Blade Runner 2049, l'incontro con Denis Villenevue: È il mio miglior film

Il regista è arrivato a Roma per presentare insieme a Sylvia Hoeks dei footage del sequel di Blade Runner. Ecco il resoconto della conferenza stampa.

intervista Blade Runner 2049, l'incontro con Denis Villenevue: È il mio miglior film
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Elegantissimo in uno stile casual al fianco della bella e solare Sylvia Hoeks, il talentuoso Denis Villenevue si presenta alla conferenza stampa di Blade Runner 2049 dopo la visione di un paio di footage dell'attesissimo sequel del capolavoro sci-fi di Ridley Scott, che nel prosieguo figura come produttore. A scanso di equivoci, vi premettiamo che non ci è permesso parlare di quanto visto su schermo, sotto embargo internazionale fino all'uscita nelle sale del film, prevista per il prossimo 4 ottobre. È una misura preventiva che la produzione ha deciso di adottare anche per dei semplici spezzoni a causa di precedenti brutte esperienze, e in merito Villenevue ha sottolineato: "Da regista, lavoro anni per creare una certa suspance e quel senso di sorpresa che piace un po' a tutti noi, e mi dispiace vedere la gente fare a gara a chi riporta prima degli spoiler. So che è frustrante, per me e per voi, parlare di qualcosa che in realtà non avete ancora visto, ma purtroppo questa è la realtà dei fatti". Ed è inutile e sbagliato dargli torto, quindi ci focalizzeremo esclusivamente sulla sua lunga, interessante e accurata intervista, durante la quale ha rivealto dettagli sulla lavorazione del film e anche una breve anticipazione sul suo futuro.

Un 2049 cupo e disastroso

Introducendoci così al mondo di questo secondo Blade Runner, Villenevue ha spiegato come il mondo del 2049 sarà un'evoluzione negativa di quello del 2019 del film originale: "Sarà diverso, sicuramente bellissimo e potente come il primo, ma più da incubo. Le cose non sono andate come sperato, il clima è ormai disastrato e sopravvivere è un vero inferno. Gli oceani hanno subito un elevato innalzamento, tanto che sono stati edificati dei muri-diga per impedire che le città vengano travolte dalle acque". Continuando il regista parla dell'idea del Black-Out, un evento che ha portato il mondo alla totale perdita dei dati digitali, obbligandolo a un ritorno a quelli analogici: "Non è bello per noi sceneggiatori scrivere dei personaggi costantemente relegati dietro a una scrivania, al computer, specie nei polizieschi o in alcuni thriller. Ecco perché sono felice di questo Black Out, perché vedremo K sporcarsi e mettere le mani nel fango". Parlando proprio di K, poi, Villeneuve ha elogiato il lavoro di Ryan Gosling, a suo avviso "un attore più che stroardinario": "Quando ho letto la sceneggiatura di Michael Green e Hampton Fancher, ho immeditamente pensato a Gosling per la parte. Per lui si trattava del primo film di questa portata, era quindi preoccupato, ma dopo aver letto il copione se ne è innamorato e ha accettato subito, al contrario di me, che ci ho messo mesi prima di decidermi a dire sì. K è comunque fortemente ispirato a Rick Deckard, ma il suo lavoro è più complesso, nonostante ci sia sempre quella solitudine da thriller esistenziale che contraddistingueva il primo film". E protraendosi sul ruolo di Gosling, il regista ha dichiarato: "Amo gli attori che non fanno gli attori ma si calano nei loro personaggi. Eastwood, ad esempio, porta carisma senza neanche muovere un muscolo, proprio come Harrison Ford riesce a esprimere sfumature emotive differenti e sfaccettate in un modo del tutto particolare. Gosling è talentuosissimo e l'intero film pesa sulle sue spalle. Avevo bisogno di un attore come lui, l'ho scelto personalmente e la produzione mi ha assecondato".

Ma Villenevue ha avuto un controllo davvero totale sul film. Spiega infatti: "Ho lavorato in una situazione di controllo completo, dalle luci alla scelta delle comparse, che ho selezionato una a una tra migliaia di candidature. Dovevano avere il volto giusto e una presenza scenica adatta per il mondo di Blade Runner. Per la fotografia, nel film originale c'era un'estetica sognante, con un uso della luce cupo e fumoso. Volevamo ricreare lo stesso ambiente in modo analogo, ma peggiorato. La principale differenza è la neve e un freddo ancora più intenso. Il clima gioca un ruolo centrale in questa evoluzione, la luce mi ha sempre ispirato e nei film cerco sempre di studiarla a dovere prima di capire come utilizzarla. Tra i colori preponderanti del film c'è ad esempio il giallo, per me colore dell'infanzia. Ho voluto usarlo e in questo modo ho dato a Roger Deakins una vera sfida".

Fantascienza, Paure e CGI

Intervenendo, Sylvia Hoeks ha avuto modo di parlare del suo personaggio, Luv, braccio destro di Neander Wallace (Jared Leto), villain e capo della Tyrell Corporation: "Il mio rapporto con Wallace è intenso e complesso. In realtà non posso dire molto per evitare spoiler. Leto è comunque un attore che utilizza il metodo ed è stato affascinante vederlo in scena. Non avevo mai lavorato con un attore simile. Quando ci siamo salutati la prima volta si è presentato come Wallace e io allora ho detto di essere Luv". Prima di rispondere a una domanda sull'utilizzo della CGI, poi, Villenevue ci ha tenuto a spiegare

col sorriso come Luv sia "una specie di Audrey Hepburn sotto acidi", continuando: "Ovviamente quando si lavora a un film di fantascienza la CGI ha un impatto molto importante, ma dato il controllo di cui sopra ho avuto modo di costruire tutti i set, che è stata anche la prima mia richiesta alla produzione e la prima domanda dei miei attori. Ho avuto la fortuna di lavorare con un grande budget che mi ha permesso di costuire veicoli, strade e pezzi di appartamenti. Fino a pochi anni fa si lavorava molto in questo modo, quindi è un po' un ritorno al passato, con set pieces grandiosi. Anche per gli attori è più facile concentrarsi e non pensare a cosa si nasconderà in post-produzione dietro a quel green-screen che hanno alle spalle. Questo contribuisce ovviamente a migliorare la riuscita delle scene e in generale del film. Inoltre odio il green screen. Nel film è presente, certo, ma molto meno di quello che si possa pensare". Blade Runner, lo sappiamo, è una pietra miliare del genere, e sia Sylvia Hoeks che Villenevue hanno rivelato il loro rapporto con il film. L'attrice di origini olandesi ha così dichiarato: "Su di me ha avuto un forte impatto. Lo vidi con i miei genitori e c'era Rutger Hauer, che per noi era un eroe nazionale e da olandesi eravamo davvero orgogliosi. C'era poi Daryl Hannah in un ruolo molto inquietante. Tornata a casa ricordo che iniziai a domandarmi 'e se dovesse accadere tutto questo?', cadendo in uno stato di angoscia riemersa poi durante il mio provino per 2049". Il regista spiega invece: "Per me resta un film essenziale ed è il motivo principale per cui decisi di diventare un regista. Era di un impatto visivo potentissimo e al tempo cercavo proprio una visione matura del futuro nel genere. Scoprii poi tardi 2001: Odissea nello spazio o il cinema di Tarkovskij, perché al tempo ero concentrato su di un cinema più anglosassone, ma poi ho recuperato tutti quei titoli sci-fi che hanno un rapporto con l'ambiente molto disturbato", e continua parlando del suo rapporto proprio

con il genere della fantascienza su diversi media: "Posso dire che il mio Arrival è un film sci-fi ma anche un profondo viaggio intimo all'interno dell'essere umano. I miei riferimenti principali sono stati scrittori come Jules Verne o Isaac Asimov, ma anche graphic novelist francesi o canadesi. Hanno tutti riempito la mia infanzia di sogni e crescendo ho studiato proprio le scienze, da amante quale ero del momento della scoperta. Adoro poi esplorare l'esistenzialismo e i limiti propri dell'uomo e nel genere esistono pochi film davvero meravigliosi. Infatti credo sia essenziale ringraziare Christopher Nolan per Interstellar, un film dalla portata semplicemente enorme". Dirigere quindi un film dalla portata simile, sequel di un capolavoro che ha fatto scuola, ha suscitato in Villenevue paure importanti: "Il mio film è diverso dal primo ed ero consapevole di non poter eguagliare il successo dell'originale , così ho deciso di accettare seppure tra mille paure per il mio profondo amore per il cinema e nulla più. Il cinema è arte, e non c'è arte se non si corrono rischi. Con un po' di arroganza, posso dire che Blade Runner 2049 è il mio miglior film", chiudendo infine con un breve sguardo al suo futuro: "Non ho partecipato allo sviluppo dei corti, ma so che i produttori stanno pensando di fare un altro film se questo andrà bene, anche se non so se tornerò. Chissà, vedremo. Il 3 ottobre compirò 50 anni. Adoro invecchiare e sono in pace con me stesso, e forse questo compleanno porterà una piccola pausa e una nuova riflessione". In attesa, aggiungiamo noi, di tornare a lavorare all'adattamento di Dune.

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