ROMA 2013

Intervista L'ultima ruota del carro: Giovanni Veronesi

La genesi e l'evoluzione di un progetto, dalle parole del suo autore

Intervista L'ultima ruota del carro: Giovanni Veronesi
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Ernesto (Elio Germano) è un uomo semplice che tenta di seguire le proprie ambizioni senza però mai perdere i valori veri della vita. Tappezziere, cuoco d’asilo, traslocatore, autista, comparsa del cinema. Insieme a lui e al suo migliore amico Giacinto (Ricky Memphis) abbiamo l'opportunità di rivivere le fasi cruciali della storia del nostro paese, dagli anni ’70 ad oggi, nel nuovo film di Giovanni Veronesi, L'ultima ruota del carro, presentato con successo durante l'ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.
Con uno sguardo sempre attento ed ironico sui vizi e le virtù dell’Italia e degli italiani, Giovanni Veronesi ci regala così una nuova commedia corale ampiamente biografica (poiché ispirata alla vita del vero Ernesto Fioretti), incentrata sulle vicissitudini normali e al contempo eccezionali di un eroe dei nostri tempi.
In quest'intervista Veronesi ci spiega meglio le basi del progetto e la sua realizzazione.

Come è nata l’idea di questo film?
Conoscevo da diversi anni Ernesto Fioretti, un autista di produzione romano poco più che sessantenne di cui nel tempo sono diventato amico, ma non avrei mai pensato che un giorno mi sarei ritrovato a raccontare in un film la sua vita più che movimentata. Tutto è nato quando un giorno, mentre uscivamo da un autogrill reduci da un pranzo non esaltante, Ernesto mi ha detto: «Abbiamo mangiato peggio di quando facevo il cuoco d’asilo...». E io: «In che senso? Raccontami...».
E così, andando avanti e indietro nel tempo come in una sceneggiatura di Harold Pinter, ha iniziato a descrivermi la sua esistenza ricca di eventi grandi e piccoli, collettivi e privati, spesso ai limiti dell’incredibile, da lui vissuti come testimone privilegiato, facendo diversi mestieri, primo tra tutti l’autotrasportatore. Attraverso i suoi racconti ho visto passare davanti agli occhi quasi quaranta anni di storia italiana e ho pensato subito che, nascosta dietro quell’uomo così candido e discreto, ci fosse una vicenda umana sorprendente per le tante casualità e coincidenze che l’hanno caratterizzata. Una vita così meritava di essere subito portata al cinema!

Che cosa ha scelto di raccontare nella sceneggiatura scritta con Ugo Chiti, Filippo Bologna e il vero Ernesto Fioretti?
Quello che mi ha fatto scattare la molla, la voglia di fare di Ernesto il protagonista di una storia, è il fatto che lui sia rimasto uguale a se stesso. Tutto quello che si vede nel film è vero al 90%. Raccontando in chiave di commedia corale la sua vera vita, il nostro è stato un lavoro d’assemblaggio, di riassestamento cronologico di suoi ricordi ed aneddoti di vita reale. È un film dalla parte degli ultimi: quando si racconta l’esistenza di una persona bisogna essere rigorosi, non si può mancare di rispetto ai diretti interessati. Mi è capitato di raccontare episodi molto divertenti, ma anche eventi drammatici: la vita di Ernesto Fioretti è la sua e la rispetto. In L'ultima ruota del carro l’ho mostrato in scena nei panni di un mite autista di camion, (ribattezzato Ernesto Marchetti e interpretato da un formidabile Elio Germano), che per quarant’anni ha girato tutta l’Italia: attraverso il suo sguardo privilegiato sulle avventure tragicomiche e sugli episodi incredibili di cui lui è stato protagonista e testimone, abbiamo avuto la rara opportunità di portare in scena anche la storia recente del nostro Paese, rendendoci conto però che l’unico modo per raccontare la nostra società degli ultimi decenni era lasciarla come cornice e sfondo della vita di un uomo comune, di una persona normale. Nato in una famiglia patriarcale romana, Ernesto cresce coltivando i desideri di ogni ragazzino degli anni 60: sposarsi, avere una vita felice e magari un mestiere già avviato come quello del padre - che fa il tappezziere. Ma gli imprevisti e gli amici (primo tra tutti il più che intraprendente Giacinto, interpretato da Ricky Memphis) lo costringeranno invece a vivere catapultato in una realtà che non gli appartiene. Subirà il proprio destino, ma rimarrà sempre e comunque un uomo onesto, un soldato semplice fedele ai propri principi e a sua moglie Angela (Alessandra Mastronardi). La loro storia sentimentale è un altro dei pilastri fondamentali di questa vicenda: peraltro - ci tengo molto a dirlo - è il primo film della mia vita dove nessuno si fa le corna, perché la vera protagonista è l’onestà. Ernesto riesce a dribblare tutte le occasioni che la vita gli offre per essere disonesto e per approfittare degli altri. Il tutto viene raccontato con molta leggerezza, senza mai avere l’ambizione di raccontare un pezzo di Storia, che fatalmente scorre alle spalle di questo personaggio piccolo e apparentemente insignificante. Quella di Ernesto è la storia di un soldato semplice che ha vinto la sua guerra personale rimanendo integro e coerente con i propri principi, passando attraverso quelli che sono stati forse gli anni più corrotti del nostro Paese. Anni difficili di devastazione etico-morale, corruzione, microcriminalità, evasione, malasanità che ci hanno contaminati tutti. Ernesto invece li ha attraversati indenne, e mi sembrava giusto rendergli omaggio perché rappresenta l’eccezione e l’antidoto, incarna quella normalità e quella lealtà venuta a mancare mentre tutti noi ci siamo impantanati e questo lo porta ad essere una mosca bianca e quindi un protagonista.

Come ha scelto i suoi attori, che cosa cercava e cosa ha trovato in ognuno di loro?
Penso che Elio Germano sia l’interprete più dotato e completo in circolazione oggi in Italia. Ha 32 anni, un’età giusta per interpretare le varie fasi della vita di una persona. È molto duttile e intelligente, costruisce il personaggio con te gradatamente e non lo abbandona mai, è uno di quegli attori che ogni giorno ricorda a memoria tutto il film per intero come fa il regista. Con lui è come se ci fossero sempre sul set due persone che quotidianamente pensano al film nello stesso modo. Per una storia che abbraccia quaranta anni di vita italiana c’era bisogno di un attore del calibro di Elio che non molla mai il suo ruolo. Mi sono accorto che il personaggio avrebbe funzionato perché quando glie l’ho raccontato la prima volta gli si sono illuminati gli occhi; in quel momento ho capito che mi avrebbe detto sì. Elio ha un radar speciale per comprendere quello che vale davvero, separandolo poi da quello che vale meno, ed è dotato di una sorta di display per cui tu riesci a capire sempre quello che lui pensa davvero, è sempre molto vero. Era già bravissimo dieci anni fa, quando era stato uno degli interpreti principali del mio film CHE NE SARÀ DI NOI e non era ancora il numero uno tra gli attori italiani. Ora è diventato capace e versatile in ogni registro, puoi fargli fare un po’ di tutto, e lui riesce sempre a restituire la verità in modo straordinario, come solo i grandi attori sanno fare.
Non avevo mai lavorato con Ricky Memphis. Quasi tutti i miei colleghi gli avevano sempre offerto ruoli da bamboccione (quando non era impegnato a fare il poliziotto), mentre secondo me lui può contare su una faccia da vero figlio di mignotta. Mi sembrava quindi perfetto per dar vita al miglior amico di Ernesto, Giacinto, un personaggio opportunista, scaltro, sveglio, in soccorso del vincitore di turno, pronto a cambiare bandiera senza porsi il problema di dove sia finita la precedente. Un attore in grado di recitare un monologo su Berlusconi e la sua epoca così come è avvenuto in scena, insomma. Secondo me Ricky è fantastico perché riesce a dire le cose che dice rasentando il paradosso, ha una faccia talmente impassibile e immutabile... Ha una comicità naturale straordinaria, e poi, non c’è altra parola per definire il suo modo di essere comico: sa far ridere davvero, ma non te lo fa vedere.
Alessandra Mastronardi è stata un po’ una mia scommessa: non la conoscevo, sapevo solo che era un’attrice diventata popolare grazie ad alcune fiction, ma la mia compagna Valeria Solarino la stimava molto e ha insistito perché le facessi un provino. Mi sono fidato, e Alessandra si è rivelata bravissima nelle scene che ha recitato provando davanti alla telecamera insieme ad Elio. Ci siamo stupiti entrambi dell’alta qualità della sua recitazione realistica, sono sempre stato convinto che la naturalezza sia una dote fondamentale. Per lei era forse il primo ruolo complesso e completo della vita, ci siamo lanciati in questa avventura e la nostra è stata una cavalcata felice: Alessandra è una ragazza straordinaria, mi metteva quel buonumore di cui si ha bisogno tutte le mattine quando si va a lavorare, ogni volta che la incontravo avevo la consapevolezza che stavo facendo un lavoro straordinario.

Si tratta di un affresco dell’Italia degli ultimi 40 anni che le permette di coltivare ambizione più “alte”...
In questa occasione mi sono sentito molto libero di raccontare quello che volevo grazie al bel rapporto di totale stima, fiducia, rispetto e amicizia reciproca che si è instaurato con il produttore Domenico Procacci, che ha sposato il progetto e mi ha lasciato andare avanti da solo così come io ho lasciato felicemente libero lui. Questo mi era accaduto anche in altre occasioni, ma non necessariamente la libertà di movimento coincideva con il risultato migliore di un certo film: forse oggi sono abbastanza grande per scegliere meglio i progetti e per soffermarmi sulle persone che racconto con maggiore consapevolezza, senza l’ansia di dover ottenere necessariamente un risultato comico dal personaggio in sé, ma andando a cercare ironia e comicità in tante situazioni della vita che sono poi quelle che fanno ridere davvero. Ho scelto di intraprendere una strada diversa in un momento in cui, per quanto riguarda la commedia, il mercato italiano si è fossilizzato su due/tre stili soltanto perché funzionano. Io però resto sempre ottimista sul pubblico e sulla sua capacità di scegliere...

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