Intervista John Carter: la parola ad Andrew Stanton [3]

La terza parte della nostra esclusiva intervista ad Andrew Stanton

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Parliamo delle navi volanti marziane: come le ha progettate per riflettere il periodo storico che avete rappresentato nel film?
Le navi aeree sono state ideate in un periodo in cui esistevano i velieri. Pertanto, pensando ai materiali con cui sarebbero stati realizzati in quell’esatto periodo storico, abbiamo utilizzato porcellane antiche e legno, nessun materiale creato dall’uomo. Non c’è elettricità su Marte, ma c’è un elemento chiamato Radium, che è una risorsa molto rara che gli abitanti possono utilizzare come una specie di energia infiammabile, con lo stesso funzionamento delle batterie per le automobili. Di conseguenza, tutto in queste navi è prodotto dall’energia manuale.
La parte divertente è stata occuparsi di come queste navi vengono praticamente pilotate e fatte volare. Abbiamo persino creato un vero e proprio gergo tecnico e una routine di lavoro fra tutti i membri dell’equipaggio per conferire una maggiore autenticità a queste navi.

Ci sono due città in lotta su Marte e John Carter si trova coinvolto in questo conflitto. Potrebbe descrivere le due città, Helium e Zodanga?
Gli uomini rossi, gli Heliumites e gli Zodangans, sono due categorie di guerrieri, con la cultura dei tatuaggi di colore rosso, che servono per definire la loro provenienza e il loro rango. Le due città sono in lotta da secoli. Gli Heliumites, uniti da una bandiera blu, hanno lo scopo di riprendersi il loro pianeta, per evitare che muoia. I Zodangans, rappresentati da una bandiera rossa, hanno adottato la filosofia secondo cui ogni uomo agisce per il suo unico bene. La loro città è sempre in movimento: questa specie di raffineria mobile si dirige verso diversi luoghi in cerca di Radium, una risorsa che comincia a scarseggiare. La città sceglie un posto, lo rastrella, prende ciò che vuole e poi va via.

In un certo senso, Zodanga è una città divisa tra abitanti ricchi e abitanti poveri. La maggior parte degli abitanti poveri vive nei posti più disparati all’interno della sovrastruttura, cercando di arrangiarsi come meglio può mentre i pochi benestanti risiedono all’interno del Palazzo. La città di Helium è esattamente l’opposto di Zodanga: investe molto di più nel benessere dei suoi cittadini. Helium è descritta molto bene nei libri in quanto gioca un ruolo ricorrente nel ciclo dei romanzi. E’ la città d’origine di Dejah Thoris, di suo padre Tardos Mors e di un altro personaggio principale di nome Kantos Kan. Helium è un luogo dalle fondamenta solide, costruito su rocce, molto robusto, con alte torri. In realtà, è costituita da due sezioni: Helium Maggiore ed Helium Minore, collegate da un ponte. Il Palazzo della Luce è il suo fulcro e si trova alla base della torre più alta della città.

Ci parli dell'aspetto visivo del film e di ciò che si è tentato di creare visivamente.
Per rispondere a questa domanda, devo immaginare di essere uno spettatore che va a vedere il film al cinema e non di essere un regista. Che cosa avrei fatto se fosse tutto dipeso da me e non da altre cose? Che cosa sarebbe apparso nuovo ai miei occhi e non già visto altrove? Il mio obiettivo è di renderlo credibile. Voglio credere che esista davvero. Così ho pensato di considerarlo come un film storico , come un pezzo d’epoca, in cui abbiamo svolto tutte le nostre ricerche nel modo più corretto per fornire una base reale. C’è una sporcizia, una patina, un senso di usura nelle cose che rende tutto ciò più credibile. Voglio che la “storia marziana” di questo film sia fatta così bene da sembrare una sorta di luogo remoto che non si conosceva prima. Ecco qual è stato il nostro approccio: partire proprio da quella realtà sporca, polverosa.
Siamo andati alla ricerca di paesaggi in cui le rocce avevano subito l’erosione nel corso dei secoli e poi abbiamo operato un minimo ritocco al computer per dare l’impressione che si trattasse di ruderi costruiti. Abbiamo aggiunto degli elementi, come finestre, porte e scale. Ci auguriamo che, se fatto bene, gli spettatori che vedranno il prodotto finale si chiederanno: “Ma dove hanno trovato quelle rovine”?

Può descrivere l’ enorme Palazzo di Luce utilizzato per la scena del matrimonio?
La scena del matrimonio nel Palazzo della Luce è il nostro gran finale ed è probabilmente uno dei più grandi set del film. La ragione per cui è chiamato il Palazzo di Luce è perché è tutto in vetro ed è alto dieci piani. Ospiterà un grande matrimonio con circa 300 Heliumites e Zodangans che riempiono il terrazzo e l’interno del set.
La festa nuziale si svolgerà su un palco galleggiante. C’è un grande specchio nel tetto del palazzo che riflette la luce della luna unita alle due lune di Marte, creando un raggio di luce che colpisce un recettore sul palco, riuscendo così ad illuminare il balcone.

"Gli Heliumites, uniti da una bandiera blu, hanno lo scopo di riprendersi il loro pianeta, per evitare che muoia. I Zodangans, rappresentati da una bandiera rossa, hanno adottato la filosofia secondo cui ogni uomo agisce per il suo unico bene."

Quando si dispone di un set così grande, è davvero travolgente. Ma ti rendi conto che vederlo sullo schermo entusiasmerà il pubblico. La gente va a vedere questi grandi film d’azione aspettandosi che ci sia qualcosa di mai visto prima, qualche elemento spettacolare e originale, ma pur sempre collegato alla storia.
Quindi, abbiamo fatto quello che noi chiamiamo pre-visualizzazione. Abbiamo effettivamente costruito il set in un mondo virtuale, girato le sequenze e montato, proprio come in un film. Poi abbiamo scomposto le immagini, seguendo l’ordine delle riprese. Ci siamo consultati moltissime volte su come avremmo dovuto girare questi momenti. Una volta che si inizia la scomposizione in piccole parti, diventa meno deprimente, meno incombente e più gestibile. Un po’ come nel vecchio detto: “Come mangi un elefante”? Mangi un elefante un po’ alla volta. Questo è stato il nostro approccio.

Ha dedicato una grande attenzione ai costumi in questo film. Com’è riuscito Mayes Rubeo a riflettere la Sua visione?
La cosa che adoro di Mayes Rubeo è la sua straordinaria competenza culturale del mondo della moda, non solo per ciò che riguarda i capi d’abbigliamento ma anche i gioielli e le acconciature. Rubeo è un’esperta non solo di tendenze attuali ma anche storiche, infatti è stata in grado di unire ed abbinare, arrivando addirittura ad inventare lo stile che potrebbe esistere in un altro mondo.
Pur trattandosi di un mondo fittizio, abbiamo cercato in ogni modo di rappresentarlo come un autentico periodo storico e i costumi sono una parte importante di questo processo. I costumi devono dare l’idea di una storia che ha luogo su Marte. E credo che, grazie alle creazioni della Mayes, siamo riusciti a rendere questo aspetto e trasmettere questa sensazione.

Ci può spiegare come avviene la creazione delle creature che vedremo sullo schermo? L’inizio e la fine di questo processo avviene tramite la tecnica di motion capture?
No, non lo è. Molti credono erroneamente che la motion capture consista nell’indossare un abito che registra i propri movimenti e che successivamente quei dati vengano applicati direttamente ad un modello del computer. La verità è che, ogni volta che avete visto la motion capture fatta bene, c’è stato un abile animatore del processo che ha elaborato quei dati, fissando o integrando il materiale originario.
E’ la collaborazione tra un bravo attore e un bravo animatore a creare le migliori immagini con personaggi in CG e live action. E non è molto diverso rispetto ai film completamente animati. In un film d'animazione, si ottiene la voce di un grande attore e a volte abbiamo anche registrato su videocassetta i movimenti dell'attore per ottenere i riferimenti dei loro gesti e delle loro azioni, ma questo non serve a molto senza il lavoro di un animatore che riesce ad amalgamare il tutto con grande abilità.
Ho applicato un rapporto di 50/50 al processo di creazione dei personaggi Thark. In realtà, mi avvalgo principalmente delle interpretazioni fisiche degli attori, della fisicità delle espressioni dei loro volti e di cosa fanno nello spazio fisico in cui recitano sul set, ma dipendo, da un certo punto di vista, dall’animatore che possiede le informazioni acquisite sfruttandole fino alla fine. Non è una gara: si tratta di due grandi interpreti che lavorano insieme in concerto rendendo la prestazione perfetta ed ibrida, in modo tale che alla fine non ti fermi a pensare a Willem Dafoe o a Samantha Morton, e non ti chiedi se si tratta di una creazione animata. Pensi soltanto al personaggio. Questo è sempre il modo giusto per capire se hai fatto il miglior lavoro possibile.
In realtà anche in “John Carter” utilizzo la stessa filosofia e metodo che avrei usato in un film Pixar, ma sono molto più consapevole e riconoscente delle performance che ho ottenuto dallo straordinario cast che interpreta i nostri Thark.

Chi fa parte della squadra ‘tecnica’?
Inizierò menzionando i produttori, con cui mi sono lanciato in questo progetto. All’inizio c’erano Jim Morris e Lindsey Collins, che hanno entrambi prodotto “WALL•E” e poi si è unito a loro anche Colin Wilson, che ha una vasta esperienza di produzione di live-action e di film con grandi effetti. E’ stato il perfetto complemento al talento di Jim e Lindsey. Lindsey proviene dal mondo della computer animation, quindi abbiamo pensato che fosse meglio per lei gestire l’animazione che costituisce quasi il 50% del film e che ha occupato quasi completamente metà della produzione.

Poi c’è Mark Andrews. L’intero progetto è scaturito da una conversazione fra me e Mark, quando lavoravamo alla Pixar. Abbiamo scoperto che da bambini eravamo entrambi fan dei libri di Burroughs. Avevamo ancora i disegni che da piccoli avevamo fatto su John Carter, a dimostrazione della nostra antica passione comune. In seguito abbiamo chiesto a Michael Chabon di aiutarci a scrivere il film (anche lui era un fan di Burroughs). E quella è stata la base della nostra squadra.

Successivamente si è unito a noi Nathan Crowley, lo scenografo. E’ stato interessante perché io e lui ci eravamo incontrati durante la premiazione di “WALL•E” e “Dark Knight” ed è stato bello conoscersi, eravamo elettrizzati dalla sensazione generata dai nostri film.
La presenza di Nathan è stata una manna, dato che lui non proviene dal mondo del fantasy. Non aveva mai fatto un progetto fantasy ma avrebbe sempre desiderato farlo. Ha ideato l’architettura dei luoghi del film con spirito innovativo ed originalità, creando un mondo assai diverso dal nostro ma estremamente funzionale alle sue necessità.

"Il passaggio dall’animazione al live action non è così diverso da quel che credevo: i ruoli sono fondamentalmente gli stessi, ma nella live action generalmente riesco ad ottenere in sei mesi quello che nell’animazione otterrei in 2-3 anni."

Poco dopo si è unito a noi il direttore della fotografia, Daniel Mindell, che è piuttosto eclettico. E’ difficile descrivere esattamente il suo stile. Ha fatto tanti film diversi, da “Nemico pubblico” a “Star Trek”. E’ molto apprezzato dagli artisti del mondo degli effetti che hanno lavorato con lui perché è un artista in grado di comprendere perfettamente che le riprese non sono l’elemento più importante di un film con grandi effetti speciali come “John Carter”.
Poi c’è Peter Chiang, che dirige la Double Negative, una grande società di effetti londinese, che si è occupata dei personaggi generati al computer presenti nel film. Il gruppo di Chiang mi ricorda la Pixar ai suoi albori, quindi ci siamo trovati bene insieme.

Com’è stato il Suo rapporto con lo scrittore Mark Andrews?
Ho scoperto che Mark Andrews è un appassionato dei libri di John Carter. Mark è stato il capo della storia di “Ratatouille” e di “Gli Incredibili”. Per noi era un futuro potenziale regista della Pixar, quando un giorno mi ha chiesto un’opinione su alcune storie da lui scritte che avrebbe desiderato dirigere. Siamo andati a pranzo insieme e mentre me ne parlava, ad un certo punto ho esclamato: “Mi ricorda la storia di John Carter”. Lui si è interrotto, mi ha guardato e mi ha chiesto: “Conosci John Carter?” Ed io: “Certo, sono cresciuto con quei libri, adoro le pubblicazioni della Marvel degli anni ‘70”. Eravamo praticamente gli unici, alla Pixar, a conoscere quei libri! Ed eravamo entrambi molto informati su tutta la serie, e abbiamo iniziato a parlare di come poterli sviluppare in un film.
Quindi ci siamo fatti una promessa reciproca: se avessimo mai avuto la possibilità di realizzare ‘John Carter’, lo avremmo fatto insieme. Questo accadeva nel 2005; nel 2006 l’accordo di un altro studio con la Burroughs Estate non andò a buon fine, e i diritti di quelle storie arrivarono sul mio tavolo. A quel punto chiamai subito Mark per dirgli: “Tieniti pronto! Scriveremo insieme il film di ‘John Carter’!”.

Com’è stato il passaggio dall’animazione al live action?
Non così diverso da quel che credevo. Sapevo che avrebbe generato una certa dose di adrenalina e che sarebbe stato un lungo lavoro. Ma devo dire che ormai sono abituato a questo ritmo. Nella live action generalmente riesco ad ottenere in sei mesi quello che nell’animazione otterrei in 2-3 anni. Ma non è difficile come si può pensare, perché il rapporto che ho con la mia troupe live-action è molto simile a quello che ho con la mia squadra alla Pixar; anche lì c’è un direttore della fotografia, un costumista, attrezzi di scena, set in costruzione. I ruoli sono fondamentalmente gli stessi, ma divergono nel modo in cui viene svolto il lavoro. Alla Pixar non lavoro con i computer, ma con 200 artigiani che sono i migliori nel loro campo. La stessa cosa vale per la live action. Il vantaggio della live-action è che posso parlare con tutta la troupe nella stessa stanza e poi vedere il risultato lo stesso giorno invece di sei settimane dopo.

Fare film virtualmente non è molto diverso dal fare film live. Ovviamente ci sono delle differenze ma in entrambi i casi quello che ci interessa è creare una bella immagine sullo schermo che catturi il pubblico e racconti la storia.
Con mia sorpresa ho scoperto che mi piace molto stare all’aria aperta e visitare ogni giorno un ambiente nuovo. E’ un bel diversivo rispetto allo stare per anni all’interno dello stesso ufficio. Non voglio dire che una situazione sia meglio dell’altra. In entrambi i casi esistono pro e contro. Ma per me è stato un cambiamento piacevole, dopo tanto tempo passato a fare film nello stesso ambiente.

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