ROMA 2013

Intervista Las brujas de Zugarramurdi: Alex de la Iglesia

Álex de la Iglesia al Festival internazionale del Film di Roma ci racconta del suo personalissimo modo di fare cinema

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Nato a Bilbao nel 1965, il suo nome di battesimo è Alejandro de la Iglesia Mendoza, ma tutti lo conosciamo come Álex de la Iglesia.
Attivo nell'ambito della Settima arte da quando, nel 1993, diresse lo scatenato Azione mutante, prodotto da Pedro Almodóvar, ha finito in breve tempo per trasformarsi in uno dei più noti cineasti del panorama fantastico spagnolo su celluloide, grazie a opere come El día de la bestia, Perdita Durango e La comunidad - Intrigo all'ultimo piano.
Una carriera che gli ha consentito di aggiudicarsi anche il Leone d'argento e il Premio Osella per la migliore sceneggiatura presso la sessantasettesima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia grazie all'ottimo Ballata dell'odio e dell'amore, cui hanno fatto seguito l'inedito La chispa de la vida, del 2011, e Las brujas de Zugarramurdi, presentato fuori concorso nell'edizione 2013 del Festival internazionale del Film di Roma.
Edizione in cui ha anche incontrato pubblico e stampa per parlare soprattutto di questa divertente storia di streghe dal forte retrogusto misogino, esordendo ironicamente così: "Sono qui per rispondere alle vostre domande sui miei film e sulla mia vita. Sono disposto anche a restituirvi i soldi se non ve ne è piaciuto qualcuno, potete rivolgervi ai miei avvocati".

L’amore brujas!

Questo film, forse, rappresenta per te un ritorno alle origini?

Álex de la Iglesia: Parlare di un mio ritorno alle origini è un po' come dire che in tutti questi anni mi sono allontanato e un'altra persona, al mio posto, ha girato i miei film, mentre non penso di essermi mai assentato ma, al contrario, di essere stato sempre molto concentrato sul mio lavoro. Se proprio dobbiamo parlare di ritorno alle origini, credo sia già avvenuto con Ballata dell'odio e dell'amore, che ha rappresentato per me la riscoperta della libertà autoriale senza tabù, come ai vecchi tempi.

Come ti è venuta in mente la folgorante sequenza d'apertura del film, con Gesù dipinto d'argento che compie la rapina armato di fucile?

Álex de la Iglesia: L'idea di un Gesù che rapina una banca la avevo in mente già vent'anni fa, quando scrissi una sceneggiatura intitolata Voglio avere un milione di amici, per la quale, però, non trovai produttori disposti a finanziare il film. Era un film che avrei dovuto girare prima di El día de la bestia, nel tentativo di fare una commedia chimicamente perfetta, che sia pura idiozia e non lasci neppure il tempo di capire cosa stia accadendo. L'incipit era ambientato durante una cerimonia funebre e dopo i titoli di testa il film partiva con una processione durante un pellegrinaggio nella settimana santa, con il Cristo che scendeva dalla croce armato di mitra e che cominciava a sparare contro tutti. Quindi, con questo film ho voluto un po' recuperare l'idea, ponendola, però, in un contesto diverso.

Nei tuoi film c'è sempre una descrizione particolare dei rapporti tra persone. In questo caso, abbiamo quelli difficili tra uomo e donna...

Álex de la Iglesia: Io credo sia impossibile vivere una relazione normale con la gente, perché fingiamo tutti di essere amici, mentre l'invidia e la gelosia prevalgono sempre. In realtà i sentimenti dominanti sono l'invidia e la gelosia, la bramosia di denaro e di potere. L'educazione ci impedisce di ucciderci a vicenda, però, almeno nei film, possiamo dire la verità (ride). Penso che tutti sappiamo di essere animali e, come essi, cerchiamo di proteggere i nostri cari e strappare tutto agli altri. di strappare agli altri tutto ciò che hanno e che vorremmo. L'amore, quindi, è in sostanza il tentativo di tornare all'utero materno, oltre che una forma di egoismo, perché cerchi nell'altro un tuo modello.

Come si può ottenere un'opera così schizofrenica dopo tanti anni di carriera?

Álex de la Iglesia:
Secondo me non esiste nulla di innovativo nel cinema, tutto quello che vedete proviene da esperienze personali del cineasta e da quello che ha visto, sentito e vissuto nella sua vita. Io penso che noi registi siamo dei barman, dei preparatori di cocktail che, a seconda della bravura, riescono più o meno bene. Il segreto sta nel partire da due idee antagoniste, metterle in conflitto e poi lasciare che la forza dell'attrazione sia l'unica tensione capace di tenerle in equilibrio.

Concludiamo con un ritorno ai tuoi esordi: come sei arrivato a dirigere Azione mutante?

Álex de la Iglesia: Mostrai a Pedro Almodóvar Mirindas asesinas, un mio cortometraggio muto in cui cantavo senza rendermi conto di essere stonato. Deve aver pensato che ero un perfetto imbecille o che avrei dovuto fare il regista. Per fortuna, ebbi la possibilità di proporgli la sceneggiatura di Azione mutante, con cui sono riuscito a convincerlo. Non finirò mai di ringraziarlo per la fiducia che mi ha concesso.

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