Essere Hikikomori, registi e produttori: "Sveliamo un fenomeno nascosto"

Abbiamo intervistato i registi e i produttori di Essere Hikikomori, il documentario Sky Originals disponibile in streaming su NOW

Essere Hikikomori, registi e produttori: 'Sveliamo un fenomeno nascosto'
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Dalla regia di Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva nasce Essere Hikikomori (scoprite cosa ne pensiamo nella nostra recensione di Essere Hikikomori), il documentario Sky Originals che racconta il fenomeno partito dal Giappone negli anni Ottanta e oramai realtà anche in Italia. Per approfondire la genesi del progetto abbiamo parlato con i creatori, dai registi ai produttori, che ci hanno concesso parte del loro tempo per approfondire alcune tematiche legate anche all'evoluzione della produttività italiana.

Daniele Basilio e Silvio Maselli arrivano entrambi dall'Apulia Film Commission e nel 2019 annunciano la loro casa di produzione, Fidelio, con Valerio Mastandrea nel team creativo. Una squadra che nasce con l'intento di mettere sotto i riflettori le storie, di dare voce agli sceneggiatori, cavalcando un periodo storico che dà loro la possibilità di emergere sempre di più rispetto a tanti anni fa. Loro l'idea di puntare su Essere Hikikomori, del quale ci raccontano una genesi produttiva. I due registi, invece, sono Ugo Piva, al suo esordio dietro la macchina da presa dopo una lunga carriera da attore, e Michele Bertini Malgarini, che su Sky ha realizzato la serie cult Romolo + Giuly.

La genesi dell'idea

Everyeye.it: Che cosa vi ha portato a realizzare un documentario del genere? Che cosa vi ha convinto del progetto?
Silvio Maselli: Fidelio nasce per raccontare storie di impatto, che abbiano un senso e una relazione con la realtà. Abbiamo incrociato questa storia all'interno del più importante premio italiano riguardante le sceneggiature, il Solinas: ci ha molto colpito, per la bellezza del progetto e per la forza del soggetto.

Il tema dell'hikikomori ci sta molto a cuore, siamo entrambi genitori e attenti ai processi di cambiamento delle generazioni e della società. Abbiamo subito opzionato il progetto, chiesto agli autori di realizzarlo insieme a noi e partire in questa avventura che ci sembrava necessaria intraprendere: è tutto avvenuto a cavallo tra il primo e il secondo lockdown, quindi ci è sembrato indispensabile raccontare la storia di questi ragazzi, che con il Covid hanno dovuto patire ancora di più l'isolamento.
Daniele Basilio: Nel frattempo, stavamo producendo un film, che uscirà quest'anno, il film si chiama Vetro: come protagonista abbiamo una ragazzina hikikomori, quindi conoscevamo già il fenomeno, dal punto di vista della resa filmica, e incontrando i due autori che hanno scritto il documentario abbiamo deciso di approfondirlo da un punto di vista documentaristico. Hanno incontrato più di cento ragazzi prima di trovare i quattro protagonisti della storia: è stato particolare, non era facile convincerli a essere protagonisti di storie che avrebbero visto tutti. Il lavoro è svolto su due piani paralleli: da un lato c'è la fiction, dall'altro il palesarsi di un fenomeno.

Everyeye.it: Come nasce l'idea di raccontare la condizione degli hikikomori? Qual è la genesi di questa avventura?
Ugo Piva: Questo progetto nasce da due diverse direzioni: la prima è da una ricerca che facevamo io e Michele: a noi interessava il tema della solitudine, in questa epoca in cui siamo tutti iperconnessi. Avevamo già scritto dei progetti che andavano in questa direzione. Durante il lockdown ci siamo imbattuti in un articolo del Corriere della Sera, che parlava di hikikomori e siamo rimasti folgorati da questo argomento.

Siamo andati ad approfondire, perché durante il lockdown ci rendevamo conto che era un problema attuale: tutti stavamo vivendo la stessa condizione che vivevamo questi ragazzi. Con Michele siamo amici da tantissimo tempo e collaboriamo insieme da una decina di anni, con ruoli diversi, perché io sono un attore, lui regista, poi ci siamo scambiati un po' i ruoli nel corso del tempo, fino a decidere di fare una regia insieme. È una cosa che è arrivata in maniera spontanea.

Everyeye.it: Possiamo dire che continui un filone cinematografico che vuole dare spazio agli altri, ai diversi? Già raccontando l'amore tra un non udente e un udente avevi messo le basi per questo percorso.
Michele Bertini Malgarini: Alla fine quando finisci tutto e riguardi questo progetto e questo documentario, finisci per chiederti: chi è il diverso? Siamo noi o siamo loro? Questa è la domanda che ti lascia. Vedi delle persone strutturate, che hanno un equilibrio e un'idea di vita molto più definita di me e di tante altre. Alla fine dici: le persone fanno delle scelte, loro l'hanno fatta in maniera consapevole, abbastanza, e quindi è un percorso interessante da seguire. C'è una consapevolezza, con tante sfumature.

Il contatto con gli hikikomori

Everyeye.it: A livello produttivo andare a esplorare la vita di persone che hanno annullato i contatti con l'esterno vi ha inizialmente spaventato o l'avete presa come una sfida? Che difficoltà pensavate di trovare?
Daniele Basilio: L'abbiamo usato come strumento terapeutico. Abbiamo creduto sin da subito che fare questo documentario per noi potesse essere un modo per affrontare un tema che ci riguarda tutti, anche quando pensiamo che non ci riguardi. Abbiamo inserito anche una parte animata nel documentario, con i ragazzi che si sono dimostrati dei creativi e hanno partecipato dal punto di vista dell'ideazione, mettendoci del loro: la storia poteva diventare una liberazione o un progetto di liberazione, così da raccontare come questi quattro ragazzi stanno pianificando di uscire da questa loro condizione. Siamo stati felici di poter essere un elemento di rottura, che interrompe la routine e che poteva essere qualcosa che li portava fuori da quel guscio, se loro ne avevano voglia e se desideravano farlo.

Everyeye.it: Gli hikikomori sono nascosti, vivono distanti dal mondo. Cosa vi ha lasciato entrare in contatto con i quattro ragazzi e anche con Marco Crepaldi?
Ugo Piva: Innanzitutto ci ha fatto conoscere delle persone speciali, ma non nel senso di strane: questi ragazzi vivendo in questa condizione che scelgono di avere sviluppano un immaginario molto particolare, tutto loro, come se fossero in cattività. Hanno così un modo di pensare leggermente laterale, diverso dal solito, da quello cui sei abituato. Ho trovato tanto di questo, un modo di vedere un mondo in maniera differente, l'ho trovato di una grande sensibilità, fuori dal comune: anche questo è un fattore che li porta a diventare così, a chiudersi nelle loro stanze, anche narcisisti, perché paradossalmente il loro sottrarsi dal mondo è una forma di narcisismo.

Non sto con voi, venitemi a cercare, in un certo qual modo. Effettivamente abbiamo ritrovato quel che diceva Marco Crepaldi in diversi casi. È stata una ricerca molto complicata, ne abbiamo sentiti molti ed è difficile accedere a loro, comunicare con loro, letteralmente, non vogliono incontrarti, non vogliono farsi vedere. L'unico contatto è un numero di cellulare, attraverso quel sottile filo devi riuscire a instaurare un rapporto con una persona che non vuole avere un rapporto con te. Insomma è stato un lavoro difficile e complicato, delicato, ma anche una scoperta.

Everyeye.it: Avete dato un sogno per riscoprire la vita esterna?
Michele Bertini Malgarini: Senza dubbio, penso di sì. Abbiamo stimolato quei pertugi. Eva se ne stava chiusa a casa, ma a lei mancava qualcosa, provare a studiare per dare l'ultimo esame. Le ha fatto del bene.

Un'altra cosa che mi viene in mente: i ragazzi sono come tutti noi, hanno bisogno di attenzioni e noi gliene abbiamo date tante, quel narcisismo che avevano nascosto è stato risollevato, è stato premiato e secondo me ha fatto bene molto bene. Speriamo bene.

Everyeye.it: Avete deciso di alternare il documentario a una vera e propria graphic novel, che racconta una situazione distopica alla quale hanno contribuito i ragazzi intervistati. Ci racconti da dove nasce questa idea e come si va a intersecare nella storia?
Michele Bertini Malgarini: L'idea nasce all'inizio del percorso produttivo, in fase di scrittura: avevamo paura che le storie non avessero molta narrazione e ci fosse bisogno di raccontare in maniera drammaturgica la storia. L'abbiamo sviluppata insieme ai ragazzi che, attraverso la graphic novel, avrebbero dovuto trovare lo sforzo per uscire dalla loro stanza.

Questa era tutta teoria, poi la pratica ci ha fatto capire che non era possibile, non ce l'avremmo fatta. Perché avevamo già dei loro stimoli sopiti che andavano risvegliati, c'era già in loro la volontà di evadere in qualche modo. La graphic novel è rimasta per raccontare il percorso fatto con Gianfranco Bonadies, che è l'autore, e si interseca con la storia. Prima doveva essere una scusa per provare a far uscire i ragazzi dal loro guscio, quel ruolo poi l'ha perso per fortuna.

Un occhio sul futuro

Everyeye.it: Domani vi svegliate e il vostro documentario ha cambiato il mondo. Sognate a occhi aperti.
Ugo Piva: Innanzitutto, tantissime persone vivranno - dopo aver visto il documentario - in modo molto diverso la solitudine. Tanti ne hanno paura, invece scopriranno, grazie a questi quattro ragazzi, che anche la solitudine può nascondere qualcosa di bello, anche nella solitudine si può trovare qualcosa per se stessi.

Un'altra cosa importantissima è che ci sono tantissimi ragazzi che vivono come quei quattro, ma non sanno di essere come loro: è terribile non rendersi conto della propria condizione. Sapere invece che ci sono persone che vivono questa situazione e che hanno dei sentimenti simili a loro, potrebbe esser qualcosa di bello. Anche i genitori non capiscono cosa succede. Saperlo, vederlo è già un punto di partenza importantissimo, ti aiuta a trovare una comunità, sia dal punto di vista dei ragazzi, sia per quanto riguarda i genitori. I ragazzi poi, abbiamo scoperto, a volte tra hikikomori si conoscono, fanno comunità, si sentono e si conoscono l'un l'altro, si agganciano tra di loro, potrebbe essere qualcosa di importante.
Michele Bertini Malgarini: Può dare quella visibilità a un tema che ne ha bisogno, ne sta incominciando ad avere. Molti ragazzi vivono questa condizione senza saperlo e c'era bisogno di avere un riferimento che potesse aiutarli a trovare qualcuno o qualcosa in cui riconoscersi. Spero che il documentario e il messaggio possano arrivare a più ragazzi possibile per raccontare meglio questo fenomeno . D'altronde è una storia che parla di ragazzi che non sono come altri giovani: ci capita troppo spesso di avere sempre lo stesso punto di vista sul mondo, stavolta invece i protagonisti ci raccontano una realtà diversa. Scompaiono invece di apparire.

Il cinema italiano e la sua condizione attuale

Everyeye.it: Dite di credere più nelle storie e quindi nelle sceneggiature, eppure da anni si cerca di sottolineare la poca attenzione riservata agli sceneggiatori nel cinema italiano, che preferisce dare visibilità ai registi. Vi va di esprimere una vostra opinione a riguardo?
Daniele Basilio: Con Fidelio abbiamo girato due film nel 2021 ed entrambi non sono sceneggiati dai registi. Il primo film è Vetro, scritto da Luca Matrogiovanni e Ciro Zecca, girato da Domenico Croce, e un secondo, My Soul Summer, scritto da Doriana Leondeff e Antonio Leotti, e girato da Fabio Mollo. Sposiamo un'impostazione del lavoro americana e quindi secondo noi i mestieri possono essere ben distinti ma anche confluire in un'unica unità. Quando si parla di serialità, i broadcaster parlano dagli autori intesi come scrittori, più che dai registi: nel cinema, forse, è rimasta un'impostazione ancora più verso il regista, ma il vero equilibrio sta nel fatto che si crei una collaborazione proficua. Dal canto nostro crediamo che oramai tutte le professionalità vengono valorizzate in un'industria più matura e meno artigianale. Speriamo non sia una nostra sensazione soltanto.

Silvio Maselli: Se posso darti uno slogan: questo è il decennio degli sceneggiatori, non ho dubbi. Tutta l'industria si sta orientando verso la valorizzazione del vostro lavoro: partiamo sempre dagli script e noi siamo ancora una società piccolina, in particolare le piattaforme cercano storie che vengono dagli autori. Sono al centro di quasi tutti i nostri colleghi. Non ho mai visto un momento come questo, al punto che noi facciamo fatica a trovare sceneggiatori liberi: molto spesso sono occupati nella serialità, energivora, mangia molte risorse mentali.

Everyeye.it: A che punto pensate di essere con Fidelio? Dal 2019 a oggi probabilmente qualche inciampo dovuto al Covid vi ha rallentati, ma sul vostro sito vedo che avete diversi progetti in via di sviluppo.
Silvio Maselli: Il 2020 è stato un anno di grande spavento, ma anche di grande convincimento delle nostre potenzialità: abbiamo continuato a investire, come occorre fare nei momenti di crisi e di guerra. Il 2021 è stato un anno bellissimo perché siamo riusciti a realizzare tutti i progetti che avevamo pensato di fare. Il prossimo triennio è ricco di progetti. Abbiamo in sviluppo molto avanzato due serie televisive, tre film particolarmente importanti per noi, sia per i contenuti che per la loro genesi.

Uno in particolare è tratto da un bellissimo romanzo che è Le tre del Mattino di Gianrico Carofiglio e in più abbiamo un progetto non ancora scritto, del quale teniamo le carte coperte, ma che presto verrà annunciato e che vi racconteremo. Ci teniamo in maniera particolare, ha a che fare con un tema a noi caro, che è quello della responsabilità e del senso di responsabilità e dell'avventura umana. Finché non ti appare sullo schermo la scritta Game Over devi crederci sempre, continuare a cercare ancora, una strada, un modo e una soluzione per raccontare le storie, per avventurarsi in territori ancora inesplorati. Abbiamo creato Fidelio proprio per avventurarci nell'età della maturità.

Una maturità che, a Fidelio, va attestata: perché toccare argomenti così delicati come il fenomeno degli hikikomori in Italia è stata una scelta che hanno compiuto loro. Nessun altro. Potete approfondire l'argomento nel

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