Intervista Lezioni di Cioccolato 2, quattro chiacchiere col cast

Il cast di Lezioni di Cioccolato ci racconta la sua esperienza sul set

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È ormai nelle sale Lezioni di cioccolato 2, la nuova commedia italiana ambientata nel dolce mondo della Perugina che vede per la seconda volta Luca Argentero e Hassani Shapi alle prese con una piccola-grande, bizzarra avventura alla scoperta della dolcezza della pasticceria e...della vita.
Abbiamo incontrato a Roma il cast del film al gran completo, dal regista Alessio Maria Federici agli interpreti: i 'veterani' Luca Argentero e Hassani Shapi ma anche le new entry, come Angela Finocchiaro, la bellissima Nabiha Akkari e il sempre bravo e sorridente Vincenzo Salemme, nonché lo sceneggiatore, Fabio Bonifacci. Ecco cosa ci hanno raccontato.

A.M. Federici: Innanzituttto volevo ringraziare voi per essere venuti e la produzione per avermi assicurato la libertà di raccontare una storia come la volevo, realizzando finalmente qualcosa che mi appartenesse in toto.

Bonifacci, ci dica, com'è nata l'idea di un sequel? Qual è stata l'idea da cui partire?
F. Bonifacci: Il primo film aveva avuto un risultato inaspettato ed eccezionale, quindi ci siamo interrogati per vedere se ci fossero le premesse per un sequel che non fosse una semplice ripetizione del precedente film. Avevo ancora un territorio molto ampio da esplorare, abbiamo espanso gli orizzonti ed è venuto naturale parlare di matrimonio e creare la storia tra Mattia e la figlia di Kamal.
Gli immigrati di seconda generazione, come Nawal, vivono una situazione interessante, a cavallo di due culture e con grandi opportunità. Rivivono, in certi casi, le esperienze che l'ideologia italiana portava con sé come retaggio fino a solo qualche decennio fa, come gli appuntamenti fra fidanzati in presenza di un parente della ragazza.

E del product placement che ci dice? Come il primo film, anche questo radica la sua storia nel rapporto con una grande marca... ha subito una qualche 'imposizione' in proposito?
F. Bonifacci: Assolutamente no. Si tratta di un product placement non fine a sé stesso ma integrato nella storia, in maniera armonica e funzionale. Fare un film ambientato a Detroit nell'industria dell'automobile e non citare la Ford sarebbe quantomeno strano, no? Stessa cosa in questo caso. Perugina è un marchio così famoso che aggiunge un senso a quello che succede. Quando nel primo film Mattia deve fare il corso è inizialmente tranquillo, ma quando scopre che i cioccolatini dovranno essere approvati dalla Perugina, quindi da una marca leader del settore, ha un sobbalzo emotivo, e anche lo spettatore lo sente. L'uso di prodotti al cinema non è un male finché non lo si coglie come un mero spot: se invece aiuta a raccontare la storia è funzionale.

Ora è un autore di successo...
F. Bonifacci: Non mi ritengo un autore di successo! Ho un sacco di progetti che non sono andati in porto. Però ritengo che l'importante sia ridere e far ridere. Quando scrivo devo ridere io stesso, o è la fine.

Come vi spiegate il successo dell'argomento culinario al cinema e in tv?
H. Shapi: Io credo dipenda dal fatto che in un momento di crisi, abbiamo bisogno di cose belle e buone, di 'rifarci la bocca'.

Luca, questa è per te la seconda volta nei panni di Mattia...
L. Argentero: (Ride) Io punto alla trilogia! Sono profondamente innamorato di Mattia, in parte rappresenta una versione stramba di me e della mia famiglia, il destino cui sarei andato incontro se non avessi fatto questo mestiere. E poi Mattia nel suo percorso scopre una cosa importantissima che ho scoperto anch'io, ovvero il piacere di fare qualcosa bene, con amore, che è anche l'unico modo di fare le cose nel modo migliore; con passione, sì, guidati da amore e passione per il proprio lavoro. Cosa che trasmette un'atmosfera di dolcezza, che si nota poi anche nel film.

Hassani, e per lei com'è stata questa partecipazione al sequel?
H. Shapi: Non pensavo che il primo film potesse avere così tanto successo. Quando me l'hanno proposto ho pensato “Il secondo non è mai buono come il primo”, ma mi sono dovuto ricredere. Tra l'altro inizialmente non ero favorevole al cambio di regista: poi invece ho scoperto che Alessio è un genio della macchina da presa.

Nabiha, com'è stato calarti nella parte di Nawal?
N. Akkari: Sono stati tutti molto accoglienti e mi è piaciuto il fatto che abbiamo evitato tutti i cliché sull'immigrazione e l'integrazione. Io preferisco parlare non di scontri, ma di incontri, fra culture, che poi si risolvono con l'amore. Con l'amore possiamo sciogliere i nodi nella vita.

Salemme, come si è trovato col cast?
V. Salemme: Benissimo. Poi Argentero è una scoperta: la Natura con lui 'si è spassata'! Gli ha dato tutto. Io sono arrivato sul set un po' prevenuto, pensavo 'sai che str...!' e invece no! È simpatico. Vabbe', mi sono detto, di sicuro sarà una 'chiavica' a recitare...no. È pure bravo.

Angela, lei invece?
A. Finocchiaro: Lavorare con Cattleya è sempre un piacere, soprattutto in un momento in cui la qualità scarseggia. La possibilità di metter su una vera commedia, con un cast simile, è stata fantastica.

Vincenzo, come avete lavorato alla costruzione della vostra coppia lei e Angela?
V. Salemme: In realtà, ci hanno chiamato in tempi diversi. Non avevo mai lavorato con lei, ma ci siamo trovati subito perché entrambi abbiamo una matrice teatrale, che poi rapportiamo naturalmente al cinema, con le dovute differenze. Alessio ci ha dato modo di prepararci ed esprimerci al meglio, facendo delle prove e vedendo cosa funzionava meglio. Poi Angela è bravissima, fa ridere semplicemente interpretando.

Cosa intende esattamente con quest'ultima affermazione?
V. Salemme: Be', l'attore è attore, indipendentemente dal genere che gli si vuole affibbiare. Tognazzi, Manfredi, Sordi, Fabrizzi. Totò, Edoardo, Peppino. Mica facevano i comici. Facevano i personaggi. Facevano ridere o piangere a seconda della storia che dovevano raccontare. Ma non è mica questione di far smorfie per far ridere. L'attore, così come lo spiegherei a un bambino, deve fare finta che quello che succede in scena succede sul serio. Fare il comico è un'altra cosa. Significa interpretare personaggi 'finti'. Gli attori fanno i personaggi 'veri'. Angela non si sforza di far ridere. Io quando ho cominciato a recitare avevo 19 anni. Edoardo de Filippo ci mise il copione davanti e ci disse “Guardate che il pubblico si incazza se lo volete far ridere per forza”. Alché ho capito che bisogna sempre cercare di essere naturali.

Alessio, qual è il tuo cinema preferito? I tuoi registi di culto?
A.M. Federici: Detto così, passo per arrogante, però il mio mito è Tarantino. E i Coen. Refn, autore del film più bello che ho visto quest'anno: Drive. Inoltre, il più grande insegnamento di regia che ho avuto quest'anno l'ho avuto da Carnage. Tenere quattro attori dentro una stanza per un'ora e trentacinque e non fare mai la stessa inquadratura, rispettando sempre e comunque la storia, secondo me è un esempio di cinema di altissimo livello. Questi i miei gusti, forse dovuti anche alla mia età: ho trentacinque anni. Ancora mi ricordo lo stupore che ho vissuto quando, all'Adriano, (noto cinema di Roma, ndr) la prima volta che vidi Pulp Fiction: sul finale urlai “No, non ci posso credere!”. Poi, in realtà, io sono cresciuto con la commedia italiana: per me Monicelli è un mito, il mito. Da qui, la mia crescita individuale. Io ho cominciato a ventuno anni a fare l'aiuto regista, partendo dai pannolini e finendo con le automobili. Poi ho avuto la possibilità di confrontarmi con l'estero e con lavori molto complessi, cosa che mi appassiona molto e che mi ha permesso di approfondire il mezzo tecnico come mezzo narrativo, cioè capire per quale motivo si utilizza un'ottica piuttosto che un'altra se devi raccontare un'emozione o una sensazione, che è quello che ho provato a fare anche qui. Per me, da esordiente, la fortuna di confrontarmi con attori di oggettiva bravura ha reso tutto molto più semplice. Prima Vincenzo parlava del provare: ecco, io in pratica gli chiedevo “fatemi vedere come si svolgerebbe nella realtà questa scena” e io su questa impostazione poi capivo come girarlo.

Vincenzo, Angela, i vostri personaggi hanno ruoli più importanti di quanto sembra. Si potrebbe pensare che siate dei personaggi 'satellite' ma risaltate e vi fate notare.
A. Finocchiaro: Ti ringrazio, ma non penso di essere così importante nell'economia del film, anche se mi fa piacere sentirtelo dire. Magari invece è proprio l'aver sentito meno la responsabilità che ci ha resi più tranquilli, e brilliamo anche per questo.

Cosa hai mantenuto, anche a livello stilistico, del primo film, e cosa invece hai voluto innovare?
A.M. Federici: Dopo anni e anni in cui ho visto mettere in pratica 'i film degli altri' è un problema che non mi sono proprio posto. Nel senso che io ho preso tutto quello che ereditavo della storia e dei personaggi, ma il resto è tutto nuovo e l'ho fatto, fondamentalmente, come mi piaceva. Io ho avuto la fortuna che il cast ha avuto fiducia in me, e che ho potuto mettere a frutto quanto imparato in anni da aiuto regista grazie ad una troupe di grandissimi professionisti. Non scherzo: appena finito il mio film, la troupe, in toto, è andata a fare il film di Woody Allen. Quindi ho avuto il lavoro semplificato perché, volendo, potevo chiedere anche movimenti di macchina e cose anche assai complicate. Tutte le cose che, senza voler fare virtuosismi fuori luogo, mi emozionano da quando, per la prima volta, al corso di cinema, ho visto un film di Buñuel. La qualità è anche questo: riuscire a sfruttare il mezzo tecnico per raccontare quel che c'è da raccontare nel modo migliore. Questo è quello che ho imparato lavorando con mostri sacri come Sam Mendez. E c'è sempre da imparare. Ora come ora, magari, certe scene le girerei in un altro modo!

V. Salemme: Lui ha una cosa molto positiva: non fa una cosa cercando di dimostrarne un'altra. Quello che fa, è. Un artista dovrebbe sempre essere così. Se dipingo un quadro, non devo preoccuparmi di far pensare una cosa, ma deve scaturire da sé. Senza dover dimostrare per forza qualcosa. È una regola di vita, non solo nel nostro ambiente.

A.M. Federici: In effetti...quando ho cominciato il film mi svegliavo prestissimo. La tensione era alle stelle. Il tuo primo film da regista, dopo una vita che la gente ti odia (perché l'aiuto regista si odia e passa il tempo a nascondersi, quasi) e ora invece la gente a chiederti 'come la facciamo questa?', in un rapporto di amicizia senza che nessuno mi chiamasse 'Maestro', termine che a me fa venire un'apprensione incredibile. Io mi facevo la mia lista di inquadrature, ma poi qualcosa la dovevo sacrificare sempre. Ma non per questioni di tempo, ma per scelta, perché mi rendevo conto che era inutile l'acrobazia tecnica, che renderebbe magari tanto in pubblicità ma poi invece magari col film o la scena non c'entrava assolutamente niente.

Vincenzo, qualche progetto nel cassetto?
V. Salemme: Progetti, una decina. Di sicuro, ancora niente! (ride)

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