Intervista Il Mio Amico Nanuk - Intervista a Brando Quilici

Quattro chiacchiere con Brando Quilici... tra orsi e gelo polare!

intervista Il Mio Amico Nanuk - Intervista a Brando Quilici
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Nelle sale cinematografiche italiane abbiamo avuto modo di vederlo nel Novembre 2014, distribuito da Medusa Film. Appassionante avventura nelle sconfinate, bellissime ma ostili terre dell'Artico canadese, Il mio amico Nanuk ha per protagonisti il quattordicenne Luke alias Dakota Goyo e Nanuk, un cucciolo di orso che il primo tenta in ogni modo di riportare dalla madre, sfidando i pericolosi elementi naturali.
Mentre ad aiutarlo nella difficile impresa fino all'estremo Nord è una guida Inuit, che conosce l'ambiente ostile, sono una violenta tempesta e il crollo di giganteschi ammassi di ghiaccio a complicare il viaggio.
Viaggio che Warner Bros. Entertainment Italia provvede a rendere disponibile su supporto dvd a partire dal 26 Marzo 2015 e che, toccante storia di amicizia dal forte retrogusto ecologista, vede insieme, dietro la macchina da presa, il canadese Roger Spottiswoode e l'italiano di origini argentine Brando Quilici, figlio dell'arcinoto documentarista Folco, nonché autore di molti lavori per National Geographic e Discovery Channel.
Il Brando Quilici che, proprio in occasione dell'uscita del lungometraggio in home video, abbiamo avuto modo di contattare per una piacevole conversazione.

Io sono Qui...lici

Prima di questo film ti sei dedicato esclusivamente a documentari?

Ho fatto parecchi documentari per la televisione americana in cui sono presenti le cosiddette ricostruzioni. Per esempio, un documentario che ha avuto molto successo è stato The harem conspiracy. Praticamente, un harem di donne del faraone Ramesses III, che aveva deciso di far fuori il faraone. Noi abbiamo prima di tutto trovato le prove sulla mummia insieme ad una equipe scientifica che lavorava in Egitto, poi, nei teatri di posa in Marocco, abbiamo ricostruito tutta la storia di ciò che era successo. Al faraone era stato tagliato il collo, quindi, già quella era una sorta di fiction, con attori ed effetti speciali. Poi, abbiamo girato anche un altro film intitolato King Tut's final secrets, nel quale avevamo trovato la maniera in cui il faraone è morto e, in studio, con gli attori, abbiamo ricostruito i suoi ultimi giorni di vita e le diverse ipotesi su come fosse morto. Poi, in ultimo, il film su Otzi (Iceman autopsy, nda), la mummia che si trova a Bolzano. Lui è morto tra le montagne, è stato ritrovato a tremila metri di quota e, anche lì, abbiamo fatto delle ricostruzioni di come questo uomo preistorico venne ucciso con una freccia nella schiena. Quindi, prima de Il mio amico Nanuk di fiction ne avevo fatta tanta, anche ad alti livelli, perché i film avevano budget molto alti, da un milione di dollari ciascuno. Allora, magari avevamo fatto solo cinque giorni di riprese, ma con tutti i tecnici e gli effetti speciali che si possono sognare. Quando fai un film interamente di finzione, invece, è un mondo diverso, perché, mentre nei documentari i dialoghi non sono quasi mai presenti, essi sono importantissimi in un film come questo. Diciamo che sono due mondi completamente differenti, tutti e due hanno cose bellissime ed altre brutte. Nel film di fiction le cose bellissime riguardano la parte di creazione, nel documentario, invece, il lavoro di investigazione sulle cose che avvengono mentre giri.

Il film è co-diretto da Roger Spottiswoode, che esordì con l'horror Terror train e ha poi diretto, tra gli altri, Fermati, o mamma spara con Sylvester Stallone e Il 6° giorno con Arnold Schwarzenegger. Come vi siete divisi il lavoro?


Roger ha curato la parte tradizionale con gli attori, io quella maggiormente dedicata all'avventura, quindi, quella sul ghiaccio, sull'acqua o con il bambino che si perde tra i ghiacci. L'ho girata insieme a un bravissimo operatore che si chiama Dough Allan e lavora insieme a me da vent'anni, ha fatto tutti i film sull'Artico per la BBC. Roger è molto bravo sulle scene d'azione, ha fatto molto bene la parte della tempesta e quella in cui il bambino cade nel buco tra i ghiacci. Io ho messo maggiormente a fuoco tutta la parte con l'orso, che per me era molto importante.

Il protagonista Dakota Goyo viene da diversi film d'intrattenimento hollywoodiani quali Thor e Real steel. Come è stato lavorare con lui?

Dakota è un ragazzo carinissimo e, soprattutto, ha stabilito con l'orso un incredibile rapporto di amicizia. Se cercavi Dakota quando si terminavano le riprese, era sicuramente con l'orso a giocare da qualche parte. L'orso, allo stesso tempo, si era innamorato di questo cucciolo di uomo che era, appunto, Dakota, e, quando si girava, spesso la prima scena era sempre quella buona.

L'orsetto del cuore

Ci sono modelli di riferimento cinematografici a cui ti sei ispirato per realizzare questo film?

Ho visto almeno due o tre volte 8 amici da salvare di Frank Marshall, che, secondo me è fatto molto bene dal punto di vista narrativo e della recitazione, ma si rivela molto scarso da quello paesaggistico, perché l'Antartico è favoloso e credo che non ci sia andata neppure la seconda unità, in quanto hanno girato in Groenlandia. Ho parlato con l'aiuto regista di quel film e mi sono fatto raccontare un po' come erano andate le cose durante la lavorazione. Mentre loro hanno fatto tutto in studio a Vancouver, noi volevamo girare, in realtà, nell'Artico, dove queste cose avvengono. Quindi, ci siamo ispirati, ma solo fino a un certo punto.

Quanto è difficoltoso lavorare con gli animali su un set?

Dipende molto dalla fortuna. Noi avevamo un bravissimo animal trainer, un bambino innamorato dell'orso e viceversa, quindi, non mi posso davvero lamentare, ho trovato molto facile la cosa. È stato molto più difficile trovare l'orso polare e portarlo sul set, perché è arrivato dalla Cina, ha dovuto effettuare i vaccini e fare la quarantena. È stata un'avventura senza fine, ma, una volta arrivato sul set, si è rivelato bravissimo.

Quale è stata la sequenza più difficile da girare?


La sequenza più difficile da girare è stata quella in cui il bambino, con una piccola barca a vela, raggiunge un grande isolotto-scoglio dove si trova la madre del cucciolo. È stata la più difficile perché è stata veramente girata in mare e non solo faceva freddo ed era pericoloso, ma il tempo cambiava ogni cinque minuti.

Quale messaggio intendi lanciare tramite questo film?

Il messaggio è semplice: c'è un mondo lassù, quello di ghiaccio in cui vive l'orso polare, che è meraviglioso e che è bene cercare di mantenere e fare attenzione a ciò che si fa. Perché si stanno veramente sciogliendo i ghiacci e l'habitat degli orsi si sta riducendo, tanto che si prospetta il pericolo che, nei prossimi vent'anni, anziché esservene ventimila ne rimarranno soltanto sei o settemila, ovvero quante sono le tigri.

Vedremo, prima o poi, un sequel del film?

Sì, stiamo già lavorando per Medusa ad un sequel che, però, si svolgerà in Himalaya e sarà la storia di una piccola tigre catturata dai bracconieri e, in seguito, liberata e protetta da alcuni ragazzi.

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