Intervista Ritorno a L'Avana: Laurent Cantet

Abbiamo incontrato Laurent Cantet a proposito della sua nuova opera

intervista Ritorno a L'Avana: Laurent Cantet
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Laurent Cantet (regista francese di lavori apprezzati come Risorse Umane o La classe) arriva in sala con Ritorno a l'Avana, un Grande Freddo cubano declinato in un'accezione fortemente politica (la disillusione della Rivoluzione cubana) ed esistenziale (l'urgenza di una resa dei conti che si fa necessaria con l'approssimarsi di una consolidata maturità). In occasione dell'uscita del film (presentato alle Giornate degli Autori a Venezia e ora in sala distribuito da Lucky Red) Cantet ci ha parlato della genesi di questo lavoro e della sua dimensione esistenziale che non racconta solo la storia di Cuba ma più in generale la storia di tutti noi e dei nostri (necessari) bilanci.

Avete avuto problemi con la censura visto che il film è girato proprio a Cuba?
In realtà non abbiamo avuto alcun problema di censura. Il film è stato scritto con Padura e la sceneggiatura è stata fatta vedere alle autorità prima di girare il film, quindi durante le riprese non abbiamo avuto alcun problema e non ci hanno chiesto di levare nulla. Addirittura abbiamo avuto adesso la bella notizia che il film parteciperà al festival dell'Avana. Tutto questo ci ha fatto pensare che in fondo oggi a Cuba è ancora possibile avere uno sguardo critico.

Nel film, nonostante la storia sia fortemente legata a Cuba, in realtà ci sono elementi che rappresentano anche il mondo occidentale, l'Europa...
Sì, grazie di questa domanda, io penso esattamente la stessa cosa. Quello che mi piace e quello che cerco di fare sempre in tutti i miei film è l'idea della storia del gruppo. In particolare qui c'è questo gruppo legato da un'amicizia molto profonda con amici che hanno veramente bisogno gli uni degli altri, ma d'altro canto non è un gruppo idealizzato perché come avrete visto litigano tra di loro e quest'amicizia è costantemente attraversata da numerose tensioni. Non è affatto un gruppo idilliaco di quelli che si vogliono soltanto bene quindi senz'altro è un ritratto molto vicino alla realtà. Sono personaggi legati a dei grandi ideali in cui hanno creduto e c'è una grande nostalgia per il passato, così come c'è molta disillusione; tutte cose in cui ci si può riconoscere anche in altri paesi e altre circostanze. Potrei riassumere dicendo che questo non è un film su Cuba ma è un film la cui storia si svolge a Cuba.

Lei è d'accordo con quello che dice uno dei protagonisti del film, Aldo? "L'amicizia è la cosa più importante, è un privilegio."
Beh sì, in effetti il personaggio della mamma di Aldo mi piace moltissimo perché lei a un certo punto cerca di sottolineare quanto sia importante questa intimità che c'è fra di loro, anche a distanza di così tanti anni. Lei lo fa in maniera un po' goffa e vergognandosi anche un po' dopo di aver usato parole altisonanti, un po' fuori contesto. Eppure, lo fa in questa maniera schietta perché è un po' quello che fa anche il film, a volte cerca di mostrare delle cose senza dirle e poi invece si arriva a un punto in cui si capisce che le cose vanno anche dette in maniera esplicita.

L'approccio

C'è un approccio teatrale nel film, ci può dire qualcosa in più sulla scelta di questa struttura e sulla sua genesi?
Per quanto riguarda la teatralità del film è un elemento che c'è senza alcun dubbio e in realtà è una struttura che mi piace molto vedere al cinema. Inoltre, questa scelta ci ha anche permesso di ascoltare i dialoghi dei protagonisti in maniera molto attenta, molto vicina. Io avevo l'impressione che per poter ascoltare le varie storie di questi personaggi dovessi essere molto vicino ai personaggi con la macchina da presa, in maniera tale da poterli capire senza che ci fossero distrazioni. Ad esempio credo che il film sarebbe stato molto diverso se avessi scelto un arco temporale più esteso e una maggiore dilatazione. Sicuramente si sarebbe persa molta di questa forza, si sarebbero persa la potenza e l'urgenza dei rapporti. Concentrando invece tutto in un'unica notte e in unico luogo si concentra anche l'urgenza di dire quelle cose che non sono state dette fino a quel momento e che invece ora vanno esplicitate. L'aspetto teatrale era molto importante per riprendere da vicino i visi, i volti, dal momento che molto spesso le espressioni rivelano molto più dei dialoghi. Così facendo si vede tutta l'amarezza, l'amore, la disperazione che c'è in loro e quindi dal punto di vista cinematografico era molto importante questo approccio, anche se però poi di contro ho cercato di rompere questo dispositivo teatrale usando un linguaggio invece più realistico, a volte anche volgare con battute e parolacce. Si parla come si parla nella vita reale, sovrapponendosi a volte gli uni sugli altri senza uno schema ordinato.

Dal momento che in origine il film doveva essere un corto, come avete lavorato per dilatare i tempi e quindi adattare la struttura narrativa?
Beh sì all'origine del tutto c'era l'idea di realizzare un cortometraggio per il film 7 giorni a l'Avana, ci siamo però resi conto quasi subito che questo argomento (cioè quello dell'esiliato che ritorna dopo dieci anni dai suoi amici) non si poteva esaurire in un cortometraggio di quindici minuti. A quel punto per 7 giorni a l'Avana ho scritto una cosa completamente diversa e abbiamo deciso di accantonare questa idea per riprenderla una volta che avessi finito di fare Foxfire - che era il film al quale stavo lavorando in quel momento. E infatti le cose sono andate proprio così, in un secondo momento abbiamo ripreso la storia e l'abbiamo trasformata in un lungometraggio-, da lì è nata anche l'idea di questa forma teatrale, ovvero di far svolgere tutta l'azione sulla terrazza. Un'ambientazione unica per un cortometraggio era una cosa assolutamente normale ma poi ho voluto affrontare la sfida di fare un film da un'ora e mezza sfruttando sempre un'unica location senza far sì che la storia diventasse noiosa.

Tra i protagonisti ce n'è uno (o più di uno) con il quale lei s'identifica particolarmente?
In realtà io mi riconosco un po' in tutti loro, ognuno dice delle cose che probabilmente potrei dire anche io. Soprattutto mi riconosco nella loro amarezza, come quella così profonda del personaggio femminile (Tania) che è sempre molto ruvida ma che in realtà nasconde dietro questa durezza una profondissima amarezza, delusione per quello che le è successo. In realtà sono anche molto toccato dal personaggio di Eddy che sembra quello più patetico perché ha sviluppato un vero e proprio odio verso sé stesso; all'apparenza sembra uno stronzo ma in fondo si comporta così perché si detesta, sa di essersi tradito. In ogni caso non credo che sarei riuscito (considerando anche la mia filmografia passata) a fare un personaggio per cui in fondo non provo tenerezza, un personaggio che non amo.

Ispirazioni

Dove ha trovato questi cinque attori sublimi? Che rapporto si è instaurato tra loro e tra i loro personaggi?
Innanzitutto questa volta, a differenza degli altri miei film, ho utilizzato tutti attori professionisti, anzi a dire il vero quattro di loro sono proprio delle star del cinema cubano. Il casting è avvenuto con un processo assolutamente classico, prima abbiamo discusso attorno a un tavolo poi c'è stata la fase delle improvvisazioni sulla base di quello che era scritto ma anche tenendo conto quello che loro hanno aggiunto ai loro personaggi. Sin da subito è stato chiaro a tutti che il film era qualcosa di molto importante perché raccontava anche quella che era stata la loro vita e (spesso) le emozioni che poi si vedono in realtà non erano le emozioni che io avevo scritto ma in realtà erano proprio le loro emozioni che son venute fuori mentre giravamo le scene. Quando all'inizio avevo ancora in mente l'idea del cortometraggio avevamo già scelto Isabel Santos (Tania) e Fernando Hechevaria (Rafa); con loro abbiamo fatto una mezza giornata di improvvisazione e alla fine delle prove loro mi hanno detto che secondo loro dieci minuti non sarebbero stati sufficienti per quella storia, che bisognava svilupparla bene in un lungometraggio perché tutti i cubani potessero vederla. Quindi il fatto di passare al lungometraggio è stato anche dettato dall'impegno che io avevo preso con gli attori.

Ci sono già state reazioni dal pubblico cubano, il film è stato già visionato?
Ci sono dei cubani che hanno già visto il film a vari festival (San Sebastian, Toronto) e tutti hanno detto di essere rimasti toccati dal film sia perché si riconoscevano sia perché riconoscevano le storie di familiari, persone a loro vicine. In ogni caso per avere una risposta più compiuta aspetto la proiezione a l'Avana perché lì potrò davvero vedere le reazioni dei cubani.

Durante la stesura del film si è ispirato ad altri modelli, in particolare Il grande freddo di Lawrence Kasdan che in maniera analoga affronta il tema del bilancio esistenziale?
Beh diciamo che La terrazza di Ettore Scola che ho visto tanti anni fa mi è stato sicuramente d'ispirazione e ho evitato appositamente di rivederlo perché altrimenti avrei avuto pudore o paura di utilizzarlo e quindi mi sono basato esclusivamente sul ricordo che avevo. De Il grande freddo me lo dicono tutti per cui dovrò vederlo prima o poi visto che non lo conosco.

La terrazza di solito suggerisce un'idea di spazio, di respiro invece i protagonisti sembrano esserne un po' prigionieri...
Forse a volte lo spettatore proietta in un'ambientazione una sua personale proiezione. Quello che ci ho proiettato io è un po' diverso in effetti. Per me era un modo per cercare proprio di planare sulla città; stare sulla città ma senza doverla riprendere attraverso un'immagine classica e un po' stereotipata, da cartolina per intenderci. Con la terrazza siamo dentro la città ma siamo anche un po' sopra e possiamo vedere ciò che accade dall'alto. E in questo senso abbiamo curato anche molto il suono, in quanto si sentono i rumori che vengono dalla strada, si sente la musica, si sentono perfino le persone che litigano per strada. Anche dal punto di vista sonoro infatti c'è un po' tutta l'Avana; la città la vediamo e la sentiamo.

Lei ha parlato della terrazza come di una zattera, da una parte si vede il mare e dall'altra i tetti delle case. Questo è collegato sempre al concetto di Ritorno a Itaca (titolo originale del film) e dunque i personaggi sono sostanzialmente in viaggio verso la loro casa?
In realtà volevo anche sottolineare il fatto che Cuba sia un'isola e poi m'interessava anche rappresentare i due volti di questo mare che di giorno è così luminoso mentre verso sera si fa cupo, sembra quasi una minaccia. Sulla terrazza ho un po' condensato cosa significa vivere a l'Avana e poi senza dubbio il mare riflette anche l'immagine simbolica di Ulisse e del suo ritorno a Itaca. Inoltre, c'è anche il fatto che nella recente storia cubana il mare è stato sicuramente uno dei posti più sorvegliati e controllati proprio perché sappiamo che tutti quelli che cercavano di fuggire da Cuba anche su mezzi di fortuna, zattere, salvagenti, partivano tutti dal mare, che quindi di fatto rappresenta più che altro un mezzo di fuga, evasione.

Generazione perduta

Ha girato in sequenza? Le chiedo questo perché è incredibile vedere come gli attori riescano a cambiare espressione seguendo la progressione della storia.
Sì abbiamo girato in ordine cronologico proprio perché volevamo che gli attori si immergessero completamente nella storia. Poi ad ogni ciak facevamo un piano sequenza che a volte poteva durare anche dieci minuti perché volevamo proprio catturare le emozioni reali. Abbiamo lavorato con due macchine da presa, il che ci ha permesso anche di creare quell'effetto di sovrapposizione di cui parlavo prima, e questo perché l'effetto finale sembrasse davvero quello di una conversazione naturale.

Da cosa è stata dettata la scelta del pezzo California Dreamin' nella colonna sonora?
California Dreamin' conteneva un elemento molto nostalgico per i protagonisti, ma la scelta è stata dettata soprattutto dal fatto che negli anni a cui loro fanno riferimento coi loro ricordi quella era una canzone vietata e per questo era ascoltatissima. Invece il motivo per cui ho parlato della diatriba tra Beatles e Rolling Stones è perché rappresenta una discussione universale che in tutto il mondo abbiamo avuto; quindi in questo caso la musica assume anche una forte valenza universale.

Ci sono numerosi elementi della storia cubana che vengono trattati nel film. Come avete affrontato la gestione di queste tematiche?
Innanzitutto c'è da dire che negli ultimi dieci anni io ho passato tanto tempo a Cuba; è un paese in cui vado spesso e dove ho tanti amici, quindi alcune cose sono venute fuori semplicemente ascoltando le loro storie. Avevo letto già tutti i libri di Padura che raccontano moltissimo della storia di Cuba e devo dire che i personaggi di questo film alla fine sono un po' un condensato, un sunto di tutto quello che viene narrato nei suoi libri. Poi ovviamente mi sono affidato pienamente a lui che essendo uno scrittore cubano conosce perfettamente la materia; io in effetti mi sono limitato a dare delle direttive generali sulla sceneggiatura, ma il compito di alimentare questo schema è stato tutto suo.

Il tema della generazione perduta è un tema molto caro a Padura, ma invece per lei cosa rappresenta? Perché ci teneva particolarmente a fare questo film dopo lavori che hanno invece un target generazionale molto diverso, come ad esempio La classe?
Forse perché questi sono temi che anche io sento moltissimo, forse anche io sento un po' di far parte di questa generazione perduta. Anche se in fondo forse io sono arrivato un po' tardi per partecipare in maniera attiva e militante agli anni '60. Mi sembra un po' di aver vissuto comunque quell'epoca per interposta persona, cioè io in quegli ideali ci ho creduto anche se forse non li ho mai applicati e trasferiti in qualcosa di più concreto. Non mi sento simile al personaggio del figlio di Aldo perché lui è uno che gli ideali, invece, non ce li ha proprio mai avuti. Non è rimasto deluso, perché essendo nato nel cosiddetto ‘periodo speciale' (ovvero gli anni '90 a Cuba - un periodo terribile dopo la caduta del muro e il successivo indurimento del regime) non ha neanche mai partecipato a quello che è stato il sogno che aveva invece animato il padre e i suoi amici.

Questo è un film che fa pensare molto all'attualità del nostro Paese, l'Italia. Lei invece cosa pensa del suo Paese, la Francia?
Sarebbe troppo lunga da spiegare... Per quanto riguarda la Francia non ho più alcuna illusione. Siamo arrivati in un periodo in cui nessuno crede più a nulla; ci limitiamo a gestire la crisi con soluzioni temporanee. Non vedo nessun tipo di coerenza e solo un panico generalizzato, c'è proprio una mancanza di pensiero politico e di coerenza politica e questa non è affatto una cosa che mi rende felice.

Come ha cercato di rappresentare Cuba nella sua complessità, valenza simbolica?
Mi sono dovuto sforzare di essere un po' più pedagogico di quanto avrebbe fatto magari un cubano. Il mio obiettivo era quello di trovare un equilibrio fra le emozioni e questo intento pedagogico. Ora però spetta a voi in quanto pubblico dire se questo equilibrio è stato raggiunto o meno.

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