L'intervista a Blitz Bazawule, regista e visual artist di Black is King

Abbiamo intervistato Blitz Bazawule, scelto per occuparsi della regia narrativa di Black is King, visual album di Beyoncé disponibile su Disney+.

intervista L'intervista a Blitz Bazawule, regista e visual artist di Black is King
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Dall'Africa al resto del mondo, fino alle stelle e all'universo, per tornare alle radici terrene che legano ogni essere umano. C'è una potente partitura musicale che ci lega, ed è quella che Beyoncé fa esplodere con Black is King, disponibile su Disney+. Un visual album avvolgente, che solleva verso spirali ultraterrene la storia africana per farla conoscere a tutti, attraverso un manto pop estremamente contemporaneo. Ma chi ha diretto l'orchestra in modo che tutto fluisse alla perfezione? Il suo nome è Blitz Bazawule, in arte Blitz the Ambassador. Musicista, regista, sceneggiatore e visual artist, chiamato per collegare tutti i singoli aspetti del film, in modo che i videoclip di Beyoncé diventassero una storia singola e universale, capace di consegnare un empowerment indimenticabile.
Abbiamo fatto due chiacchiere con lui, dal suo esordio The Burial of Kojo su Netflix fino al gigantesco lavoro fatto per Black is King.

Collegare tutti i pezzi con Beyoncé

D: Cominciamo parlando di Black is King: com'è stata la sua esperienza sul set?
R: È stato incredibile. Ho avuto il privilegio di dirigere principalmente le parti narrative, girando due settimane a Johannesburg in Sudafrica e finendo poi il lavoro a Los Angeles con Beyoncé.

D: È stato complicato lavorare con così tanti artisti e dover bilanciare tutti gli elementi?
R: Sì e no. Fortunatamente sono arrivato in un momento in cui parte del lavoro era già iniziato, e la mia responsabilità era quella di trovare un filo conduttore sia visivo che narrativo. Quindi ero in contatto con tutti, parlando e confrontandoci per incastrare la loro idea nella narrazione generale, in modo che si intersecasse alla perfezione. Se vogliamo ho soprattutto diretto il traffico [ride, ndr].

D: Com'è lavorare con Beyoncé? Come si comporta sul set?
R: È incredibile, estremamente collaborativa, aperta a tutto: idee, pensieri e modi differenti di fare le cose. Ed è come un capitano di nave che sa esattamente dove sta andando e come mantenere la rotta. Questo è stato molto importante per me, mi ha aiutato tantissimo.

Realismo magico

D: Quanto ha influito il tuo background artistico nella realizzazione di Black is King?
R: In maniera incalcolabile. Sono un musicista, ho passato dieci anni in tour in giro per il mondo, e ho anche diretto alcuni videoclip. Quel background mi ha aiutato tantissimo, perché sono anche un artista visuale e un pittore, quindi sapere come determinati colori e determinate palette avrebbero funzionato assieme è stato incredibile.
Oltretutto, il mio medium principale al cinema è il realismo magico, e tramite quello avrei unito davvero ogni elemento del film. Sento di essere stato molto fortunato, pochissimi lavori hanno saputo collegare tutte le mie passioni e gli elementi nei quali avevo già esperienza.

D: Il realismo magico arriva proprio dal suo primo film, The Burial of Kojo. Cosa ha portato dal lungometraggio d'esordio dentro Black is King?
R: Era un po' come fosse la stessa idea. Si comincia con un ragazzino in cerca di qualcosa (proprio quello che è The Burial of Kojo), e Black is King è quasi uguale.
I primi due atti sono infatti su un ragazzino che sta cercando sé stesso, ed è stato abbastanza facile trasferirlo dal mio primo film.
L'altro elemento era sapere che l'Africa nell'immaginario di molte persone non è un posto "alto" o "elevato", e questa era una cosa in cui volevamo davvero entrare: essere in grado di portare a un livello superiore la parte naturale e sovrannaturale, che noi in Africa vediamo, ma che il resto del mondo spesso no.
Con
Black is King è stato molto simile: le scene di levitazione, che erano epiche, aiutano a mostrare il continente africano in una luce completamente diversa.

D: Quindi la sua idea era proprio riuscire a portare il realismo magico dentro un'opera mastodontica come Black is King.
R: Esattamente. In un certo sento credo sia proprio quello il motivo per cui sono stato scelto. È anche la magia della scoperta di come si uniscono sette registi diversi, con altrettanti stili e visioni, perché tutto alla fine deve risultare in un progetto coerente. La magia doveva essere la voce che ci collegava tutti, siamo riusciti a infilarci singolarmente così che il mio lavoro fosse poi quello di creare una sorta di linguaggio visivo comune in cui tutti potevano entrare e uscire.

Dal visual album al film

D: Guardando Black is King si riesce a percepire il grande lavoro di connessione, quasi come se i contorni tra visual album e film vero e proprio si facciano sfumati.
R: Questo era proprio quello che voleva Beyoncé. Una delle mie prime mansioni è stata lo storyboard. Ho disegnato oltre 250 frame, così che potessimo tutti vedere ogni singolo elemento, e cosa mancava ancora, in modo da capire cosa dover girare e come connettere ogni parte.
Credo sia proprio questo che ho portato al progetto: poterlo vedere da un continuum unico per prendere decisioni generali.
E non è stato facile con una produzione grossa come un mammuth: far sì che tutto suonasse alla perfezione è stata la sfida più grande, e sono felice che siamo riusciti a farcela.

D: Infatti nelle parti narrative non si sente uno stacco tra un videoclip e l'altro, si percepisce che la storia procede.
R: Proprio così. Per alcuni video musicali che erano già stati fatti, io ho girato delle parti che permettessero ai personaggi di fluire nei videoclip.
Faccio un esempio: per "The Way Back" sapevamo di dover girare del materiale extra per poter connettere il viaggio del ragazzino un po' meglio, o per un video come "Keys to the Kingdom" la scena del matrimonio.

Beyoncé era irremovibile in questo: dovevamo girare sul continente africano, quindi io ho dovuto davvero trovare un punto comune in questo cast incredibile e questa produzione enorme.
E vederlo fluire così bene è una gioia pazzesca, soprattutto se penso che mi sono dovuto sedere un giorno intero per processare mentalmente la grandezza di ciò che avevo davanti. Era come se fossimo tutti assieme nella stessa stanza, ma alcuni registi non li ho neanche ancora incontrati di persona
[ride, ndr] per far capire davvero la grandezza dell'opera.

D: Infatti immagino sia stato difficile lavorare con persone così distanti, magari con visioni e stili molto diversi fra loro.
R: Decisamente, soprattutto per chi stava ancora girando.
Io ero in contatto con tutti, e discutevamo proprio sugli elementi di connessione che permettessero alla loro visione di collegarsi con la mia: spiegavo che era meglio usare questo colore o questo tipo di illuminazione, perché così avevo immaginato il finale.
Perciò quando giravano io chiedevo un mood visivo molto preciso, in modo che potesse fluire bene con tutto il resto e con l'idea di Beyoncé.

Fatica e ricompensa, mondo e Africa

D: Quali sono stati i momenti più complessi sul set?
R: Sicuramente la scena della levitazione. Quello è stato un giorno intensissimo a livello produttivo, anche perché abbiamo dovuto poi girare a Los Angeles per crearne la versione finale.
Ci sono stati giorni tosti. In Sudafrica per esempio abbiamo avuto un'ondata di caldo, quindi lavoravamo con temperature altissime e dovevamo fermarci spesso, girando prestissimo al mattino o tardi la sera.
Ma queste sono proprio le condizioni per creare qualcosa come
Black is King.

D: E sapevate che la ricompensa, anche nel messaggio, sarebbe stata enorme.
R: Sì, perché eravamo certi della visione, che dovesse vivere in Africa, concentrandosi su uno specifico gruppo culturale. E soprattutto si trattava di Beyoncé, avrebbe fatto il giro del mondo.
Il mio lavoro è anche stato questo: a prescindere da dove sarebbe arrivato il film, era importante che tornasse a questa specifica tribù Zulu che in qualche maniera diventa il nostro centro. Beyoncé era cristallina su questo: dovunque andremo, bisogna tornare a casa.


D: Infatti è una cosa che si percepisce guardando il film: arriva ovunque, mantenendo però le radici.
R: È esattamente quello. E in un certo senso rispecchia il messaggio dell'album e de Il re leone: il viaggio diventa la storia stessa. Bisogna cercare di trovare la strada di casa, sempre.
Tutto è circolare, proprio come il cerchio della vita del film. Anche alcune scelte di location a livello subliminale mantengono questa idea sferica e concentrica, come la levitazione stessa che avviene in quella maniera.
Uno dei miei contributi è stato infatti l'elevare la narrativa, perché sapevamo di voler evocare una sorta di idea cosmologica e celeste.
Così ho parlato della tribù Dogon a Beyoncé, che già tantissimi anni fa avevano tracciato movimenti interplanetari e di stelle. Lei è stata contentissima dell'idea, perché era un ottimo modo per inglobare la nostra narrativa.

Tante persone non sono infatti culturalmente vicine all'Africa, ma viviamo tutti sotto le stelle, le comprendiamo, e abbiamo usato quello per connettere il pubblico.
Così si vedono le maschere Dogon quando Beyoncé balla con loro: tutto molto specifico esattamente come voleva lei.


D: E guardando Black is King ci si sente tutti parte dello stesso mondo, anche se siamo culturalmente e geograficamente distanti.
R: Questo era proprio il nostro obbiettivo, il motivo per cui sono stato scelto. Elevare l'Africa e portarla al resto del mondo. È bellissimo vedere come la risposta positiva è stata così universale: ne sono veramente orgoglioso.

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