Intervista Lo chiamavano Jeeg Robot - Incontro con Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli

In occasione dell'uscita in home video dell'acclamato Lo chiamavano Jeeg robot, il regista e la protagonista hanno incontrato a Roma pubblico e stampa.

intervista Lo chiamavano Jeeg Robot - Incontro con Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli
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Presentato presso l'edizione 2015 del Festival del film di Roma, è stato, senza alcun dubbio, il vero evento italiano dell'ultima stagione cinematografica, aggiudicandosi, tra l'altro, ben sette David di Donatello.
Finalmente in uscita in home video sotto il marchio Lucky Red, Lo chiamavano Jeeg robot, esplosivo esordio registico dell'attore Gabriele Mainetti, rende finalmente concreta la possibilità di poter godere anche tra le pareti domestiche della coinvolgente avventura di Enzo Ceccotti alias Claudio Santamaria, sbandato romano entrato in possesso di una forza straordinaria e intento a fronteggiare lo Zingaro, malavitoso del quartiere periferico di Tor Bella Monaca, cui concede anima e corpo Luca Marinelli.
Quartiere dove, oltretutto, è cresciuta la Ilenia Pastorelli che interpreta la co-protagonista Alessia e che, affiancata dal regista, ha incontrato proprio nella capitale pubblico e stampa in occasione dell'uscita del dvd e del blu-ray; di cui, tra l'altro, sono stati proiettati alcuni dei contenuti speciali, come le papere sul set, parte del backstage e degli effetti e stunt.

Mai dire Mai...netti!

Mentre giravi il film, pensavi a questa edizione in home video?

Gabriele Mainetti: Certo, questa edizione è così ricca di extra proprio perché volevo che tutto il lavoro fosse documentato al meglio. Perché mi viene in mente una cosa che mi fece molto ridere e che riguarda un direttore della fotografia italiano molto importante e che fu materiale della tesi di Michele D'Attanasio, direttore della fotografia di questo film. Lui lo intervistò, appunto, per scrivere il compito finale universitario ed era particolarmente parco di informazioni. Poi, è venuto a scoprire che, addirittura, a suo tempo, pur di nascondere queste informazioni le diceva all'orecchio al suo assistente operatore e metteva un panno sull'obiettivo per coprire il diaframma che aveva selezionato. Allo stesso tempo, esisteva negli Stati Uniti una rivista chiamata American cinematographers, nella quale un direttore della fotografia condivideva la sua esperienza riportando il disegno luci e il diaframma utilizzato per girare una determinata scena. Anche noi condividiamo tutto, non abbiamo nulla da nascondere e tutto ciò è presente negli extra del dvd e, in modo un po' più ampio, nel blu-ray. Tra l'altro, sono presenti gli storyboard, dei quali io ho curato solo quello per la scena allo stadio, in modo tale da tenere informati tutti i reparti perché era molto complicata da realizzare.

Per esempio, a proposito di contenuti speciali, David Lynch non fa commenti audio ai suoi film perché lui è un surrealista, Dario Argento non mette extra perché dice che non gira nulla in più...

Gabriele Mainetti: Poi c'è Werner Herzog, che per me è magico in tutto ciò che fa, il quale reputa gli storyboard strumenti per codardi (ride). Io sono d'accordo su questo, perché la messa in scena, necessariamente, deve essere libera, in quanto ti devi far toccare dal reale, dagli attori, da ciò che succede sul set, non puoi organizzarla solamente a tavolino. Poi, mi ricordo che, quando abbiamo girato la scena allo stadio, costata quarantamila euro, Claudio Santamaria si è stirato un muscolo subito, di mattina presto al terzo ciak. Alla fine, abbiamo fatto tutte quelle scene allo stadio con la controfigura, di schiena (ride). Poi, siccome lui è un mio amico, non ha fatto l'"attorino" che pretende di rimanere a casa una settimana per riposarsi, è venuto zoppicando sul set e nel film si mena con Luca Marinelli, ma, tra un ciak e l'altro, lo vedevi andare in giro malandato.

Tra l'altro, ai David di Donatello non sei stato premiato solo come regista esordiente, ma anche come miglior produttore...

Gabriele Mainetti: Sinceramente, mi aspettavo che quel premio andasse a Valerio Mastandrea e ai suoi collaboratori, che si erano buttati sulla produzione del film (Non essere cattivo, nda) di un regista che, poverino, stava molto male e che non è arrivato neppure a chiudere completamente il montaggio. Mi è dispiaciuto e ancora porto dentro il fatto di non aver detto nulla di Claudio Caligari, perché, se faccio ciò che faccio, è anche grazie ai suoi film, soprattutto a L'odore della notte, che ti offre l'impressione di vedere Martin Scorsese a Roma.

Tra i contenuti extra vi è anche il tuo cortometraggio Tiger boy?

Gabriele Mainetti: Sì, avremmo voluto mettere anche Basette, ma su quello non può esservi lucro per un discorso relativo ai diritti. Rappresentano un po' una trilogia, in quanto Basette si rifà chiaramente a Lupin III, Tiger boy un po' meno a L'uomo tigre e questo, chiaramente, a Jeeg robot.

Ilenia era la donna più terrorizzata del mondo quando ritirò il David...

Ilenia Pastorelli: Ancora adesso lo sono. Più che terrorizzata, ero emozionata, perché si tratta del mio primo film e non me lo aspettavo affatto. Ancora oggi, faccio fatica a credere che sono stata premiata come miglior attrice dell'anno. Io non avevo mai fatto un provino come attrice e avevo preso la cosa come un gioco, non avevo alcuna aspettativa. Avevo letto le battute e non avevo capito nulla della sceneggiatura, perché vi erano tutti questi ministri con nomi giapponesi e ho pensato si trattasse di pseudonimi usati per raccontare i nostri politici (ride). Avevo capito tutt'altro, poi ho letto il ruolo di Alessia e non l'ho giudicata come una matta, mi sono detta che, poverina, aveva avuto tutti quei traumi. Quindi, al primo provino ho trovato la Alessia che è in me ed in tutte le donne che credono nell'arrivo del principe azzurro. Per Alessia, lui è, semplicemente, Jeeg robot. Poi, Gabriele mi ha messo nelle mani di un acting coach che mi ha insegnato a collegarmi a lati oscuri, come, per esempio, piangere, in quanto ho sempre creduto che ciò, nei film, fosse tutto finto e che ti mettevano le lacrime sul volto.

Gabriele Mainetti: Io ho visto tante attrici, tutte molto brave, ma mancavano di quel vissuto che lei, in parte, ha detto di aver condiviso con il personaggio. Poi, uno degli sceneggiatori, Menotti, che è di Vasto, era contrario al fatto che Alessia sarebbe stata romana, ma io, invece, sono convinto che anche il dialetto influisca sul suono del personaggio. L'ho incontrata anche perché Nicola Guaglianone mi ha detto "Noi per alcune battute ci siamo ispirati ad Ilenia Pastorelli, che aveva fatto il Grande fratello". Inizialmente, ho pensato che non avrebbe poi avuto la forza di arrivare fino in fondo, perché, tendenzialmente, le persone che non hanno esperienza attoriale riescono a riproporre se stesse, ma un attore è infinitamente più sofisticato, perché riesce a dare vita ad una serie di altre sfumature. Lei ha creato un personaggio e non solo, perché è andata a fondo e ha tirato fuori altre sfumature.

Ilenia Pastorelli: Io ho trovato anche molto bello il fatto che il personaggio femminile non fosse una femme fatale, anche perché spesso, nei film, la donna è sempre e soltanto un oggetto sessuale, truccata e con i tacchi.

Continueranno a chiamarlo Jeeg robot?

Nel film, comunque, hai una scena di sesso...

Ilenia Pastorelli: È stata una scena complicata e che abbiamo girato diverse volte, perché c'era un conflitto portante di Alessia tra quello che avrebbe voluto e il suo mostro interiore con cui doveva confrontarsi ogni giorno. Lei desidera un uomo, ma l'atto sessuale le ricorda la violenza subita da parte del padre. Ad un certo punto, ho deciso di lasciare tutta una struttura di pensieri che avevo pensato di utilizzare per quella scena, quindi, dopo il bacio ho pensato di fare la lista della spesa, perché lei, poi, in qualche modo esce da quella scena. Dovevo evadere mentalmente.

Come siete riusciti a far valere il vostro desiderio di realizzare questa opera davanti a qualcuno che, magari, vi avrebbe anche riso in faccia?

Gabriele Mainetti: Semplice, ho dovuto fare il produttore e finanziarmi il film da solo (ride). Ci ho creduto talmente tanto che ho coinvolto diverse persone e sono subentrati Rai Cinema, il MIBACT, che ci ha presi in considerazione la terza volta che abbiamo presentato la domanda e ci ha dato un sostegno importante. Io, però, sono diventato produttore per necessità, ma, prima di tutto, voglio fare il regista. Il fatto che recenti film come, per esempio, anche Veloce come il vento siano riusciti alla grande, fa sperare che i produttori si accorgano di strade un po' diverse.

In Italia film di supereroi vennero realizzati anche in passato, ma si trattò, per lo più, di prodotti trash. Questo, invece, fonde tematiche da Romanzo criminale, un minimo di fantasia dovuta ai poteri del protagonista e, addirittura, sottotesti sociali legati alla storia di periferia di Alessia e della violenza domestica di cui è stata vittima. Come sei riuscito a fondere a dovere tutti questi elementi?

Gabriele Mainetti: A diciannove anni scrissi la mia prima sceneggiatura che partiva come una sorta di tributo a Clerks e Pulp fiction, ma partiva come film di genere e diventava serissima. Chi è riuscito un po' ad emanciparsi è stato Niccolò Ammaniti, infatti, Branchie comincia ai Parioli e finisce in India con gli zombi. Quindi, mentre cercavo di riprodurre quel mondo che tanto mi affascinava sentivo, pian piano, di perdere d'identità. Tarantino lo ha fatto, ha messo in discussione il modo di guardare il cinema e, forse, è la conclamazione del post moderno nel cinema americano, dove tutto viene portato allo stesso livello ed esplode la narrazione. Ha fatto una rivoluzione incredibile, ma parlava di quel cinema. Io sono figlio un po' di tutto, non solo di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica; il momento più felice della mia vita era quando, ogni domenica, soprattutto insieme a mio padre, guardavo sul divano un film che sceglieva lui. E sceglieva sempre le stesse cose (ride): 007, Indiana Jones e tutto il cinema di Mario Monicelli e Alberto Sordi, che poi rivedevamo di volta in volta. Io, quindi, ho studiato e, a un certo punto, ho cercato di fondere tutte queste cose. Il mio pubblico è principalmente italiano, quindi devo usare ciò che ci appartiene, altrimenti si finisce a fare un'imitazione degli americani o un'imitazione nostalgica di quello che è stato il nostro cinema di genere degli anni Settanta.

Si avverte fortemente ciò che hai assimilato dello stunt e di ciò che può dare al film...

Gabriele Mainetti: Ciò grazie ai contenuti extra dei dvd americani. Io ho studiato profondamente L'uomo d'acciaio per quanto riguarda l'uso dei cavi e di tutto il resto. Quel film ha dei contenuti speciali pazzeschi. Per carità, anche il lavoro della computer grafica è meraviglioso e pazzesco, però è fondamentale che il corpo dell'attore si confronti con qualcosa di materiale, che non viene aggiunto dopo. Sono un po' della scuola di John Carpenter, che vuole ricorrere solo minimamente ai VFX.

I Manetti Bros hanno detto che gli attori italiani trovano oggi difficoltà nel girare scene d'azione, non le prendono sul serio e gli viene da ridere.

Gabriele Mainetti: Io credo che, quando gli stunt non funzionano, ciò sia dovuto al fatto che non conoscono quella cosa. La sequenza in cui Claudio e Luca si ammazzano di botte sotto lo stadio la abbiamo costruita insieme io e loro. Erano anche più bravi degli stunt, che hanno comunque fatto un lavoro favoloso. E quella scena è girata semplicemente con campo e controcampo. Abbiamo provato una settimana, magari Marco e Antonio sono costretti a risolvere in tre o quattro ore cose che necessiterebbero di due giorni. È successo a me con la sequenza iniziale in cui Claudio scappa, della quale non sono molto soddisfatto perché avevo pochissimo materiale da montare. Del resto, girare in tre ore un inseguimento sulle strade di Roma è un suicidio. Comunque, lo stunt è recitazione, bisogna studiare come si danno cazzotti nella stessa maniera in cui si studiano le battute.

Progetti futuri?

Gabriele Mainetti: Con Lo chiamavano Jeeg robot pensavo di aver realizzato un buon film, non mi aspettavo affatto di ottenere un successo di pubblico e di critica di questo livello. Massimo Troisi diceva "Ricomincio da tre", io, invece, penso sempre di trovarmi a dover realizzare il primo, con la stessa ingenuità e la stessa voglia di divertirmi a fare cinema. Una volta, alla domanda "Da cosa si riconosce Takashi Miike?", il prolifico regista giapponese ha risposto "Takashi Miike è il regista che ha fatto l'ultimo film". Quindi, in questo momento io devo realizzare il film che sento e fregarmene di ciò che ho fatto prima. Sicuramente, il mio secondo non sarà Continuavano a chiamarlo Jeeg robot.

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