L'hacker che diventò Freddie Mercury: Rami Malek a Roma per Bohemian Rhapsody

Abbiamo incontrato Rami Malek e Gwilym Lee a Roma per parlare di Bohemian Rhapsody, il biopic dedicato a Freddie Mercury e ai Queen.

intervista L'hacker che diventò Freddie Mercury: Rami Malek a Roma per Bohemian Rhapsody
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Il suo ciuffo ribelle è diventato quasi un simbolo, il suo sguardo glaciale con sfumature di innata tenerezza genera empatia immediata, ma sono forse la sua voce graffiante e la sua cadenza lenta e pacata a caratterizzare maggiormente Rami Malek. I suoi tratti sono diventati famosi in tutto il mondo con la serie TV Mr. Robot, nella quale interpreta l'esperto di sicurezza informatica Elliot Alderson, a fine novembre invece lo vedremo in quello che - sino ad ora e per molto tempo a venire - è stato il suo ruolo più grande, importante e impegnativo: quello di Freddie Mercury nel biopic della Fox Bohemian Rhapsody, dedicato alla carriera del cantante inglese e alla storia dei Queen, sua storica band.
Performer inglese sì ma fino a un certo punto: il nome di battesimo di Mercury era infatti Farrokh Bulsara, la sua famiglia era originaria di Zanzibar, città in cui è nato il 5 settembre del 1946. In seguito a una complicata situazione politica e alla guerra, padre, madre e due figli decidono di partire alla volta dell'Inghilterra per iniziare una nuova vita, un Paese in cui il giovane Farrokh avrà diverse crisi d'identità e di appartenenza - risolte soltanto calcando un palcoscenico.
Un punto in comune proprio con la vita di Rami Malek, americano di prima generazione di origini egiziane. A raccontarcelo è proprio l'attore in persona, nella piccola Sala Torlonia dell'Hotel De Russie a Roma, mentre a pochi passi da noi Bono Vox degli U2 si gode un po' di sano relax dietro un paravento.

Essere Freddie Mercury

"Tutti conoscono l'aspetto macho di Freddie Mercury, audace, impertinente, un leone da palcoscenico, realizzando questo film invece ho scoperto molte cose su di lui che non sapevo. Ad esempio ignoravo avesse avuto un'importante storia d'amore con una donna, che fosse stato addirittura fidanzato e prossimo alle nozze, non conoscevo neppure il suo vero nome."
"Questo è stato importante per me, pensare a Zanzibar, all'educazione che ha potuto avere, ho trovato un punto in comune, anche la mia famiglia è saltata dall'Egitto agli Stati Uniti. Per immedesimarmi ho pensato a tutti quei piccoli elementi che lo riportavano sulla Terra, rendendolo umano."

Effettivamente, il lato pubblico di Freddie Mercury lo vedeva spesso toccare il cielo con un dito, conquistare folle di centinaia di migliaia di persone, come un Dio: "Sul piano musicale, era una sorta di alieno, di divinità. Per me è stato un vero onore impersonarlo ma anche tanto difficile: provate a mettervi nei suoi panni, un'icona di tale livello che ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo, sono sicuro che vi tremerebbero le ginocchia. Io ho provato a rendergli omaggio nel migliore dei modi, quando sono stato scelto per il ruolo il progetto era ancora senza finanziamenti, così ho dato fondo alle mie tasche e sono volato a Londra."
"Mi sono immerso in quello che era stato il suo mondo, per un anno e mezzo ho seguito lezioni di canto, di pianoforte, ho avuto dei coach che mi insegnassero i suoi movimenti, il suo accento, ho fatto tutto da solo per onorare al meglio la sua aura mitologica".

Uno per tutti, tutti per uno

La storia dei Queen però non è fatta soltanto da Freddie, attorno a lui ci sono stati dei compagni, degli amici fidati e fedeli, oltre che dei musicisti divini: pensiamo soprattutto a Brian May, interpretato nel film da Gwilym Lee, anche lui a Roma con l'amico Rami. "Intimidisce impersonare qualcuno di così amato in tutto il globo, spesso pensavo di rimanere travolto dalla grandezza del mio personaggio, poi però pensavo all'opportunità che avevo fra le mani e ripartivo."
"Brian mi ha aiutato moltissimo, è stato spesso sul set e ha seguito la creazione di tutte le scene musicali, anche se non è stato facile costruirlo. Solitamente parto dalla psicologia di un personaggio, dal suo interno per arrivare a definire l'esterno, in questo caso invece è stato il contrario, perché l'immagine di Brian May è da sempre incastonata nella mia memoria."
"La prima volta che mi ha visto truccato e in costume, è stato scioccante. Ha bussato al mio camerino e quando sono uscito ci siamo guardati in silenzio per quasi cinque minuti, poi finalmente ha detto qualcosa, ce l'aveva con un ricciolo fuori posto che lui portava in modo diverso. Mi ha sistemato la parrucca con cura, è una persona che tiene davvero a ciò che fa, la sua presenza è stata preziosa."
"Quando abbiamo girato le prime scene del Live Aid di Wembley, è venuto a dirmi che andava tutto bene, che le movenze erano giuste, che gli piaceva davvero ciò che vedeva sul palco, aggiungendo però una cosa. 'Ricordati che sono una rockstar', mi ha sussurrato, per farmi capire che avrei dovuto metterci anche l'anima, lo spirito, la grinta. Nonostante questo però non mi sono mai sentito giudicato da lui, ha rispettato il nostro lavoro ed è venuto a trovarci soltanto quando si suonava, le uniche scene per cui poteva dare una mano, secondo lui."

Adrenalina estrema

Brian May e Roger Taylor hanno avuto diversi contatti "ravvicinati" anche con Rami Malek, ovviamente: "Un giorno sono stato a fare un provino agli studi di Abbey Road, ho registrato quattro canzoni, poi lo sceneggiatore a sorpresa ha iniziato a farmi domande come se io fossi Freddie. Alla frase 'Di chi ti fidi ciecamente?' ho riflettuto un attimo e poi ho detto 'Mary', l'amore della sua vita."

"Quel nastro è finito fra le mani di Brian e Roger che lo hanno ascoltato con me presente, truccato e vestito da Freddie. Mi hanno fatto i complimenti per le canzoni, poi all'arrivo di quella domanda è caduto il gelo. Non ricordavo se avessi risposto Brian o Roger, pensavo che uno dei due si sarebbe arrabbiato o sarebbe rimasto deluso. Quando hanno ascoltato 'Mary' invece mi hanno rassicurato, 'Bravo, risposta assolutamente credibile'. È andata bene, è stato un gran momento."
Se fuori dal set le emozioni si sono raccolte in continui e potenti vortici, in scena le cose non sono andate in modo molto diverso: "Non c'è stata una scena difficile in particolare, ogni giorno di lavorazione è stato duro. Ho dovuto pensare costantemente a lui, a cosa avrebbe fatto in ogni determinata situazione. Certo con il Live Aid abbiamo toccato punte di difficoltà mai raggiunte prima, avremmo dovuto ricreare la medesima atmosfera, ripetere le stesse movenze, volevamo davvero fare un lavoro perfetto, così abbiamo lavorato take dopo take senza mai mollare."
"La sera ovviamente stramazzavi a terra, contento però di aver fatto un buon lavoro. Il momento più folle è stato quando ho chiesto al regista di girare lo spezzone del Live Aid in piano sequenza, senza fermarci mai, ed erano 4-5 canzoni di fila."

"Avevamo circa dieci camere che ci riprendevano dal basso e dall'alto, orde di fan dei Queen chiamate come pubblico che ci hanno incitato tantissimo, l'adrenalina è salita al massimo ed è stato incredibile, mi sono quasi sentito super-umano. A quel punto eravamo una vera e propria band, avevamo raggiunto il nostro obiettivo, avevamo creato una chimica che abbiamo mantenuto per tutto il film."

Cambi al vertice

Parlando di regia e registi, Bohemian Rhapsody ha purtroppo avuto un piccolo "giallo" nel corso della sua lavorazione: Bryan Singer è stato licenziato dalla Fox a opera quasi ultimata, venendo sostituto da Dexter Fletcher.
Un evento che avrebbe potuto essere davvero un trauma per la troupe e il cast, ma che fortunatamente ha avuto poche ripercussioni. "Quando Bryan è stato licenziato, eravamo già un gruppo affiatato" ha detto Gwilym Lee, "sapevamo già come muoverci, come avremmo dovuto caratterizzare i personaggi. Non è stata una bella cosa ma quando sei un professionista porti avanti il tuo lavoro qualsiasi cosa accada, del resto siamo abituati a lavorare sempre con registi diversi, alla fine ce l'abbiamo fatta". (Foto incontro: Aurelio Vindigni Ricca, @avuerre)

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