voler rompere la quarta parete il Sir abbandona ogni regola e si lancia tra la folla correndo a salutare i presenti.

L'attualità di Shakespeare

"È bellissimo tornare in Italia dopo così tanti anni, la patria di Eduardo De Filippo e Giorgio Strehler" esordisce McKellen, "Ricordo ancora la prima volta che venni qui a Roma da ragazzo per recitare l'Amleto e mi innamorai di un collega italiano. Si chiamava Pietro e passammo la notte insieme. Una lunga notte... Il giorno dopo avevo il volo che mi avrebbe portato a Vienna: quella sera dovevo essere in scena e non potevo assolutamente perderlo, così Pietro mi portò in aeroporto infrangendo qualsiasi norma stradale. Per fortuna il pilota decise di aspettarmi, perché non poteva immaginare l'Amleto senza Amleto. Che dio benedica quell'uomo!". C'è il marchio di William Shakespeare sul percorso artistico dell'attore, dagli allestimenti nei piccoli teatri di Londra ai costosi adattamenti cinematografici di cui è stato protagonista (come il Riccardo III del 1995 al fianco di Maggie Smith): "Sono sempre rimasto toccato dal fatto che il più grande personaggio inglese mai vissuto non fosse un politico o un militare ma un attore e drammaturgo che conosceva meglio di ogni altro la natura umana. Shakespeare era affascinato allo stesso modo da colui che serviva ad un bar e da un re seduto sul trono, perché aveva compreso la complessità degli uomini. E il suo spirito è ancora vivo nonostante il tempo, il significato delle sue opere ancora attuale".

Il teatro è vita

Dunque appare piuttosto ovvia la sua preferenza fra teatro e cinema, due forme espressive completamente differenti: "Shakespeare è il teatro e io appartengo al teatro. Preferisco quasi andare in scena in teatri piccoli, da trecento posti, anche se da giovane sognavo di poterne riempire di più grandi. Era il desiderio di chi voleva diventare un attore professionista, poi con il passare degli anni ho capito che l'importante non era conquistare la celebrità ma qualcosa di più profondo". E a chi chiede come abbia fatto a trasportare l'anima del bardo su altre piattaforme comunicative risponde che "Shakespeare era già moderno all'epoca, e oggi ha bisogno di modernità. In che modo? Passando dai media moderni, cinema, televisione, tutto ciò che abbiamo a disposizione." A proposito di tv, una clip selezionata per l'incontro lo ritrae nell'esilarante sit-com Vicious che l'ha visto protagonista per due stagioni insieme a Derek Jacobi. "Ah Derek, mio carissimo amico, non sapete che piacere è stato incontrarci di nuovo dopo tanti anni su un set. Dovete sapere che io e lui ci conoscemmo ai tempi del college e ci innamorammo... o almeno, io ero innamorato, lui forse ricambiava. Ma non avremmo mai potuto rivelare i nostri sentimenti perché era vietato per legge avere una relazione omosessuale. Peccato, ora è tardi e lui è felicemente sposato (ride)". Dei meccanismi televisivi dice di amare la "visione simultanea di cui godono milioni di persone, e questo è grandioso, mentre grazie al cinema puoi raggiungerle nel corso degli anni. Certo rimango più affezionato al potere del teatro, perché è una rappresentazione dal vivo con la possibilità di condividere un momento con chi ti guarda. Come adesso: siamo qui, ora, io sono qui con voi, è vera condivisione, non è ieri nè domani, ma oggi. Il teatro è vita!"

Attore mutante

Dal travaglio delle tragedie shakesperiane alle avventure pop di un cinecomic, l'arrivo di Ian McKellen nel cinema americano è stato quasi una conseguenza naturale del lavoro maturato nei piccoli palcoscenici. "Molti mi chiedono come ho fatto ad accettare il ruolo nei film degli X-Men: per me è molto semplice, non credo che il fumetto e le sue storie siano così distanti dagli argomenti di Shakespeare. Fu Bryan Singer ad introdurmi nel mondo dei mutanti, esseri con qualità speciali rigettati dalla società e tenuti lontani come feccia. Mi pare che fu proprio la Marvel a rivelare, grazie ad un'indagine sul profilo dei lettori del fumetto, che la maggior parte di questi erano ragazzi di colore, gay ed ebrei. Cosa significa? Essenzialmente X-Men parlava di diritti civili e della dura lotta per conquistarli. Quando ti dicono che non sei il benvenuto perché gay, nero, o diverso da loro, come si reagisce a questa ingiustizia? Potrà anche avere un background squisitamente fumettistico ma la matrice è shakesperiana fino al midollo".

L'incontro si chiude fra i ricordi della Nuova Zelanda e della compagnia di lavoro sul set de Il Signore degli Anelli, che "era a tutti gli effetti la mia famiglia, e ci siamo tatuati lo stesso simbolo di questa esperienza (il numero nove scritto in elfico). Dieci o dodici anni insieme, contando anche la trilogia de Lo Hobbit, hanno fatto somigliare questo impegno ad una vacanza con gli amici. Una bellissima vacanza". E per chi ancora si morde le mani al ricordo di un Oscar sfiorato - per l'interpretazione in Demoni e Dei - e soffiato proprio dal nostro Roberto Benigni, McKellen riserva un ultimo pensiero: "Non rimpiango nulla né avrei voluto vincere ad ogni costo. Quel film rimarrà cruciale, il turning point della mia carriera, che mi aprì definitivamente le porte di Hollywood e senza il quale io non sarei qui a parlare con voi. E non dimenticherò mai il messaggio di James Whale (il personaggio di Demoni e Dei), che negli anni Trenta dichiarò la sua omosessualità: quando la gente vi dirà che non potete essere un insegnante, un regista, un politico, un uomo, solo perché siete gay, non ascoltatela. Andate avanti".