Intervista French connection: Cédric Jimenez

Cédric Jimenez, regista del polar biografico ora nelle sale, racconta la sua esperienza e il suo legame con la storia del celebre giudice Pierre Michel e con la città di Marsiglia...

intervista French connection: Cédric Jimenez
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Due uomini e una città. Marsiglia, 1975. Da una parte troviamo il giovane giudice Pierre Michel (Jean Dujardin), che è stato inviato nel Sud della Francia con l’incarico di occuparsi della malavita - in particolare si dovrà dedicare ad annientare quella che è chiamata la French Connection. Dall’altra parte, un intoccabile Gaetan Zampa (Gilles Lellouche), il Padrino della malavita marsigliese, colui che esporta i maggiori quantitativi di eroina in tutto il mondo. Tra l’ambizioso e determinato magistrato e il mafioso, detto il Grande, cresciuto nel quartiere della Cayolle, lo scontro sarà inevitabile.
Originario di Marsiglia, per il suo secondo lungometraggio da regista Cédric Jimenez ha sempre pensato a Jean Dujardin e a Gilles Lellouche per i ruoli del giudice Pierre Michel e del boss Gaetan Zampa, per dar vita a French Connection. Negli anni Settanta, il padre del regista aveva un ristorante a Marsiglia, a due passi dal bar del fratello di Gaetan Zampa. Il ristorante di suo padre e il bar del fratello di Zampa erano luoghi dove, ogni giorno, girava una “variegata umanità” decisamente interessante da osservare per un ragazzino. L’autore si trovava in città quando il 21 ottobre del 1981 fu assassinato il giudice Pierre Michel e si ricorda perfettamente il momento in cui la notizia fu annunciata. Un evento, questo, che lo ha colpito così profondamente da covare per anni il desiderio di poterlo raccontare. Quando il produttore Ilan Goldman ha proposto a Cédric Jimenez di portare questa storia vera sul grande schermo, quest’ultimo ha immediatamente accettato. Jimenez ha attualizzato, con tratti incisivi e funzionali, un genere cinematografico, quello del polar francese, al quale grandi autori come Melville, Deray, Verneuil, Corneau, Marchal, hanno dato vita realizzando dei veri e propri capolavori della storia del cinema. In French Connection si coglie immediatamente l’influenza e la profonda conoscenza di Jimenez di questi classici francesi, così come di quelli americani - a partire dallo splendido film di William Friedkin che porta lo stesso titolo, The French Connection, fino a Martin Scorsese.

Il crociato

Come è iniziata la sua avventura con French Connection?
Ilan Goldman - il produttore - aveva visto e apprezzato il mio primo film, Aux yeux de tous, e aveva espresso il desiderio di incontrarmi. Quando ha sentito il mio accento, mi ha chiesto se per caso avessi una storia su Marsiglia che avrei voluto raccontare e io gli ho parlato subito della French Connection del giudice Pierre Michel e di Gaetan Zampa. Era da tempo che pensavo a questa storia ma sapevo anche che si trattava di un progetto molto ambizioso, quasi un sogno. E Ilan mi ha risposto: “L’unica cosa che m’interessa sono i sogni. Facciamolo!”. Così, con il mio co-sceneggiatore Audrey Diwan, ci siamo messi al lavoro il giorno stesso.

Perché conosceva questa storia?
Mio padre aveva un ristorante, un locale dove si suonava musica jazz sulla spiaggia della Pointe Rouge a Marsiglia. Alcuni noti mafiosi si fermavano da mio padre di tanto in tanto e, a dire il vero, il fratello di Gaetan Zampa aveva un bar vicino al ristorante di mio padre. È questo l’universo nel quale sono cresciuto e ricordo molto bene il giorno in cui abbiamo saputo che il giudice Pierre Michel era stato assassinato. Fu uno shock per tutta la città. La mia intenzione era utilizzare tutto
questo per raccontare la storia di Marsiglia.

Ha deciso subito di raccontare la storia dal punto di vista del giudice?
Sì. Era un eroe, un uomo eccezionale che ha anteposto il bene della comunità ai suoi interessi personali, cosa molto rara nella società contemporanea. Da un punto di vista psicologico era un uomo appassionato che si era imbarcato in una missione per una causa che lui riteneva giusta... i giornali dell’epoca lo chiamavano “il crociato”. Odiava con tutto se stesso la droga perché aveva visto i suoi effetti più drammatici sui giovani quando lavorava al tribunale dei minori. Ma quell’uomo aveva i suoi demoni e ho pensato che sarebbe stato interessante raccontare la storia dal punto di vista di uno “straniero”, visto che veniva da Metz. Grazie a questo approccio narrativo, lo spettatore scopre insieme a lui la città nella quale lavora, osserva i suoi singolari codici e penetra nei suoi segreti.

Ricercare la genuinità

Che princìpi ha seguito nella regia?
Volevo che lo spettatore vivesse questa storia “datata” come se si svolgesse nel presente, trasformarlo in un testimone degli eventi. Volevo che lo spettatore sentisse le emozioni dei personaggi insieme a loro, che vedesse le cose sempre e solo dal loro punto di vista. Le poche sequenze che introducono un determinato contesto, un universo nuovo si manifestano con dei movimenti di macchina molto fluidi e quasi coreografici. Ma, in realtà, sono poche le scene del film che possiamo definire "ricreate”. Spesso ho preferito muovermi, camminare all’interno dell’azione o di un’emozione. Per questo motivo ho usato molto la macchina da presa a spalla al fine di mantenere un rapporto “organico” con i personaggi. In esterni, gli attori avevano sempre una grande libertà di movimento. La macchina da presa non era mai lì per dominare o avere il sopravvento sulle emozioni o sulle situazioni.

Ha pensato subito a Jean Dujardin e Gilles Lellouche per i ruoli principali?
Sì, Audrey Diwan ed io abbiamo scritto la sceneggiatura pensando sempre a loro come protagonisti. All’inizio Ilan Goldman mi ha chiesto: “Quale sarebbe il cast ideale per te?” Gli ho risposto con un messaggio accompagnato da un fotomontaggio in cui si vedevano quattro volti: i personaggi reali e i due attori. La somiglianza tra Jean Dujardin e Pierre Michel è innegabile, così come quella tra Gilles Lellouche e Gaetan Zampa. Ma non è certamente stata questa la ragione principale della mia scelta. Li ho voluti perché li considero due attori straordinari.

Il film è stato definito un thriller dai toni tragici. È d’accordo?
Era questo il mio primo desiderio. Il destino di Pierre Michel è innegabilmente tragico. Cionondimeno, Audrey Diwan ed io abbiamo capito quasi subito che questi due personaggi, che sono l’uno l’opposto dell’altro, si trascinano a vicenda verso la morte, senza che nessuno dei due uccida l’altro. Abbiamo lavorato molto su questo aspetto, sulle dinamiche del destino. Volevamo che il film fosse la storia di due uomini e non di due archetipi.

Si capisce che Marsiglia è una delle protagoniste della storia. Era una cosa importante per lei?
Naturalmente amo la città e la conosco come le mie tasche. Volevo restarle fedele, mostrarne i pregi e i difetti. Marsiglia può essere ospitale, divertente, effervescente e, al tempo stesso, ostile. Ha un ritmo tutto suo. Per me era essenziale utilizzare il maggior numero possibile di attori marsigliesi. E non solo per l’accento... ma anche perché riconosco Marsiglia in ogni loro gesto, in ogni loro frase.

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