Ron, Un amico fuori programma: come si dirige un fim di formazione animato?

Abbiamo incontrato virtualmente i co-filmmaker Jean-Philippe Vine e Ocatvio E. Rodriguez, che ci hanno parlato di coming of age e ispirazioni.

Ron, Un amico fuori programma: come si dirige un fim di formazione animato?
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Il riuscito Ron - Un amico fuori programma è finalmente nelle sale italiane (qui la nostra recensione di Ron), occasione che ci ha permesso di intervistare i co-registi del film Jean-Philippe Vine e Octavio E. Rodriguez (ma il titolo è stato anche diretto da Sarah Smith). Una pellicola dedicata all'amicizia nell'era del web 2.0, dove è difficile collegarsi col prossimo a cuore aperto e soprattutto concretamente, perché tutti connessi ai social network, personalità filtrate da algoritmi.

Quello che volevano creare gli ideatori di Ron era invece una storia non solo di formazione, coming of age di un adolescente "un po' fuori dal mondo", ma anche un nuovo modo derivativo di guardare all'amicizia inter-specie, in questo caso tra umani e robot. Con molta chiarezza, Vine e Rodriguez ci hanno dunque spiegato il loro modus operandi, le loro ispirazioni e ciò che volevano raccontare con questo loro film delizioso ed emozionante, che potete già trovare in sala.

Ron: giovani e tecnologia

Everyeye.it: Uno dei temi principali di Ron è il rapporto tra le giovani generazioni e la tecnologia. Potete rivelarmi il vostro approccio a questo argomento e qual è il vostro rapporto con la tecnologia?
Jean-Philippe Vine: Come genitori ci siamo molto interessanti alla qualità del tempo che i ragazzi passano online, a come il loro modo di vedersi si riflette attraverso i social network e a come questo vada a influire sull'autostima e sulla capacità di fare nuove amicizie

Questa era la storia che volevamo raccontare, cioè come i social media ci dipingono e se i legami online con persone che sono simili a noi siano sempre una buona cosa. L'amicizia è più bella da sperimentare soprattutto quando si hanno opinioni diverse. La storia che cercavamo di raccontare con Ron è appunto questa, perché non è un rapporto filtrato da un algoritmo o da un social network ma è proprio dedicato a loro due e al legame che tentano di costruire insieme.
Octavio E. Rodriguez: Sì, penso di essere totalmente d'accordo con quanto detto da Jean.

Con un occhio a Spielberg e l'altro a se stessi

Everyeye.it: Esistono molti film animati dedicati all'amicizia tra umani e robot, e Rob mi ha ricordato infatti qualcosa di Big Hero 6. Vi siete in parte ispirati a qualcuno di questi film? Quali sono state le vostre influenze principali?
Jean-Philippe Vine: La principale ispirazione è certamente l'universo spielberghiano, ma non abbiamo pensato a film sui robot perché il nostro principale interesse era quello del racconto coming of age, cioè una storia di formazione.

Infatti Barney, il nostro protagonista, cerca di capire chi è veramente all'interno di questo universo social, e tutto diventa molto più intenso quando arriva questo piccolo robot a sconvolgere la sua vita. Barney è questa sorta di ragazzino emarginato che cerca di capire cosa vuole dalla vita. In questo senso abbiamo molto amato E.T. perché racchiude in sé questa criticità nell'aiutare un ragazzino a crescere.

Ocatvio E. Rodriguez: E anche Stand by Me.
Jean-Philippe Vine: Sì, anche Stand by Me, perché i ragazzini protagonisti tentano di capire chi sono.
Ocatavio E. Rodriguez: Credo sia una grande cosa, da filmmaker volevamo mantenere il film il più concreto possibile quindi fare ruotare tutto attorno all'amicizia di due persone e a quanto l'interazione sociale possa diventare imbarazzante. In sostanza il racconto di come due persone diventano amiche.

Everyeye.it: Avete parlato delle vostre principali influenze ma siamo curiosi di sapere: qual è la vostra personale storia coming of age?
Octavio E. Rodriguez: Wow, bella domanda. Vediamo, la verità è che sto ancora imparando. Ma seriamente, per me crescere significa capire chi sei in questo mondo. Poi sai, io sono nato in Porto Rico e mi sono trasferito in California, e credo che sia qualcosa che abbia molto influenzato la mia identità. Anche Barney soffre la stessa cosa e penso sia abbastanza strano tentare di trovare se stessi attraversando tutto questo e non appartenere a una maggioranza in California.

Potrei andare avanti ancora ma credo che la cosa più importante sia il senso di resilienza - come diceva mio padre - e di persistenza. Ma anche l'essere un artista. I miei sono entrambi dottori, e vedermi diventare un artista per loro è stato qualcosa di completamente diverso, ma ne vanno fieri.

Jean-Philippe Vine: Siamo artisti e molti di noi hanno passato la loro infanzia chiusi in cameretta a leggere fumetti. Per me quella è stata una vera formazione, e mi ha regalato il sogno di creare e racconta delle storie. E anche Barney è così, un bambino che vive la sua vita in cameretta e che Ron cerca di comprendere. Non è una particolare storia coming of age, ma è più correlata alla sensazione di voler diventare artisti e come questo dia senso al mondo.

Il compito del regista

Everyeye.it: Come ultima domanda, qualcosa di più tecnico, visto che i nostri lettori chiedono spesso di conoscere meglio il vostro lavoro. Non credo sia facile da spiegare, ma sapreste dirmi com'è dirigere un film d'animazione dalle prime fasi di sviluppo fino al prodotto finale?
Jean-Philippe Vine: Credo che l'aspetto più importante dell'essere regista sia conoscere la propria storia alla perfezione, è il compito principale. Dunque, dalle prime fasi di costruzione del pitch alla collaborazione con gli sceneggiatori, è necessario avere un forte senso del proprio storytelling.

Everyeye.it: Probabilmente, a nostro avviso, anche più di un live-action...
Jean-Philippe Vine: Sì, è vero. Perché ci potrebbero volere anche cinque anni per realizzare un film come questo. E molte crew lavorano anche separatamente. Ma una cosa che ho imparato molto in fretta nel mio lavoro è che da regista non devi essere lì fuori a dare ordini in continuazione, ma avere chiara in mente la tua visione e saperla spiegare altrettanto bene , per spingere tutti a dare il meglio di loro stessi affinché venga realizzata.

Octavio E. Rodriguez: Sì, sono totalmente d'accordo. Penso siano due le cose essenziali. La prima è che, nonostante ci sia un'idea centrale da sviluppare, è solo l'inizio del viaggio. Perché quando passi al setaccio tutte le idee differenti che vengono fuori nel mentre della realizzazione, riesci a capire quale sia il vero messaggio che vuoi dare nel film, quindi è importante essere sempre aperti a collaborare e spronare tutti a dare il massimo per il bene della storia, perché così questa diventerà più grande e migliore di quanto avessi immaginato.

La seconda cosa è invece trovare la giusta ispirazione e accettare pacificamente il fatto che non si può sapere tutto. Da regista senti solo che è tuo compito proteggere la tua visione, ma la realtà è che proprio perché ci vogliono cinque anni di realizzazione, la storia cresce e migliora soprattutto se rendi partecipi tutti coloro che stanno cercando di portarla in vita. E alla fine è sorprendente perché, come diceva Jean, è anche meglio di come l'avevi immaginata.

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