Man in the dark: Fede Alvarez

Abbiamo intervistato a Madrid Fede Alvarez, regista de La Casa del 2013 e dell'imminente Man in the Dark (Don't Breathe) con Stephen Lang.

intervista Man in the Dark: Fede Alvarez
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Abbiamo intervistato a Madrid Fede Alvarez, regista nel 2013 del remake de La Casa, per parlare del suo ultimo lavoro, Man in the Dark (Don't Breathe) con Jane Levy, Dylan Minnette, Daniel Zovatto e Stephen Lang. Ecco cosa ci ha detto del film, della seconda collaborazione con Sam Raimi e del lavoro che sta conducendo sul progetto di Dante's Inferno.

Don't Breathe

Dopo La Casa sei passato a raccontare una storia enormemente più realistica nella quale, anziché affidarsi alla sospensione dell'incredulità, il pubblico può accettare come plausibile tutto ciò che accade. Quale è stata la sfida di bilanciare tensione e spavento raccontando una storia che potesse coinvolgere la realtà degli spettatori?
Ci sono vantaggi e svantaggi nel narrare una storia ambientata in un modo realistico. Lo svantaggio, naturalmente, è quello del limite della realtà: non puoi mostrare cose alle quali le persone si rifiuterebbero di credere. Come hai detto, se la storia si svolge nel nostro mondo e con le nostre regole, la gente si aspetta di vedere qualcosa di plausibile. Quello che puoi fare è stressare un po' la realtà, come facciamo in questo film. Siamo stati attenti a fare in modo che anche ciò che potrebbe sembrare una coincidenza possa essere recepita dal pubblico come plausibile. Quando puoi spaventare è molto facile cadere nel provocatorio, nel gratuitamente trasgressivo o nel politicamente scorretto, dunque bisogna innanzitutto mantenere un buon equilibrio. Ma se gli spettatori vedono un mondo soprannaturale sanno già che è tutto finto. Ricordo quando abbiamo girato alcune scene violente de La Casa: per quanto scioccanti, facevano parte di un racconto irreale e immaginario. Stavolta, in questo mondo, abbiamo dovuto fare in modo che tutto apparisse fuori dall'ordinario ma non strettamente incredibile o impossibile. Ma tutto questo è anche un grande vantaggio, perché la vicenda che raccontia assume un livello di intensità maggiore.

Guardando il film, a volte si ha l'impressione di una certa influenza della narrazione videoludica, in particolar modo dei survival horror.
Assolutamente sì! Io sono un appassionato gamer, ho anche lavorato come level designer e adoro titoli come Call of Duty, quindi c'è sicuramente una forte influenza dal mondo dei giochi. A volte sento dire "sembra un videogame" in senso negativo, ma ricordo che anche quando la musica punk-rock ha iniziato a andare per la maggiore ha influenzato i film e ne è stata a sua volta influenzata. Tutto ciò che emerge a livello di cultura pop finisce con l'influenzare e con l'essere influenzato. Una delle cose di cui mi sono accorto riguardando il mio film è che spesso abbiamo gestito i movimenti di macchina proprio come in un videogame. In un medium come il videogioco non hai una vera macchina da presa ma una camera digitale, che può letteralmente "intrufolarsi" dappertutto, anche nelle intercapedini più stette o negli angoli più inaccessibili. Il pubblico è sempre più abituato a questo tipo di visuale e spesso chiede qualcosa di simile anche nei film: molti spettatori amano che la macchina da presa non sia limitata da ostacoli di natura fisica, perché questo consente loro di notare un gran numero di dettagli in più. Quindi sì, c'è una forte influenza dei videogiochi e sono convinto che sia un'ottima cosa: dai videogame si possono non solo imparare molte cose ma anche avere parecchi stimoli a superare molti ostacoli.

E sappiamo comunque che stai lavorando a Dante's Inferno...
Sì, in realtà è già parecchio che ci lavoriamo. È stato detto molto spesso che sarà un progetto che parte dal videogame ma non è del tutto corretto, è molto ispirato al poema e cerca di svilupparne le idee per il grande schermo. È chiaro che stiamo cercando di capire come muoverci a livello di budget perché è davvero difficile trovare qualcuno disposto a spendere 150 milioni di dollari per un film che è basato su un poema! Ma ci stiamo provando e speriamo di trovare un modo quanto prima.

Parlando del cast, per quanto il tuo film sia una storia corale emerge su tutti il personaggio di Stephen Lang che ha un ruolo molto particolare. Come si è preparato per un ruolo simile e che genere di indicazioni gli hai fornito per replicare la cecità in maniera realistica?
Come regista e co-sceneggiatore la prima cosa da tenere sotto controllo sono i personaggi: devi conoscerli alla perfezione e avere costantemente la risposta pronta a qualsiasi domanda dei tuoi attori. Devi sapere letteralmente tutto: chi sono, cosa hanno mangiato a colazione il giorno prima, cosa amano e cosa odiano, cosa guardano in televisione e via dicendo. Quindi, per essere sempre pronto faccio molta ricerca. Naturalmente, in questo caso mi sono documentato a fondo sulle persone non vedenti: su cosa sono in grado di fare e come, cosa possono fare da soli e per cosa hanno invece bisogno di supporto. È assolutamente straordinario apprendere quante cose una persona non vedente possa fare da sola. Nel caso di Lang, l'ho aiutato a liberarsi progressivamente di tutte le abitudini spontanee di una persona che è perfettamente in grado di vedere. Se senti un rumore accanto a te, ti volti istintivamente verso la fonte di quel rumore, mentre un non vedente si volta immediatamente dalla parte opposta per tendere l'orecchio verso la provenienza del suono. Parte del mio lavoro è stato badare che apprendesse in maniera naturale un gran numero di azioni che inizialmente, se hai l'uso della vista, non sono spontanee. Per noi, la cecità è innanzitutto un'astrazione: non possiamo capire come è realmente e non possiamo sapere con precisione come sia vivere nell'oscurità totale. È qualcosa di vagamente magico: noi vediamo tutte le cose che abbiamo davanti, ma per i non vedenti ogni cosa è collocata in una sorta di mondo mitologico del quale non hanno una diretta esperienza visiva. Mitologico è proprio il termine esatto, perché abbiamo immaginato la scena al buio nel sotterraneo della casa proprio come una sorta di passaggio nel Labirinto di Minosse con dentro il Minotauro. Quel mito era ben presente nella nostra testa sia quando abbiamo scritto che quando abbiamo girato. Ci siamo chiesti "Chi potrebbe essere il Minotauro in questa storia?" e abbiamo reso il personaggio non vedente incredibilmente più abile negli altri sensi. Non che sia una caratteristica inevitabile: chi non vede spesso si limita ad allenare di più gli altri sensi ma non nasce necessariamente con un olfatto più sviluppato. Loro allenano di più ciò che hanno, mentre noi ci limitiamo a contare su ciò che sappiamo di possedere.

Sul piano tecnico quale è stata la sfida di girare un film con molte scene ambientate nella totale oscurità?
Sapevamo fin dall'inizio che una delle scene più importanti del film sarebbe stata nella completa oscurità. Ovviamente, dovevamo fare qualcosa perché non potevamo proporre al pubblico il buio totale per un tempo eccessivamente lungo. Abbiamo considerato varie opzioni ma alla fine abbiamo optato per mostrare tutto agli spettatori: in sostanza, i personaggi sono al buio ma noi li vediamo. Con il direttore della fotografia abbiamo scelto un look particolare, senza colore, per avvisare il pubblico della totale oscurità nella quale si muovono i protagonisti. Chiaramente, oltre a nessun colore non abbiamo mostrato nessuna ombra, perché ovviamente senza luce non può esservi alcun tipo di ombra. Tecnicamente, per avere questo look abbiamo scelto una combinazione di fattori tra lenti, filtri e sequenze girate davvero nel buio più totale. Ecco perché spesso la performance degli attori è così realistica: a volte non vedevano davvero dove stessero andando.

Il lavoro in team con Rodo Sayagues e Sam Raimi proseguirà anche in futuro?
Spero proprio di sì. Siamo amici e ottimi collaboratori. Ci piace fare film insieme: Sam mi ha coinvolto nel progetto de La Casa e io l'ho coinvolto in questo. Vedremo se e quale sarà il prossimo, ma sicuramente ci piacerebbe continuare a collaborare. In realtà posso dirti che stiamo cercando di scrivere un film che Sam possa dirigere, staremo a vedere.

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