Intervista Prisoners: Denis Villeneuve

L'ultimo thriller con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, visto dagli occhi del regista

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Per molti registi che si sono affermati nel cinema indipendente il passaggio a Hollywood comporta in qualche modo una sfida. Ma non sembra essere il caso del franco-canadese Denis Villeneuve, che debutta alla regia con Prisoners, un thriller avvincente con gli attori Jake Gyllenhaal and Hugh Jackman, che sono stati molto acclamati quando il film è stato presentato in anteprima al Toronto Film Festival.
Villeneuve è nato e cresciuto in Quebec. I suoi primi film, Maelstrom, Polytechnique e La donna che canta (Incendies), tutti nella sua lingua natia, il francese, hanno vinto diversi premi in Canada. La donna che canta (Incendies) è stato nominato all’Oscar per il Miglior Film Straniero nel 2010.
Prisoners racconta la storia dell’effetto devastante su due famiglie e le loro comunità, quando due piccole bambine vengono rapite. Anna, di sei anni, e la sua amica di sette, Joy, spariscono nel pomeriggio tempestoso del giorno del Ringraziamento e i loro genitori sono disperati. Il detective Loki, della contea di Maverick, (interpretato da Jake Gyllenhaal) inizia ad investigare sulla loro scomparsa, e i primi sospetti cadono sul solitario e disturbato Alex Jones (Paul Dano), alla guida di un camper avvistato proprio nel luogo in cui le ragazze sono scomparse. Ma dopo un interrogatorio, Jones viene rilasciato per mancanza di prove, e il padre di Anna, Keller (interpretato da Hugh Jackman), decide di farsi giustizia da solo.
Villeneuve dichiara che la pellicola pone molte domande difficili al pubblico, ad esempio ‘fino a che punto ci si spinge per trovare il proprio figlio prima che sia troppo tardi’.
Prisoners è il secondo film che ha realizzato con Jake Gyllenhaal dopo Enemy. Cosa le piace di Jake in particolare?
Quando ci siamo seduti l’uno di fronte all’altro per la prima volta, abbiamo scoperto di avere gli stessi obiettivi artistici. Io desideravo creare un laboratorio con un attore e sviluppare un metodo. Nei miei film precedenti, sentivo di non avere abbastanza tempo da dedicare agli attori; ero sempre di fretta. Sviluppavo le mie tecniche con il direttore della fotografia nella sala di montaggio e continuavo a sperimentare ma sentivo l’esigenza di lavorare di più con gli attori. Adoro il cinema e ho pensato di impostare un film in modo che avessi il pretesto di dedicare molto tempo ad una sola persona. E Jake era una persona che sentivo che si trovava in un momento della propria vita in cui desiderava uscire dal sistema di Hollywood e fare qualcosa di diverso e divertirsi.

C’era intesa anche al di fuori del lavoro?
Certamente. La nostra intesa era anche tra individui, non solo tra collaboratori, probabilmente perché ci ponevamo le stesse domande sulle nostre identità ed è stato l’inizio di una bella amicizia — ci amiamo e ci odiamo [ride]. Credo che Jake senta che quando lavoriamo insieme, mi ispira profondamente e gli lascio molta libertà. Sono partito facendo documentari e sono abituato ad ascoltare, osservare e meravigliarmi della vita. Con gli attori, ciò che mi elettrizza è quando c’è il caos davanti alla macchina da presa, un incidente, e l’attore sceglie di fare qualcosa che non mi aspettavo.

Dunque le piace lasciare la libertà agli attori di creare i personaggi? È un lavoro di collaborazione?
Molto spesso quando scritturi dei buoni attori loro sono padroni dei loro personaggi e creano qualcosa di veramente straordinario davanti alla macchina da presa e questo si addice particolarmente ai due protagonisti, Hugh e Jake, come del resto all’intero cast. Amo sempre di più lasciare spazio all’improvvisazione.
Su Prisoners, il canovaccio era molto ben tracciato e c’erano cose specifiche che dovevamo fare per far funzionare la storia, ma permettevo agli attori di improvvisare parecchio, per creare momenti che sentivo fossero più veritieri e pericolosi da osservare. Ero molto elettrizzato a lavorare con loro in questo modo. Con Jake ho fatto tantissimi ciak. Solitamente sono soddisfatto al primo o secondo ciak, perché quando la scena è ben scritta e l’attore è bravo, spesso il primo ciak può essere sorprendente, e non vedo il motivo di farne tanti cercando di catturare sempre la stessa cosa.
Ma con un attore come Jake, vedo che più sono i ciak, più è felice, e più è felice, più si sbilancia, è più si sbilancia, più riesce a creare qualcosa di mai visto prima, ed è questo il modo in cui abbiamo lavorato. Molti dei ciak erano folli ma c’era sempre qualcosa di speciale in ognuno. E ci sono momenti molto cruenti nel film, credo sia proprio grazie al fatto che Jake si sia messo in gioco. Ma non è una questione di controllo. Non cerco di controllarlo. Cerco solo di ascoltarlo e apprezzarlo. Non gli chiedo di prendere una direzione per seguirlo. È come avere un cavallo e dirgli ‘OK corri veloce...’ e cerchi di rimanere in sella e non cadere [ride].

Questo è interessante, dal momento che alcuni registi sono molto rigidi e hanno le idee chiare sulle interpretazioni che vogliono.
Non credo funzioni avere l’eccessivo controllo degli attori. Amo dirigere, ma ciascun attore è diverso e a volte devi rispettare il fatto che hai a che fare con un essere umano che traccia il proprio cammino e ha le sue paure e per questo vorrà seguire la propria direzione. E se ascolti attentamente, quel tracciato può essere molto più efficace e puoi ottenere di più rispetto che con una direzione forzata.

Perché proprio Prisoners per il suo esordio hollywoodiano?
Quando ho letto Prisoners, sapevo che era la sceneggiatura giusta per me. La bellezza di Prisoners sta nella sua complessità; non è solo o bianco o nero, l’argomento è molto cupo, e pone molti interrogativi. Mi piace questo aspetto. Sì, in effetti è un tema molto tetro, ma anche molto profondo ed ero certo che il pubblico si sarebbe identificato con questi personaggi e la terribile situazione che li affligge. Ciascun personaggio del film è, in un modo o nell’altro un prigioniero: delle circostanze, delle proprie nevrosi, della paura. Ciascun individuo deve confrontarsi con la propria prigionia; ognuno dovrà combattere per trovare la propria via d’uscita.

Prisoners è il suo primo film Hollywoodiano. Ha avuto l’ultima parola sul montaggio? È stata una dura trattativa?
La verità è che i produttori, che sono degli importanti uomini d’affari, amano molto l’arte e dal principio mi hanno detto, ‘Stiamo facendo questo film con te perché amiamo il tuo lavoro e vogliamo che realizzi il tuo film e cercheremo di salvaguardare la tua realizzazione’. E dal principio ho capito che non erano solo parole. Hanno protetto la mia visione e quando dico che ho avuto l’ultima parola sul montaggio finale, è stato con la loro approvazione. Non avrei mai imposto un montaggio se mi avessero detto ‘Non ci piace’. Alla fine, hanno visto il mio montaggio e mi hanno detto ‘È fantastico, lo adoriamo, grazie’.
Mi hanno dato dei consigli durante il lavoro e sono abituato, fa parte della procedura. Non ho mai ricevuto richieste o ordini; solo suggerimenti. E non me lo sarei mai aspettato a Hollywood. Pensavo che sarei stato schiacciato [ride]. Ma ho lavorato con un gruppo fantastico. Sono stato protetto e mi ritengo molto fortunato.

I personaggi maschili in Prisoners sono in primo piano, mentre nei tuoi lavori precedenti sceglievi dei ruoli femminili più forti. Qual’è stata la tua concezione questa volta?
I miei primi quattro film riguardavano personaggi femminili forti, ed erano incentrati sulla femminilità, in Prisoners per la prima volta mi focalizzavo sul mondo maschile ed è stato un viaggio interessante. Nella sceneggiatura, tutto riguardava quei due uomini, interpretati da Jake e Hugh, e se mi fossi focalizzato allo stesso tempo sui personaggi femminili, il film sarebbe durato quattro ore; questa è l’amara verità. Ma spero fortemente di realizzare altri film in futuro con dei personaggi femminili forti.

Come hai convinto Hugh Jackman ad accettare questo ruolo?
Ha amato la sceneggiatura ed è rimasto in attesa per un bel po’. Quando poi sono stato scelto come regista e non era stato reclutato nessun attore dalla produzione, ci siamo rivolti a Hugh perché ritenevamo fosse perfetto per questo ruolo. Penso che Hugh sia stato rassicurato sul mio rapporto con la violenza, il modo in cui l’ho ritratta nei miei film precedenti, le mie sensibilità. Quindi non è stato difficile convincerlo.

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