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Il sognatore Xavier Dolan a Roma fra desideri, battaglie e viaggi sul Titanic

Xavier Dolan ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma parlando di emozioni, battaglie da combattere e il Titanic di James Cameron.

intervista Il sognatore Xavier Dolan a Roma fra desideri, battaglie e viaggi sul Titanic
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Esistono ancora i sognatori? Potrebbe sembrare una domanda retorica, eppure la risposta non è affatto scontata in un mondo sempre più arido, privo di sfumature, frenetico. A sentir parlare Xavier Dolan però sembrerebbe ne esistano ancora e anche piuttosto combattivi. Classe 1989, un bagaglio di vita lungo appena 28 anni, sufficiente abbastanza però per avere all'attivo già sette lungometraggi osannati e premiati in tutto il mondo, soprattutto a Cannes, la mecca mondiale dell'industria. Chi vive di lampi di genio però non ha bisogno di sovrastrutture, di formalità sociali, di tappe obbligatorie; chi si sente le ali sulla schiena semplicemente spicca il volo, non si chiede come si fa a volare. È proprio questa la storia di un regista la cui carriera in realtà è partita dal desiderio di essere un attore: "Amavo recitare, pensavo sarebbe stato questo il mestiere della mia vita, nessuno però mi scritturava per nulla. Avevo vent'anni e ho deciso di prendere di petto la situazione scrivendo una sceneggiatura che parlasse della mia vita, che dunque nessun altro avrebbe potuto interpretare oltre me. Il tentativo però non ha funzionato perché nessuno voleva girarla, così ho speso tutti i miei risparmi e ho girato il mio primo film, è così che tutto è iniziato".

A bordo del Titanic

L'enfant prodige canadese ha salutato così il suo pubblico romano, chiamato a raccolta alla Festa del Cinema 2017 per un incontro speciale, quasi intimo. In dodici edizioni, raramente si era vita una Sala Sinopoli così festante, gremita e rumorosa, in senso buono ovviamente, fra urla e applausi scroscianti. Di quelli in grado di rendere viva l'emozione sulla pelle, al di là del cinema stesso che rappresenta in fondo soltanto un mezzo come gli altri per raccontare storie: "Ho un tremendo bisogno di raccontare storie, è per questo che ho deciso di girare film. Non ho studiato per questo, a dirla tutta non ho neanche una grande istruzione, ho abbandonato presto la scuola. Avevo voglia di trovare alla svelta un posto nel mondo, sono così arrivato a girare il mio primo progetto per dimostrare a me stesso che potessi fare qualcosa di buono. J'ai tué ma mère è stato l'inizio della mia vita in tutti i sensi, il personaggio che interpretavo cercava disperatamente di abbandonare il nido, di allontanarsi da una madre troppo presente, non ero che io." Un bisogno che ovviamente non è nato da un giorno all'altro, per puro caso. Come un seme si insedia nella terra, il cinema si è annidato nell'animo del giovane Xavier Dolan in piena adolescenza, nel modo più semplice e naturale possibile: al cinema. "Ero al cinema con mia madre a vedere Titanic, wow, è stato travolgente. Era un film talmente grandioso su tutti i fronti che non potevi non amarlo, probabilmente è stato quello il momento in cui ho amato la recitazione. Immaginavo di poter girare film di quella stessa grandezza, maestosi. Certo all'uscita dalla sala non ho detto 'Mamma, voglio fare il regista', anzi, pensavo in realtà di scrivere una lettera a Leonardo DiCaprio, ma è stato in quel momento che qualcosa è scattato in me."


Uno spazio nel mondo

Il Titanic di James Cameron, capace di vincere ben undici premi Oscar nel 1998, ha tracciato un segno indelebile nel giovane Xavier, fino a diventare protagonista di un divertente aneddoto anni dopo. "Titanic non è certo il lavoro autoriale che nomineresti in ambito 'accademico', non è il miglior prodotto della storia, ci mancherebbe. Ha parlato al mio cuore e mi ha fatto innamorare, durante una cena di un paio di anni fa però avrei voluto che ad ispirarmi fosse stato tutt'altro film. Il mio agente mi ha portato a una serata che sarebbe dovuta essere formale, tranquilla, invece mi sono ritrovato seduto accanto ai più grandi registi e attori di Hollywood, da Julian Schnabel a Ron Howard. Hanno iniziato a parlare dell'ispirazione, dei film che li avevano ispirati a diventare ciò che erano, hanno così tirato fuori titoli degli anni '30, lavori scoperti durante grandi avventure in giro per il mondo e quant'altro, e dentro di me implodevo pensando a come avrei potuto dire Titanic".

Per girare film di successo però non basta certo racimolare qualche soldo, conquistare la fiducia di qualche amico attore e gettarsi nella mischia. La cosa più importante è avere una storia da raccontare e combattere per raccontarla a tutti i costi: "Le mie storie hanno come protagoniste persone che lottano, lottano sempre per qualcosa. Per essere se stessi, non importa poi che vincano o perdano la loro battaglia, la loro caratteristica fondamentale è che non si arrendano mai. Alle società non piace mai quando la gente è autentica, preferisce che sia lobotomizzata, annoiata. I miei personaggi sono dei combattenti, lottano per diventare quello che vogliono, è questo che mi spinge a scrivere storie. Voglio fare film su persone che cercano il loro spazio, come me."