Ghost Stories: intervista a Martin Freeman, tra Psycho e West Side Story

Tra Psycho e West Side Story, l'attore ci ha parlato della sua infanzia e del suo rapporto con la spiritualità, senza tralasciare il futuro lavorativo

intervista Ghost Stories: intervista a Martin Freeman, tra Psycho e West Side Story
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Perfettamente british ma casual nello stile, Martin Freeman si accomoda composto e con un sorriso sornione nella camera dell'Hotel Exedra di Roma, dove sono ormai ore che procede il junket di Ghost Stories, interessante horror scritto e diretto da Andy Nyman e Jeremy Dyson in uscita il 19 aprile. Non è molto alto, anche se questo lo si intuiva già dalle sue parti in Sherlock o ne Lo Hobbit, ma è un uomo che sembra tenere particolarmente all'eleganza e alla compostezza, con un suo particolare fascino.
Siamo in sei a presenziare alla roundtable con la star, che per iniziare glissa intelligentemente su una domanda legata alla presenza quasi nulla di donne nel film: dice che vuole pensarci per non concentrarsi troppo su questo aspetto, abbastanza marginale. Alle prossime domande, però, risponde come un fiume in piena, strappandoci anche diverse risate. Parla di sua madre, del suo rapporto con la spiritualità e con il genere horror, di Psycho e West Side Story e dei suoi personaggi più amati, concentrandosi ovviamente anche sull'ottimo lavoro di Nyman e Dyson, di cui pubblicheremo domani la recensione. A seguire l'intervista (senza spoiler sul film).

IL FILM È TRATTO DA UNA PIECE TEATRALE DEGLI STESSI ANDY NYMAN E JEREMY DYSON: HA VISTO L'OPERA ORIGINALE? SE SÌ, QUALI SONO I CAMBIAMENTI PIÙ IMPORTANTI?

MF: "No, purtroppo non ho visto l'opera teatrale. Se non ricordo male, al tempo ero occupato con le riprese de Lo Hobbit di Peter Jackson e tornavo di rado a Londra, dato che passavo la maggior parte delle mie giornate in Nuova Zelanda per lavoro. Ho però amici che sono usciti dal teatro terrorizzati dopo aver visto Ghost Stories. Credo sia comunque abbastanza differente dal film, almeno da quello che mi hanno detto Andy e Jeremy. La base è differente".

QUAL È IL SUO RAPPORTO CON L'HORROR? IN ITALIA ABBIAMO UN LUNGA TRADIZIONE CON I FILM DI GENERE

MF: "Mi piace, ma non lo amo particolarmente. Amo i film, e l'horror è una particolare stringa di essi e di film dell'orrore ne esistono milioni, molto vari. La mia vera risposta è quindi che amo forse di più quelli che si avvicinano ai miei gusti, più dal lato psicologico quindi. Poi credo che in Ghost Stories ci sia molto altro, certo è un horror, ma ricco di componenti diverse che lo rendono anche un po' thriller e un po' dramma, come la caratterizzazione dei personaggi e le motivazioni che li guidano, ma c'è anche un pizzico di commedia. Quindi sì, mi piacciono gli horror, ma tendenzialmente li trovo pieni di elementi fini a sé stessi, almeno la maggior parte, cosa che invece Ghost Stories non ha".

SEMBRA CHE IL VERO FILE ROUGE DI GHOST STORIES SIA IL SENSO DI COLPA: È UN'INTERPRETAZIONE CORRETTA? LEI È D'ACCORDO?

MF: "Sì, è una grande parte del film. Forse è addirittura il vero cuore dell'opera, ciò che motiva Philip Goodman [protagonista interpretato dallo stesso Nyman]. Nel subconscio lui agisce mosso dalla colpa, sia per il suo agire che per il suo non-agire. Anche il rimpianto gioca un ruolo fondamentale, che è poi l'elemento che ci spinge a pensare in modo diverso. Nonostante non sia così estremizzato come in Ghost Stories, proprio il rimpianto è sicuramente una delle minacce che si insidiano nell'animo umano".

INFATTI SEMBRA CHE IL FILM VOGLIA DIRE CHE NON FARE QUALCOSA SPESSO SIA PEGGIO DI FARE QUALCOSA. È UN ARGOMENTO MOLTO ADATTO AI NOSTRI TEMPI, NON TROVA?

MF: "Sì, probabilmente è proprio così. Dipende sicuramente dalle circostanze, se sia peggio agire o non agire, ma credo che il film voglia anche spiegarci come si possa imparare dai propri errori. Non è sempre facile fare qualcosa, agire: se lo fosse non accadrebbero così tanti eventi spiacevoli, dopotutto. Staremmo tutti bene, ma non è così perché non sempre sappiamo quale sia la cosa giusta da fare o molto spesso perché siamo spaventati. Il più delle volte si tratta di essere spaventati, motivo che poi ci impedisce di far parte della resistenza, se così vogliamo dire. Di essere coraggiosi. Non si può mai sapere come ci si comporterà in determinate situazioni, anche se puntassero una pistola alla tempia di vostra madre non è infatti detto che agireste. E questo in Ghost Stories traspare molto. In questo senso, c'è molta umanità in Philip Goodman, che non è in alcun modo una persona cattiva. Momenti di debolezza o indecisione possono segnarti a vita, lasciando cicatrici indelebili".

CHE COSA LA SPAVENTAVA DA BAMBINO? E RICOLLEGANDOCI ALLA DOMANDA PRECEDENTE, LEI ERA UNO CHE SI BUTTAVA, CHE AGIVA O CHE FACEVA UN PASSO INDIETRO?

MF: "Sicuramente non ero un ragazzino cattivo. Ero sfrontato, un intelligentone che aveva sempre la risposta pronta, soprattutto per i professori e meno per mia madre: con lei c'era poco da scherzare. Però non ero il tipo che fumava o si drogava. Mi guardavo bene dal fare quel tipo di cose, perché le vedevo come fonti di pericolo e rischi non necessari da correre. Era molte sulle mie.
Cosa mi spaventava da piccolo, poi? Psycho! Lo vidi che avevo 7 anni. Sicuramente troppo giovane, ma sono grato di averlo fatto, anche se ogni volta che dovevo salire le scale per andare a letto vedevo Martin Balsam pugnalato a morte da Norman Bates e mi bloccavo per 20 minuti prima di fare anche solo il primo scalino. Sapete, i bambini hanno un'immaginazione davvero molto vivida e io già da piccolo sognavo di recitare, quindi la mia era addirittura più fervida. Inoltre Hitchcock è stato un grande cineasta, capace di lasciarti impresse nella mente tutte quelle sequenze terrificanti
".

NEL FILM SI ESPLORA MOLTO LA SPIRITUALITÀ, IL RAPPORTO TRA CREDERE E NON CREDERE, IL DUALISMO FEDE E RAGIONE. LEI COME LA VEDE? È UN UOMO SPIRITUALE?

MF: "Allora, sono cresciuto come un cattolico, ma non sono mai stato un praticante, anche se nutro un certo rispetto per la fede e non l'ho mai completamente perduta -o forse è lei che non mi ha mai completamente abbandonato, per essere onesti. La fede o il credere sono sempre stati parte della mia vita, ma una cosa è la fede e l'altra è credere, che trovo genuinamente positiva. Sono discussioni ancora in corso, specie nella società odierna: ragione contro fede, adesso molto polarizzate. Voglio dire, quando ero bambino non mi sentivo preso di mira perché credevo sia in Dio che nella scienza, ed era comunque pieno di preti. Non si avvertiva come una guerra, cosa che invece oggi è così: una guerra intellettuale. Penso non ci sia cosa più semplice da dire che "credi e allora sei un idiota" o sei intelligente se non lo fai. È un'affermazione pigra, soprattutto perché non è vera. Si può infatti credere in tante cose diverse e avere anche fede nel progresso medico, ad esempio.
Si può poi credere o non credere, esattamente come possono esserci cose che piacciono o piacciono, ma personalmente non ho alcun tipo di problema con le persone che nutrono fede, questo finché ovviamente non cominciano a dire che gli omosessuali in quanto tali andranno all'Inferno, perché lì comincia a diventare un serio problema di carattere sociale. Ma in definitiva sì, credere è una cosa bellissima, anche se empiricamente nessuno sa cosa sia vero o meno dato che non può essere provato da nessuna delle due parti. È una conversazione che mi affascina molto. Gran parte dei miei amici sono atei, così come gran parte della mia famiglia, ma io no. Il dibattito mi affascina
".

HA QUINDI UN ATTEGGIAMENTO DI RISPETTO...

MF: "Esattamente. Sapete, ci riempiamo sempre la bocca con parole come rispetto verso il diverso e ci definiamo tolleranti, ma questo finché non incontriamo chi è in disaccordo con noi, e allora diventiamo dei fascisti. Ed è un problema reale. Dovremmo provare a prendere fiato e fare un passo indietro. I social media hanno poi peggiorato questo aspetto. Voglio dire, conversare come stiamo facendo noi adesso comporta sicuramente avere opinioni divergenti ma ehi, siamo esseri umani, una tazza di thè o cose del genere e 'fanculo, va benissimo così. Quando invece scriviamo sui social sembra che siamo tutti nemici. È una sorta di conflagrazione di ciò che è rimasto di positivo e personalmente non mi piace affatto. Sembra non si possano più avere opinioni, nessun tipo di sfumatura concessa: la pensi in modo differente, allora sei il male. È come essere tornati al medioevo, una cosa folle. Con tutta la conoscenza che abbiamo accumulato continuiamo a comportarci come se fossimo tornati indietro di 500 anni. A volte sembra davvero di vivere nei tempi bui. Io amo vivere in questa epoca, sia chiaro, così come adoro la tecnologia, ma nel tempo abbiamo dimenticato cosa sia il rispetto. E torno a ripetere: sui social si può essere letteralmente d'accordo su tutto con un'altra persona, ma non appena si diverge su di una frase allora si diventa in automatico dei nazisti intolleranti".

DICEVAMO: IL RIMORSO È UN TEMA IMPORTANTE NEL FILM. DA ATTORE, HA MAI RIFIUTATO UN RUOLO PER POI PENTIRSENE?

MF: "No, onestamente no. Ovviamente ho rifiutato molti ruoli, alcuni dei quali volevo fortemente, ma no, nessun rimpianto. So sempre il perché del mio no, capisco il motivo dietro al mio rifiuto. Prima di dare una risposta definitiva ci penso davvero molto. Penso a tutte la variabili di questo lavoro: quanto dureranno le riprese, quanto dovrà stare lontano dalla mia famiglia, se sarò in grado di fare un buon lavoro ecc. Ci penso profondamente e non mi dispiace dire no, anche se amo recitare e dire no comporta magari non lavorare per un paio di mesi. Ma no, non mi pento di nulla".

E INVECE UN RUOLO CHE VOLEVA E PER IL QUALE È STATO RIFIUTATO?

MF: "Si, c'è. Era circa 7 anni fa, ma non dirò il titolo dell'opera, ma pensavo che il ruolo fosse molto adatto alle mie corde. Avevo persino incontrato il regista tre o quattro volte per parlare del film, un dramma della BBC che era poi quasi pronto a entrare in produzione, ma poi dal nulla ho sentito che la parte era stata presa da un altro. In verità è stato abbastanza traumatico per me. Ripeto, da attore devi essere abituato a sentire dei no, quindi non sono mai un vero problema, ma è come trovarsi in una relazione dove tu dici "ti amo, ti amo" e l'altro risponde "no, io no". È abbastanza difficile quindi. Al tempo poi stavo anche girando Sherlock e quindi non avevo necessario bisogno di quel lavoro, però era una parte che volevo davvero tanto. Da attore cerchi sempre un lavoro che si adatti alle tue capacità e quando lo trovi inizia a prefigurarti i mesi di riprese che ti si presentano davanti. Solo che in questo caso non è purtroppo andata come immaginavo".

C'È UN FILM IN PARTICOLARE CHE LA FA STARE BENE E CHE RIVEDREBBE A OLTRANZA?

MF: "Quando era bambino adoravo rivedere Gli Insospettabili con Michael Caine e Laurence Olivier. A dieci anni lo rivedevo praticamente ogni giorno ed era il periodo in cui mi innamorati proprio di Caine, come attore si intende. Sicuramente Caine è stato anche una spinta in più per intraprendere la strada della recitazione. Vedevi questo ragazzo che non recitava come gli altri e che faceva sembrare questo lavoro una cosa naturale. Poi era attraente ma non in modo convenzionale. Era una vera superstar. A 14 anni invece era ossessionato da West Side Story: ancora oggi conosco ogni canzone".

QUINDI RECITEREBBE NELL'ANNUNCIATO ADATTAMENTO REMAKE DI STEVEN SPIELBERG?

MF: "Ma dai, lo sta facendo davvero? Non ne sapevo nulla. Ok, allora vorrei interpretare Doc, anche se adesso sono troppo vecchio, ma anche il Capitano Schrank andrebbe benissimo, o Krupke. Il film del 1961 è sicuramente una delle cose che preferisco in assoluto, anche se al tempo non era davvero cool ammetterlo. Ma non posso farci niente: per me è praticamente perfetto".

COSA SIGNIFICA PER LEI FAR PARTE DELL'UNIVERSO CINEMATOGRAFICO MARVEL? EVERETT ROSS INCONTRERÀ MAI IL DOCTOR STRANGE DI BENEDICT CUMBERBATCH?

MF: "Per ora non ne so nulla, ma alla Marvel tutto è possibile, soprattutto con il Doctor Strange che fa parte di questo strambo mondo dove può succedere di tutto, anche che io appaia come una dinosauro. Sapete comunque che siamo sotto contratto e non possiamo sbottonarci molto, ma credo che girerà un altro film di Black Panther, o così almeno ho capito".

E SHERLOCK: LO RIVEDREMO ANCORA?

MF: "Al momento non lo so, perché Steven Moffat e Mark Gattis stanno scrivendo altro..."

DRACULA!

MF: "Sì! [risponde in italiano, di getto]. Diciamo quindi che io e Ben [Cumberbatch] siamo molto impegnati e che per Sherlock ci siamo sempre riuniti solo quando avevamo qualcosa di interessante da raccontare. La verità è che non lo so, ma è sempre stato così. Sappiamo tutti che è un grande show, molto avvincente. Non dovete per forza essere d'accordo con me, ma a noi piace e ci diverte girarlo, ma il problema è sempre stato logistico. È una serie british fino al midollo, e a noi inglesi piace che tutto sia fatto a regola d'arte. Quindi ogni volta che è uscita una stagione di Sherlock è stato vissuta come un evento speciale e personalmente adoro il fatto che ci ritroviamo solo quando abbiamo veramente qualcosa di bello da dire".

RICOLLEGANDOCI A DRACULA: LEI, CUMBERBATCH, MOFFAT E GATTIS SIETE UN TEAM RODATISSIMO. TORNERETE A LAVORARE INSIEME ANCHE PER QUESTA NUOVA SERIE? CI SONO STATI CONTATTI?

MF: "No. Adoro la scrittura di Steven e Mark e ovviamente adoro Ben e sì, siamo un grand team, è vero, ma penso che ognuno di noi voglia mettersi alla prova anche in progetti differenti senza ripetersi poi troppo. Poi sapete, credo proprio che loro vogliamo prendersi una pausa da me e Ben".

PER FINIRE: QUALI SONO I PERSONAGGI PER CUI VIENE RICORDATO DI PIÙ?

MF: "È un po' un mix. Quando la gente mi ferma per strada si divide tra Watson, Bilbo o The Office, anche se occasionalmente mi parlano anche di Arthur Dent di Guida Galattica per Autostoppisti o di Fargo, serie che è piaciuto davvero molto. In termini di numeri, però, direi John Watson: alle elezioni sarebbe il nuovo primo ministro".

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