I Magnifici 7: l'intervista esclusiva al regista Antoine Fuqua

Il regista di Training Day e The Equalizer, Antoine Fuqua, ci parla della sua nuova opera, un remake di un certo peso: I Magnifici 7!

intervista I Magnifici 7: Antoine Fuqua
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Come si realizza il remake di un remake, e oltretutto di uno dei più importanti e riusciti remake della storia del cinema? La risposta ce la fornisce Antonie Fuqua, talentuoso regista di pellicole come Training Day e The Equalizer, che quest'anno ci propone la sua versione de I Magnifici 7 (leggi la recensione del film), a 56 anni dall'originale film diretto da John Sturges, che era, a sua volta un rifacimento del classico di Akira Kurosawa I sette samurai. L'abbiamo incontrato per voi a Barcellona, dove ci ha mostrato alcuni materiali in anteprima e spiegato il suo approccio a questo delicatissimo progetto, che vede impegnato un cast delle grandi occasioni comprendente Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D'Onofrio, Lee Byung-hun e Peter Sarsgaard. La storia, che sembra ricalcare quella originale, vede sette soggetti poco raccomandabili dare il tutto per tutto per porre fine allo strapotere di un signorotto locale.

L'idea, inizialmente, era quella di un'interpretazione classica dell'originale?
Ho lavorato in quella direzione, decisamente. Certo è una bella gatta da pelare, c'è già un rifacimento di altissimo livello, per certi versi è come rifare Shakespeare! Senti la responsabilità della cosa, perché non è solo un classico, ma è ancora molto amato dalla gente. L'altra volta dal benzinaio mi hanno chiesto se davvero stavo facendo un questo film, per dire, quindi è un film ancora molto popolare, e non vuoi rovinare tutto. Per questo abbiamo studiato molto l'approccio, il genere di film e di registi che l'hanno portato avanti prima, etc. Abbiamo dovuto armarci di pazienza e coraggio per portare avanti il progetto.

Come si fa decidere il giusto tono per una pellicola del genere? Avete pensato di svecchiarla o di restare su toni classici? Come si fa a bilanciare questo aspetto?

Il "trucco" che ho usato è quello di tornare bambino e cercare di capire che tipo di western mi sarebbe piaciuto vedere, oggi. Cosa mi avrebbe portato lo stesso stupore di quando da piccolo ho visto I Sette Samurai o I Magnifici Sette. Questo mi ha riportato alla mente cosa davvero intrattiene e funziona di queste pellicole e le rende senza tempo. È anche una questione di emozioni che questi film trasmettono e continuano a trasmettere tutt'oggi. E tutto il resto viene di conseguenza, come la scelta degli interpreti, perché ti domandi ad esempio chi sarebbe figo vedere a cavallo in situazioni del genere. Quindi un approccio classico (e quindi senza tempo) ma per il pubblico moderno.
Ma ci sono anche cose che è impossibile riprodurre oggi. C'era una falsa innocenza, una soglia di credibilità diversa, quindi i generi evolvono con la coscienza del pubblico. Il western evolve con la storia e la riflette: nessuno di noi ha vissuto il West, e anche i grandi registi e interpreti, al massimo, conoscevano la vita di prateria o erano pratici di cavalli, ma non potevano sapere davvero cos'era la vita ai tempi, e si fa in modo che la storia del film abbia una connessione emozionale con quello che viviamo oggi.
Il bilanciamento è difficile. La prima stesura del copione era più "dark" del film che ho girato, ma non vedevo il motivo di fare una pellicola ancor più cupa de I 7 Samurai, volevo fosse anche divertente, in qualche modo. Non volevo perdere l'appeal sul grande pubblico, che invece I Magnifici 7 ha.

Sembra che per ora la formula del team di "bad guys" vada alla grande, al cinema: l'ultimo esempio è Suicide Squad. C'è anche questo aspetto nella sua versione?
Non ho ancora visto Suicide Squad, posso dirti che ho fatto a modo mio, non ho ripreso da questa tendenza, ma mi piacciono i personaggi sfaccettati e le zone d'ombra. Magari mi sono rifatto a cose più classiche, come Il mucchio selvaggio o lo Yojimbo di Kurosawa. Personaggi complessi. Adoro i film di Sergio Leone perché hanno questo genere di personaggi. E gli interpreti che ho scelto, da Denzel (Washington, ndr) a Chris (Pratt) e Vincent d'Onofrio riescono a trasmettere quest'ambiguità.

Che approccio ha avuto nella direzione degli attori? C'è stato anche spazio per l'improvvisazione?
Una delle cose belle del lavorare con grandi interpreti è che sanno improvvisare. Chiaramente avevamo un copione a cui attenerci, ma quando arriva il momento, c'è l'occasione, devi lasciarli fare. È chiaro che devi sempre mantenere il controllo, ma a volte escono fuori grandi cose, in questo modo.

Cosa può dirci della colonna sonora? In un western è importante...
La musica ha un ruolo fondamentale, sì. E non è stato facile lavorare su questo. Bisogna trovare musica adatta al genere, che suoni epica, ma anche contemporanea, distintiva e unica. James (Horner, ndr) mi ha regalato dei pezzi splendidi, prima della sua dipartita. Mi ha stupito, con la sua musica bellissima.

Denzel è il suo interprete di fiducia, oramai.
Assolutamente. È una cosa normale. Per dire, a ognuno il suo: ad esempio Scorsese ha lavorato tanto con De Niro. È una questione di fiducia. Ci si fida l'uno dell'altro e ci si migliora a vicenda. Lui è sempre puntuale e propositivo. Ispira: è quello che ti spinge a continuare a collaborare con qualcuno. Ho parlato con Scorsese proprio di questo, tempo fa.


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