Intervista Jean-Pierre Améris, un emotivo (poco) anonimo

Jean-Pierre Améris ci racconta Emotivi Anonimi

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Insieme alle feste arriva anche la voglia di film capaci di scaldare il cuore, ed ecco dunque arrivare Emotivi Anonimi, la commedia di Jean-Pierre Améris che ci farà sorridere e partecipare del destino di due protagonisti "emotivamente imbranati", Angélique (Isabelle Carré) e Jean-René (Benoit Poelvoorde), due persone estremamente emotive che hanno non poche difficoltà nella gestione delle loro paure e non riescono a rapportarsi alle persone come vorrebbero.
Durante la presentazione alla stampa del film, il regista Jean-Pierre Améris ha avuto modo di rispondere alle domande dei giornalisti sul film e sulle sue tematiche: vediamo cosa ha risposto il cineasta francese.

In Emotivi anonimi c’è qualche elemento autobiografico?
Sì, il film è in parte autobiografico, infatti per un lungo periodo ho frequentato le riunioni di un’associazione analoga, che avevo scoperto attraverso un giornale. È basata sugli stessi principi di altri gruppi come gli alcolisti anonimi. Dieci anni fa mi sono reso conto che questa mia timidezza mi ostacolava nella vita di tutti i giorni, ad esempio durante i cocktail party mi sentivo a disagio, e così ho pensato di realizzare questo film. Quando mi sono convinto ad entrare in questo gruppo ho notato che all’interno ci sono persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Durante le riunioni emergono tutte le paure di queste persone all’apparenza estremamente sicure di sé, ma che invece hanno problemi insospettabili. La cosa bella delle riunioni è che ti rendi conto di non essere solo: come te ci sono tante altre persone che temono lo sguardo degli altri, e durante questi incontri si rideva e ci si dava consigli. Ridere è sempre positivo a livello terapeutico.

Perché ha scelto la cioccolata come veicolo del sentimento fra i due protagonisti?
Ho scritto la sceneggiatura insieme a Philippe Blasband in una sala da tè,sorseggiando dell’ottimo tè e mangiando pasticcini quindi ci è venuta subito in mente un’ambientazione del genere. Abbiamo ragionato molto sul mestiere dei protagonisti, perché a differenza di altri film volevo creare un piccolo “universo a parte”, che poi corrisponde alla diversa realtà vissuta dagli emotivi. Il cioccolato rappresenta un piacere, qualcosa che si offre agli altri, e per Angélique il cioccolato è come per me il cinema:un veicolo per superare l’emotività e le paure. Quando si ha una grande passione si riesce anche ad aprirsi agli altri. Inoltre ci interessava l’idea di descrivere la realtà di una piccola azienda del cioccolato. La cioccolateria artigianale del film doveva riflettere lo spirito e le paure del personaggio, come una sorta di micro-universo.

Qual è stata la reazione del pubblico in Francia?
Avevo voglia di fare un film che potesse aiutare gli spettatori afflitti da problemi simili, e infatti dopo l’uscita in Francia ho ricevuto molte lettere di ringraziamento di gente che si è sentita meno colpevole di soffrire di questi disturbi. Una delle lettere che ricordo con più affetto è quella di una giovane donna che doveva sposarsi ed era angosciata all’idea del matrimonio, ma dopo aver visto il film con il suo fidanzato si è liberata di queste paure.

Come ha scelto i due protagonisti?
Con Isabelle Carré avevo già fatto un film e ho scritto la sceneggiatura pensando a lei,basandomi sulla sua personalità, perché lei nella vita reale è molto simile al personaggio di Angélique; del resto è tipico degli attori essere così emotivi. Isabelle mi ha dato diverse idee, ad esempio il fatto di far cantare la protagonista. Adoro dirigere attori che danno un contributo personale ai propri personaggi. Invece non conoscevo Benoît Poelvoorde, però l’avevo visto in molti film comici e sentivo che poteva essere adatto al ruolo; e mi ha preso come punto di riferimento per immedesimarsi in Jean-René.

È soddisfatto dei risultati ottenuti dal film?
Emotivi anonimi ha avuto più di un milione di spettatori in Francia. Questa è stata la mia prima commedia, ed è una felicità per me far ridere ed aiutare il pubblico con un mio film, anche perché i miei lavori precedenti sono molto più cupi. Quando sono stato in Giappone per promuovere il film mi hanno detto addirittura che Emotivi anonimi sembrava parlare di loro. Se mai dovessero decidere di farne un remake a Hollywood, mi immagino bene Anne Hathaway nel ruolo della protagonista.

Ha già pensato al suo prossimo progetto?
In Francia tutti mi dicono che dovrei continuare sulla strada della commedia,ma devo ammettere che non è il mio genere più congeniale, anche se in futuro spero di continuare a conservare qualche elemento di questo film. La cosa sicura è che tutte le mie pellicole hanno come filo conduttore la paura, e metto in scena personaggi che in un modo o nell’altro riescono a vincerla.

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