Intervista John Carter: la parola ad Andrew Stanton

La prima parte della nostra esclusiva intervista ad Andrew Stanton, regista di John Carter

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Sebbene da ragazzino abbia letto e amato il romanzo di avventure nello spazio di Edgar Rice Burroughs “A Princess of Mars” e i dieci libri successivi raccolti nella collana conosciuta come 'Barsoom Chronicles', il regista e autore Andrew Stanton, vincitore di un Academy Award®, non si sarebbe mai sognato di avere la possibilità un giorno di portare i romanzi sul grande schermo nel film live-action “John Carter”. Dice Stanton: “Mi è capitato di leggere il libro all’età giusta, avevo 10, forse 11 anni. Sono rimasto affascinato dall’idea di un essere umano che si ritrova su Marte, in mezzo a creature straordinarie, e che scopre di possedere poteri speciali. Era un aspetto molto romantico dell’avventura e della fantascienza. In realtà ero più un fan dei film. Mi sarebbe piaciuto poter vedere le storie di Burroughs sul grande schermo ma non avrei mai pensato che un giorno sarei stato io il regista di quel film”.
Per Stanton, comunque la questione non era semplicemente portare il romanzo di Burroughs sul grande schermo. Voleva che il suo primo film live-action fosse diverso da tutti gli altri film di fantascienza in circolazione. “John Carter è un grande film epico di fantascienza e avventura, con una storia d’amore, azione e intrighi politici”, afferma il regista. “Proprio perché il soggetto è stato scritto tanto tempo fa, nell’ultimo secolo ha ispirato quel tipo di storie. E’ una sorta di antesignano dei fumetti prima della loro nascita; una storia di avventura prima che questa diventasse un genere a se stante. E’ stato difficile attingere al libro senza dare l’impressione di creare un prodotto già visto perché è stato letteralmente depredato, o una fonte di ispirazione per un intero secolo”.

Una delle peculiarità della storia di John Carter è che si svolge subito dopo la Guerra Civile sia sulla Terra che sul pianeta Marte. “La visione della scienza, della tecnologia futura e della fantasia riflette il modo di concepire il mondo nel 1912”, spiega Stanton. “Credo che una parte del fascino di questi libri e di questi personaggi stia nel fatto che non appartengono alla nostra epoca, ma fanno parte dell’era post-Guerra Civile. Volevo che oltre alla Terra anche Marte avesse quell’atmosfera unica in modo che poi non fosse più neanche lontanamente possibile paragonarlo ad altri film di fantascienza o fantasy più recenti. Proprio perché è fantascienza vista attraverso gli occhi di chi viveva all’inizio del secolo, c’è una fantastica atmosfera retrò con cui ci si deve confrontare. Volevo girare in location vere e dare la sensazione di essere davvero in quell’epoca sia sulla Terra che su Marte.”
“Per gli esterni, ad esempio, abbiamo girato in alcune zone dello Utah che sembrano davvero appartenere ad un altro pianeta” aggiunge. “La particolarità dello Utah è che è stato veramente una zona oceanica morta in un certo periodo, come lo è la maggior parte della topografia di Marte, ed è quindi naturale stare in alcune zone di questo stato e credere di trovarsi su un altro pianeta, di stare su Marte. Volevo aggiungere un tocco di romanticismo proveniente da un mondo diverso perché una delle cose che mi ha sempre colpito del libro era che tutti potevano volare stando a bordo di navi. Queste navi alte, con il vento nelle vele, usano l’energia della luce riflessa dalla superficie del pianeta e si muovono come un disco da hockey, però in aria, ed io ho voluto riprodurre il loro movimento delicato, tipico di un’epoca in cui gli oggetti non sono stati ancora automatizzati. Ed è inoltre molto affascinante per me perché Marte è un pianeta morto e c’è qualcosa di molto romantico e misterioso riguardo al deserto”.

"È stato difficile attingere al libro senza dare l’impressione di creare un prodotto già visto perché è stato letteralmente depredato: una fonte di ispirazione per un intero secolo"

Un’altra sfida per Stanton è stata creare una popolazione realistica sul pianeta Marte, composta da tribù di guerrieri verdi, con le zanne e alti quasi tre metri, creature simili a cavalli con otto zampe, chiamate Thoats, e i Calots, un incrocio tra un cane e un’enorme lucertola. “Uno dei personaggi principali della collana di romanzi, oltre a John Carter, è Tars Tarkas, leader della tribù di uomini verdi chiamati Thark”, afferma Stanton. “Nel libro vengono descritte come creature alte tra tre e quattro metri e mezzo, con le zanne e quattro braccia. Sono creature fantastiche, quindi uno dei nostri primi pensieri nel fare il film è stato quello di come renderle credibili e tipiche del deserto, come se fossero una specie naturale del pianeta Marte. Abbiamo creato la fisiologia di queste creature ispirandoci alle popolazioni terrestri che vivono nel deserto, come gli aborigeni, i guerrieri Masai, i beduini. Abbiamo immaginato i Thark molto sottili e nodosi, come se avessero lottato una vita intera per sopravvivere nel deserto ed ora stanno affrontando nuove difficoltà e la loro esistenza è in pericolo.”

“Ci sono varie creature con tante braccia o zampe su Marte. C’è un cucciolo con dieci zampe chiamato Calot, che è una specie di bulldog lucertola. Ci sono i Thoats che hanno otto zampe e le Scimmie Bianche che hanno quattro braccia e sono uno dei pezzi forti del film, pertanto riuscire a creare la giusta fisiologia dei Thark ci ha aiutato nel creare quella più adatta per tutti gli altri personaggi fantastici. Spero che mentre guardiate il film non ci penserete neanche e li accetterete proprio come fareste con qualsiasi nuova specie che vi capitasse di incontrare in qualche altra parte del mondo”.

Come Stanton fa notare, comunque, alla base di John Carter c’è la storia del tutto umana di un uomo che si ritrova costretto a dover scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato. E questo è il motivo, più di ogni altro, per cui vale la pena vedere il film. “L’aspetto più affascinante della storia è che si tratta di uno straniero in una terra straniera e di un uomo che improvvisamente diventa, suo malgrado, straordinario” spiega Stanton. “Possiamo paragonarlo a qualcuno che riceve un dono e deve decidere se usarlo per il bene degli altri o tenerlo per sé. John Carter è un uomo che si trova ad un bivio. Si ritrova in un mondo che sta attraversando una crisi, la cui situazione sta precipitando e si rende conto di poter svolgere un ruolo fondamentale per fermare questo processo. La questione è se deciderà di farlo o meno.”
“Mi piace l’idea di un personaggio ferito, con valori etici e morali, che però non vuole tornare nel mondo come la persona che era prima, perché la vita gli ha riservato un duro colpo. Per poter tornare John Carter deve lasciare la Terra e ritrovare la sua umanità tra gli abitanti di Marte”.

Quali circostanze l’hanno spinta a voler girare “John Carter”?
“John Carter” è tratto da “A Princess of Mars”, un romanzo di Edgar Rice Burroughs scritto circa un secolo fa. Mi è capitato di leggere il libro all’età giusta, avevo 10, forse 11 anni. Sono rimasto affascinato dall’idea di un essere umano che si ritrova su Marte, in mezzo a creature straordinarie, e che scopre di possedere poteri speciali. Era un aspetto molto romantico dell’avventura e della fantascienza.
Uno dei miei amici aveva dei fratelli che amavano disegnare, io andavo a casa loro a volte e ci scambiavamo fumetti. Mi ricordo che disegnavano sempre questo personaggio con una spada, che combatteva contro delle creature verdi di tre metri, con quattro braccia e le zanne. Una volta gli ho chiesto cosa fosse e mi hanno spiegato che era John Carter di Marte che combatteva contro i Thark. Nello stesso periodo era uscita una serie di fumetti della Marvel tratti dai romanzi, quindi ho iniziato prima a leggere i fumetti e poi sono passato ai libri. Ho letto i libri fino agli anni del liceo e i miei amici si prendevano gioco di me.
La collana è composta da 11 libri e ho sempre pensato che sarebbe stato bello vederli trasposti sul grande schermo. In realtà ero più un fan dei film. Volevo vedere le idee dei libri di Burroughs trasposte sul grande schermo per poter andare al cinema, ma non ho mai pensato che potessi essere io, un giorno, il regista di quel film.


Edgar Rice Burroughs è famoso per aver creato “Tarzan”. E’ stato anche lei un fan di “Tarzan”?
E’ strano ma non sono mai stato un fan di “Tarzan”. Conoscevo i libri di Tarzan di Edgar Rice Burroughs come chiunque perché Tarzan è il personaggio per il quale è diventato famoso in tutto il mondo. Questi libri lo hanno reso celebre e ricco ma l’autore aveva iniziato a scrivere questa collana di libri, la serie di racconti di John Carter, o ciclo di “Barsoom” come viene chiamato, prima di Tarzan.

Che cosa La attraeva dei libri a quel tempo e perché Le piacciono ancora oggi?
Quello che mi piaceva da piccolo era il loro aspetto innovatore nel genere fantasy. Sono stati la mia prima esperienza di quel genere. E l’aspetto sorprendente è che una storia scritta nel 1910 riesca ancora ad affascinare e a suscitare interesse.
Quando ho revisionato il materiale con gli occhi di un narratore e filmmaker, ormai adulto, mi sono accorto subito di quante cose fossero diventate dei cliché e di come il personaggio di John Carter fosse monocorde. Non aveva un potenziale di crescita o sviluppo. Ma quello che mi ha sorpreso era che l’immaginazione di questi mondi e situazioni, delle creature e dei personaggi, era ancora molto prolifica. Evocavano molte immagini fantastiche. Credo che questo fosse l’aspetto che più mi ha colpito la seconda volta che l’ho letto. Volevo vedere questo mondo. Volevo puntare su queste creature e questi personaggi.
Guardando il materiale oggi con gli occhi di un filmmaker, so che tutto ruota intorno alla capacità di credere. Si tratta di rimanere stregati davanti allo schermo, al punto tale da credere di essere veramente nella storia.

E’ stato difficile ottenere il permesso dalla proprietà di Burroughs per girare “John Carter”?

"L’aspetto sorprendente è che una storia scritta nel 1910 riesca ancora ad affascinare e a suscitare interesse."

Abbiamo dovuto convincerli che eravamo seriamente intenzionati a produrlo perché avevano avuto già molte proposte, che poi erano finite nel nulla. Erano comprensibilmente scettici, quindi abbiamo dovuto convincerli che le nostre intenzioni erano serie.
Prima di presentarci alla proprietà, abbiamo studiato il film insieme, ci siamo organizzati per bene facendo brainstorming e preparando una bozza. Usiamo questo metodo, ci mettiamo in piedi in mezzo alla stanza e raccontiamo la storia come se fossimo appena usciti dal cinema e avessimo già visto il film. Ci vogliono parecchie stesure e molte prove per poterlo fare bene e questo è quello che abbiamo fatto. In questo modo abbiamo convinto la proprietà, sono stati molto soddisfatti del nostro approccio.

Quanto è fedele il film al romanzo di Edgar Rice Burroughs “A Princess of Mars”?
Ho cercato di restare il più fedele possibile perché io sono il primo fan. Ma sono anche il primo a rendersi conto che non si può trasporre letteralmente quello che è scritto in un libro sul grande schermo, perché non funziona. L’ultima cosa che volevo era far uscire le persone dal cinema pensando di aver visto una brutta storia. Ci siamo presi delle licenze laddove abbiamo ritenuto necessario. Ma credo che nei migliori adattamenti il pubblico debba guardare il film senza accorgersi di quello che è cambiato. L’importante è che rifletta lo spirito di come ci siamo sentiti quando leggevamo il libro. Rispettare le sensazioni per me è fondamentale nell’adattamento di un libro.

Ha fatto ulteriori ricerche per interpretare meglio il libro o il mondo che descrive?
Sì. Abbiamo esaminato quello che ancora esiste nella proprietà di Edgar Rice Burroughs a Tarzana, California. Ha chiamato il suo ranch Tarzana e poi questo è diventato il nome della città. All’epoca, non c’era niente tranne la sua proprietà. Quello che rimane della proprietà è un edificio molto modesto tra due enormi centri commerciali. Ma al suo interno c’è un vero tesoro, è un luogo pieno di storia perché Burroughs è stato un autore molto prolifico. Ci sono tante altre opere che ha scritto oltre a “Tarzan” e il ciclo di “Barsoom”, anche queste molto celebri.

Non perdetevi la seconda parte dell'intervista, on line mercoledì 7 alle ore 15:00!

Che voto dai a: John Carter

Media Voto Utenti
Voti: 44
7
nd