Venezia 2011

Intervista L'arrivo di Wang-Intervista ai registi e al musicista

I Manetti Bros ci raccontano del misterioso Wang

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Attivi soprattutto nell'ambito dei videoclip e nell'universo delle fiction televisive, i romani Marco e Antonio Manetti, l'uno classe 1968, l'altro 1970, oggi conosciuti con il nomignolo Manetti Bros, li abbiamo cominciati a sentire nominare già nel 1995, quando firmarono uno dei migliori episodi inclusi nel collettivo DeGenerazione, cui fece seguito, due anni dopo, il documentario per il piccolo schermo Torino boys.
Ma solo nel 2000, anno in cui fece la sua apparizione nelle sale cinematografiche la sottovalutata commedia horror Zora la vampira, interpretata da Carlo Verdone e da una giovane Micaela Ramazzotti, si presentò l'occasione di vederli alla direzione di un lungometraggio.
Esperienza poi ripetutasi con il riuscito Piano 17 (2005), con il sanguinolento ma poco visto Cavie (2009) e con il fantascientifico L'arrivo di Wang (2011), interpretato da Ennio Fantastichini e Francesca Cuttica e presentato all'interno della sezione Controcampo italiano presso la sessantottesima edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Ed è proprio per parlare di quest'ultimo film che li abbiamo incontrati, affiancati dal musicista Pivio.

Fratelli da un altro pianeta

Il personaggio di Ennio Fantastichini si chiama Stefano Curti; vuole essere forse un omaggio al figlio di Ermanno Curti di Minerva pictures?

Antonio Manetti:
E' stato il primo nome venuto in mente a Marco quando ha scritto la sceneggiatura.

Marco Manetti: Sì, è il nome che mi è venuto in mente per primo, ma non è un omaggio cinefilo. Di sicuro, è indirettamente riferito a lui, ma non sapevo neppure che avesse un figlio di nome Stefano, noi conosciamo solo Gianluca, che è un nostro amico.

Il film è sicuramente ricco di omaggi e citazioni...

Marco Manetti: Citazioni, in questo caso, direi zero, mentre, per quanto riguarda l'ispirazione ci siamo rifatti alla fantascienza classica, quindi a quella degli anni Cinquanta, ed abbiamo aggiunto un tocco di mystery e un po' di spionaggio, guardando in particolar modo alla serie televisiva 24, che amiamo molto.

Come è andato il lavoro con le musiche?


Pivio: E' stato un lavoro piuttosto complicato, perché, avendo dovuto lavorare fin dall'inizio ad un film non finito, non è stata affatto un'impresa facile. Voi nel film vedete l'alieno, ma noi sul set non lo avevamo, al suo posto c'era un signore cinese vestito di verde, quindi il nostro compito era quello di interpretare le sue emozioni. E c'è voluto un anno e mezzo di lavoro.

Marco Manetti: Bisogna avere un sacco di immaginazione per lavorare con un attore che non è poi quello che vedi nel film. Con lui abbiamo lavorato come se fosse un normale attore, ma l'importante era la voce, perché il corpo, comunque, lo avremmo cambiato.

Antonio Manetti: Tra l'altro, abbiamo insistito tantissimo con la società di effetti speciali di lavorare con l'attore, perché loro avrebbero voluto costruire la creatura dal nulla. Per noi, però, era fondamentale avere una presenza fisica sul set, quindi hanno dovuto cancellare l'attore.

Come mai l'alieno parla in cinese?

Antonio Manetti: Avevamo deciso di prendere la lingua più parlata nel mondo, come dicono nel film.

Marco Manetti: Ci serviva che fosse una lingua difficile.

Cosa vi ha convinto a fare questa storia?

Antonio Manetti: Sicuramente era la più facile da fare, perché si trattava di un prodotto low budget. Poi, da spettatori, ci piaceva anche l'idea dello spazio chiuso, claustrofobico, è uno stile che attrae molto.

Avete creato una società. E' necessario averne una in Italia per produrre film di genere?

Marco Manetti: Sì, noi abbiamo in precedenza prodotto film di genere senza società ed appoggiandoci ad altre, però abbiamo col tempo capito che, per sfondare, occorrono pazienza e fatica, perché è un cinema che non incassa e i distributori non ci credono. Quindi, l'unico modo era produrci il film da soli con una nostra società, ma ora anche altri possono venire da noi, perché saremmo felici di scoprire nuovi registi e trovare altre storie da finanziare.

Se doveste sognare in grande, cosa vi piacerebbe fare?

Marco Manetti: E' difficile da dire, perché, in effetti, siamo anche molto contenti di ciò che facciamo. Però, sognando proprio in grande, ma qui parliamo proprio di un sogno, ci piacerebbe girare un film di supereroi, magari in America con la Marvel (ride).

Antonio Manetti: Comunque, da qualche anno desideriamo realizzare un film western.

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