Intervista Paura - Intervista ai registi e al cast

Un cast da Paura... in 3D: il nostro incontro con Marco e Antonio Manetti, altresì conosciuti come Manetti Bros., e il cast del singolare film horror in stereoscopia!

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I romani Marco e Antonio Manetti, meglio conosciuti come Manetti Bros, avevamo già avuto modo d'incontrarli presso la sessantottesima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, in occasione della presentazione del loro L'arrivo di Wang, poi distribuito nelle nostre sale a inizio Marzo 2012.
Una storia di alieni con protagonista la stessa Francesca Cuttica che, accanto a un inedito Peppe Servillo da brivido, ritroviamo in Paura, girato in 3D, nonché primo lungometraggio esplicitamente horror firmato dai due autori di Zora la vampira e Piano 17.
Servillo, infatti, veste i panni dell'inquietante, ricco individuo destinato a far provare non pochi momenti da incubo a tre giovani della periferia di Roma incautamente entrati nella sua villa fuori città per trascorrervi il week-end in sua assenza; senza immaginare, però, quale fosse il terribile segreto nascosto nella cantina dell'abitazione.
E, insieme alla già citata Cuttica e ai due registi, è proprio Servillo che abbiamo intervistato nella capitale presso la Casa del cinema, dove la pellicola è stata presentata ad un folto pubblico di giornalisti che, con ogni probabilità, non avrebbero mai immaginato di trovarsi dinanzi a uno spettacolo non privo di quel crudo sadismo che caratterizzò la nostra celluloide di genere di tanti anni fa. Una tipologia di celluloide di genere tramontata da un bel pezzo, ma della quale si avverte non poco la mancanza.

Storia de fratelli e de cortelli

Vedendo il film, tornano in mente i racconti di Splatter e Mostri, storiche riviste a fumetti edite dalla ACME nei primi anni Novanta. Non a caso, Michelangelo La Neve, che lavorava come sceneggiatore per Splatter, è l'autore della storia presente nei titoli di testa del vostro film. Vi siete forse ispirati a quelle strisce?

Marco Manetti: Non c'è stata un'ispirazione volontaria, ma ho letto qualche numero di queste riviste di cui mi stai parlando, quindi, chi lo sa, magari, in qualche modo, sono entrate anche queste nel nostro immaginario. Il rapporto con Michelangelo è diverso, nel senso che è uno sceneggiatore con cui stiamo lavorando ultimamente e, mentre eravamo insieme a scrivere un'altra cosa, si parlava di questa sigla, così lui è intervenuto e l'abbiamo pensata insieme. Quindi, non è un omaggio a quei fumetti, però, sai, già il solo fatto che si tratti di storie horror italiane, in qualche modo avranno dei motivi comuni finiti nel film.

E' la prima volta che sperimentate il 3D...

Antonio Manetti:
Il 3D porta sul set delle difficoltà in più. Ci sono già tante difficoltà sul set, in più noi abbiamo messo questa del 3D (ride). Bisogna stare attenti anche a far sì che si veda bene con gli occhialetti in un televisore 3D o in uno schermo cinematografico. Quindi, ciò ha rallentato un po' le riprese, però noi, che lavoriamo sempre in leggerezza e velocemente, non eravamo pronti a questi rallentamenti; allora abbiamo aspettato che uscisse una macchina Panasonic, la prima compatta, che fa il 3D direttamente senza avere due camere.

Al di là di Cavie, che è stato un esperimento, e del fatto che in Zora la vampira c'era un po' l'argomento horror, anche se, in realtà, si trattava di una commedia hip hop, Paura è il vostro primo film dell'orrore che esce in sala. Come vi siete rapportati al genere?


Marco Manetti: L'horror è il nostro genere preferito, forse lo abbiamo un po' rimandato perché avevamo paura di non riuscirci; poi, però, quando è uscita la storia nera siamo stati ben felici di affrontarlo. Per noi è stato in qualche modo molto gratificante riuscire a fare un film horror al 100%. Non credo che sia stato un esperimento fine a se stesso e singolo, penso che continueremo a raccontare storie di questo tipo.

A questo punto, allora, mi sembra d'obbligo chiedervi quali sono i film horror e i registi di pellicole dell'orrore che preferite.

Antonio Manetti: Sono tantissimi film, come pure i registi, però non possiamo non riconoscere a Dario Argento di averci fatto innamorare di questo genere e, forse, addirittura del cinema; perché, da bambini, quando abbiamo visto i suoi film tipo Suspiria, Inferno e Profondo rosso, ci sono rimasti dentro e ci hanno fatto venire la passione per il mezzo cinematografico. Quindi, per noi Argento è sicuramente un maestro, poi amiamo anche John Carpenter, un altro indipendente che, comunque, fa film commerciali con una forte impronta personale.

Marco Manetti: Io vorrei citare qualche film, quindi, al di là di Argento e Carpenter, potrei dire Non aprite quella porta, dal quale, tra l'altro, credo che il nostro film abbia preso molto; poi Alien, spesso considerato un film di fantascienza, ma, in fin dei conti, è un horror su un'astronave. E' difficile dirli tutti, perché poi sembra anche di fare un torto a chi non citi. Comunque, mi viene in mente anche l'horror un po' più ironico, come Nightmare, La casa o i primi film di Peter Jackson. Ma anche Psycho, una pellicola da prendere sempre come riferimento quando si fa un lungometraggio che si occupi del sentimento della paura.

La donna e il mostro!

Peppe Servillo è la prima volta che interpreta un film dell'orrore, oltretutto nei panni del "mostro"; si è forse ispirato a qualche personaggio in particolare?

Peppe Servillo:
Io, in realtà, non ho approcciato il lavoro considerandolo un genere, ho considerato la storia, la vicenda; questo me lo hanno suggerito innanzitutto i fratelli Manetti, ai quali interessava raccontare questa storia che, indirettamente, s'ispira ad un fatto di cronaca da loro rielaborato in un'altra maniera in fase di sceneggiatura, in particolare nel finale. Quindi, di sicuro il mio personaggio ha la natura del "mostro", ma, ahinoi, è anche profondamente umano nella sua patologia; è doppio, è ambiguo e ha un'apparente eleganza nei rapporti con gli altri.

Tu, invece, è la seconda volta che lavori con i Manetti Bros, in quanto eri già stata protagonista del loro L'arrivo di Wang...

Francesca Cuttica: Sì, è la seconda volta che lavoro con loro. Due esperienze totalmente diverse per i ruoli agli antipodi richiesti per i due film. Ne L'arrivo di Wang si trattava del ruolo di una traduttrice, il quale ha richiesto un approccio molto cerebrale; in questo film, invece, ho avuto un personaggio che ha richiesto una grandissima immedesimazione e uno studio approfondito del vissuto, in quanto, anche se fuori dal racconto del film, era necessario per rendere poi credibile la vicenda Quindi, grande immedesimazione e grande emotività che questo personaggio vive nelle vicende che gli accadono.

Vi piace il genere horror?

Francesca Cuttica: A me piace tantissimo, sono una recente spettatrice del genere, saranno quattro o cinque anni che li guardo. Ultimamente, cerco di vederne il più possibile, sia vecchi che nuovi. Per esempio, mi è piaciuto moltissimo Calvaire, facente parte del nuovo horror francese, come pure Martyrs; poi, se non mi sbaglio anche Orphan è tra quelli che ho visto e apprezzato. Comunque, citamene uno e per me l'ho visto, sono una grandissima appassionata perché a me piace farmi emozionare dalla paura, dover girare la testa perché magari la scena è troppo forte e dimenticarmi di me stessa per due ore in quanto è il genere che mi emoziona.

Peppe Servillo: Io non sono un abituale spettatore del genere horror; ovviamente, da ragazzo ho avuto la fortuna di vedere ed ammirare film che hanno fatto scuola del genere e che, in seguito, si sono rivelati prodotti d'autore, che andavano a indagare la natura delle vicende umane al di là della sequenza horror. Noi, da attori, abbiamo sicuramente cercato di essere al servizio della storia, mentre i Manetti hanno approfondito il loro legame con il genere e l'interesse verso esso.

Quale è stata la scena più difficile che avete girato in questo film?

Peppe Servillo:
Dovessi rimarcare la scena più difficile, dovrei raccontare qualcosa del film, quindi, non lo faccio. Credo profondamente sempre che, quando si fa un genere, in una scena violenta o che contraddice profondamente la natura il rischio del ridicolo è sempre dietro l'angolo. Per fortuna, conserviamo sempre la capacità di guardare noi stessi anche con un ipotetico occhio esterno che ci indaga quando facciamo qualcosa che è estremamente lontano dalla nostra natura. Confido molto negli occhi di chi mi guarda, di chi mi riprende, in questo caso i Manetti, ai quali mi sono totalmente affidato.

Francesca Cuttica: Per me è stato molto difficile, per il carattere che ho, poi sono ancora all'inizio del mio percorso come attrice di cinema, quindi non ho neanche molta esperienza. Forse, il momento più difficile è stato il primo giorno di set, quindi uno si prende due o tre grappe prima del ciak, si fa un piantino di vergogna mista a preoccupazione e, poi, si affida ai colleghi (ride); in questo caso, un grande artista come Peppe e due registi con cui, comunque, sapevo a cosa sarei andata incontro.

Come convincereste i nostri lettori ad andare al cinema a vedere questo film?

Peppe Servillo: Al di là del titolo, Paura, la paura ci diverte in qualche modo. Il sapere di poter provare paura senza correre rischi ci diverte, c'è poco da fare, ci emoziona; oltre a questo, il film ha una vicenda interessante.

Francesca Cuttica:
Sono d'accordo. Poi, essendo io una spettatrice di horror, questo film non lo perderei, intanto, perché è un film Italiano e, come sappiamo, in Italia non se ne fanno più molti di questo genere, poi, è divertente, nel senso che appassiona, e Peppe Servillo è veramente inquietante. Inoltre, la vicenda dei tre ragazzi è molto realistica, quindi ci si può riconoscere. E' come salire su una giostra. Non perdetevelo, poi fa caldo e i brividi nella sala aiutano. Tra l'altro, a me piace l'horror perché, magari, vado a vederlo col fidanzato o quello che vorrei lo fosse per abbracciarlo quando ho paura (ride).

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