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Jake Gyllenhaal il divo: Il segreto della mia carriera è la disciplina

Dopo aver solcato il red carpet con il nuovo film Stronger, l'attore americano ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma.

intervista Jake Gyllenhaal il divo: Il segreto della mia carriera è la disciplina
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Ha un'aria e un look più informale delle scorse ore Jake Gyllenhaal, divo americano arrivato alla Festa del Cinema di Roma per presentare l'ultimo film che lo vede protagonista (Stronger, nei panni di un sopravvissuto all'attentato della maratona di Boston): pantaloni scuri, maglioncino rosso bordeaux, e quei capelli pettinati all'indietro ormai tratto distintivo, l'attore classe 1980 è stato protagonista della quarta giornata della rassegna romana incontrando il pubblico e raccontandosi attraverso sei film selezionati nella sua straordinaria carriera e una scelta a sorpresa pescata nel cinema italiano. Ad aprire le danze non potevano che essere alcune immagini tratte da Donnie Darko, pellicola indipendente che gli fece guadagnare la stima dei critici e la notorietà internazionale, un cult resistente al tempo perché "in esso convivono livelli di lettura diversi, dallo sci-fi al dramma" ha spiegato Gyllenhaal, "In fondo si trattava di una storia dal valore universale, ovvero il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, e questo tema credo abbia toccato molte persone creando empatia verso i personaggi. In tal senso Donnie Darko è stato antesignano. Poi sarà che spesso, quando una pellicola non si rivela un successo al box office, automaticamente diventa un cult". Riguardarsi da giovane è strano ("Non ricordavo di avere guance così grandi", dice ridendo), ma fa riaffiorare la memoria di quel periodo passato "a fare un provino dopo l'altro, e mi passavano davanti una moltitudine di copioni tutti uguali di feste e innamoramenti fra adolescenti senz'anima. Io cercavo qualcosa in più, qualcosa che scalfisse la superficie di una realtà complessa. Donnie Darko era uno di quei film".

"Mi piace sognare cose diverse e il cinema è quanto di più vicino al sogno"

La seconda clip riprende l'attore in uno dei suoi ruoli più noti, il caporale Anthony Swofford nel bizarro war movie Jarhead firmato da Sam Mendes, ed è Gyllenhaal stesso a raccontarne la genesi e l'ispirazione: "Non essendo mai stato nell'esercito mi sono affidato alle parole di due miei cari amici d'infanzia che erano nei marines. Per il resto ho fatto affidamento su Sam, perché venendo dal teatro ha insistito che provassimo le battute per un mese e che ci preparassimo a fondo trascorrendo alcune settimane in un bootcamp, un campo di addestramento per militari. Ricordo ancora con entusiasmo quell'esperienza perché mi fu utilissima per la costruzione e la comprensione del personaggio". Nel film il registro comico incontra il dramma, una diversità che sembra non averlo mai spaventato o limitato nelle scelte. "Sono affascinato dall'esperienza umana e dall'inconscio. Mi piace sognare sempre cose diverse, e in questo penso che il cinema sia molto vicino a quell'idea ed è la ragione per cui ho scelto di diventare un attore."

"Recito per raccontare storie di ogni tipo"

Scorrono le immagini della terza clip estratta da Brokeback Mountain tra gli applausi e la commozione appena velata dei presenti in sala. Film di svolta in una carriera che aveva appena iniziato a prendere una china più impegnata, "era l'occasione che sognavo da una vita: lavorare con Ang Lee" dichiara Gyllenhaal. "All'epoca sentii che stava preparando il suo nuovo progetto e volevo assolutamente farne parte. Si trattava di trovare la giusta combinazione con un altro interprete e a me toccò proprio Heath (Ledger). Ang pensava fossimo perfetti insieme, così dopo un incontro stranissimo e parecchio imbarazzante mi chiamò per dirmi che avevo ottenuto la parte". "La gente continuava a chiedermi se avessi calcolato la portata e il rischio che comportava girare un film del genere eppure non ho mai ragionato in quel modo. Non esistevano rischi e non ho mai avuto remore a riguardo: fin dall'inizio mi apparse come una storia d'amore, e così l'ho valutata, senza pregiudizi". E se all'epoca vedere al cinema un dramma amoroso fra due omosessuali provocò scandalo, com'è oggi la situazione ad Hollywood? Le cose sono cambiate? "Fortunatamente stiamo assistendo ad un radicale cambiamento in merito, dalla TV al cinema. Certo la situazione nel mio paese è difficile, a volte confusa, viviamo un periodo di degrado culturale e la gente ha ancora paura. Per questo sono determinato a raccontare storie di ogni tipo, portando avanti ciò che mi pare giusto. E con giusto intendo la cosa più bella che esista: l'amore fra due persone".

"Preparazione e disciplina"

Viene poi mostrata al pubblico una scena di Zodiac di David Fincher in cui l'attore si confronta con il personaggio di Mark Ruffalo durante un dialogo serrato. Da lì lo spunto per discutere direttamente con l'interprete sul metodo di lavoro: "Ci sono attori che amano improvvisare, personalmente non credo nelle regole ma ho grande rispetto del testo. Ritengo che anche l'attimo, i compagni con cui reciti e il regista siano fondamentali; tutto dipende dall'energia che questi creano e richiede la scena.

Mi è capitato di girare dei film in cui non ho dovuto inventare nulla, altri invece in cui il testo è stato abbandonato mantenendone però l'essenza. Ma più di tutto credo nella preparazione: è la mia parola d'ordine e me la ripeto ogni volta. Preparazione, preparazione, preparazione. E disciplina. Quella cosa che sta al di là della libertà". C'è infine spazio per parlare di una delle sue prove più sentite in Animali Notturni di Tom Ford (poco prima invece è stata proiettata una sequenza da Lo Sciacallo di Dan Girloy), "di cui ammiro la ricerca estetica e la profondità delle storie che ha urgenza di raccontare, storie profonde e cariche di umanità come quella che ci ha fatti incontrare: una bellissima metafora di cosa significhi avere il cuore infranto", ma anche del suo amore per un autore italiano. In particolare, Gyllenhaal ha scelto La strada di Federico Fellini come "dimostrazione di ciò che ha spinto mio padre, e di conseguenza me stesso, ad intraprendere la via del cinema. Non sarei qui con voi senza questo film, che ha un posto speciale nel mio cuore e che mi affascina ancora per gli straordinari racconti dietro la sua realizzazione e quella strana combinazione tra profondo dolore e commedia".