Alla conquista di Hollywood, intervista alla sceneggiatrice Elisa Manzini

La nostra intervista a Elisa Manzini, autrice italiana che vive e lavora a Los Angeles e sceneggiatrice del film It Hits You When You Know It.

intervista Alla conquista di Hollywood, intervista alla sceneggiatrice Elisa Manzini
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Lecchese di nascita e laureata al DAMS di Bologna, Elisa Manzini vive e lavora da dieci anni a Los Angeles, la patria del cinema. Autrice, scrittrice e sceneggiatrice, la sua carriera ha abbracciato diversi campi dell'intrattenimento. Dal teatro alla tv, fino al cinema, con il suo nuovo film in uscita da lei scritto e co-prodotto, per la regia di Devon Armstrong: It Hits You When You Know It.
Un percorso complicato ma entusiasmante, soprattutto per un'autrice straniera nel calderone di Hollywood, dove la competizione è estrema per chiunque - come La La Land di Damien Chazelle insegna - e ancor di più per chi arriva dall'estero e tenta di farsi strada. Elisa Manzini ha rilasciato un'intervista a Everyeye.it, parlando del suo film, della sua carriera e della sua esperienza decennale negli Stati Uniti.

It Hits You When You Know It

D: Di cosa parla il suo il film e in che modo ha deciso di raccontarlo attraverso la scrittura?
R: Il film racconta la storia di sei amici che si ritrovano in questa baita di montagna per celebrare il matrimonio di un'altra coppia - mai presente nella storia - ma la protagonista, un'autrice e scrittrice, non sa che il suo ex è invitato con la nuova fidanzata.
Da quel momento nascono drammi, problemi, segreti che vengono rivelati e tradimenti. Tematicamente il film esplora argomenti quali l'amicizia, le relazioni di coppia e la crescita personale. Spesso non realizziamo che abbiamo già tutto per stare bene, ma siamo continuamente infelici. Questo credo sia anche un tema della mia generazione: sempre insoddisfatti.


D: Leggendo la trama abbiamo pensato subito a Il grande freddo di Lawrence Kasdan. Si è ispirata a questo film in fase di scrittura?
R: Questa è una nota divertente perché molti mi hanno fatto un paragone simile.
Io non avevo mai guardato Il grande freddo prima di scrivere il mio lungometraggio, e quando l'ho visto ho detto "Accidenti, è fantastico. Adoro questo film, adoro i personaggi". È come avrei voluto girare il mio film, cioè con delle prove di stampo teatrale prima delle riprese - come abbiamo fatto anche noi ma con pochi giorni a disposizione - e poi in un'unica location, al contrario delle nostre due case separate che abbiamo usato come set.
Inoltre l'hanno girato, se non sbaglio, consecutivamente, in maniera cronologica. Noi purtroppo non l'abbiamo potuto fare per motivi di budget. Ora Il grande freddo è uno dei miei film preferiti ma sorprendentemente non l'avevo mai visto prima di scrivere il mio
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L'ispirazione del film

D: Qual è la genesi produttiva di questo progetto?
R: L'ispirazione è partita da un evento personale, la fine di una storia d'amore. In quel momento ho pensato a come esprimermi, se usare la scrittura come terapia.
Proprio per questo ho scritto questo spettacolo teatrale, all'epoca in cui ero membro dell'Actors Studio West in qualità di drammaturga. Fu prodotto due anni fa in Germania, a Berlino, ma iniziai prima a scrivere la versione cinematografica. All'inizio avevo un regista e dei potenziali produttori.
Quattro anni fa eravamo in fase casting, avevamo la location, poi i due produttori si sono trovati in disaccordo e abbiamo perso i finanziamenti.
Da quel momento in poi ho dovuto attendere e cercarne altri, finché mio marito ha provato a convincermi a girarlo con un budget minore.
Ho trovato un nuovo regista [Devon Armstrong], un ragazzo giovane con all'attivo alcuni film indipendenti, e ho ricominciato a fare i casting. Alla fine l'abbiamo auto-prodotto io e mio marito
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D: Il suo processo di scrittura, che si tratti di un testo teatrale, televisivo o cinematografico, segue un modus operandi oppure varia a seconda del progetto?
R: Dipende, perché il modus operandi è cambiato con il tempo.
Finché scrivevo soprattutto testi teatrali e film cominciavo e poi seguivo la penna dove mi portava, avendo comunque ben presente un inizio e una fine. Lasciavo che i personaggi mi conducessero dove volevano andare.
Adesso che sto scrivendo soprattutto per la televisione ho dovuto imparare a fare una outline molto precisa, facendomi uno schema di quello che succede scena dopo scena.
Tendenzialmente sono una scrittrice istintiva e spontanea, odio un po' essere ingabbiata in strutture e schemi, però purtroppo in tv è quello che funziona meglio, anche per motivi di facilità in fase di stesura
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Tra Italia e Stati Uniti

D: La sua carriera è iniziata in Italia. Quali differenze sostanziali ha trovato nel mondo del lavoro fra Italia e Stati Uniti? Anche in quanto donna e straniera.
R: La difficoltà maggiore è la lingua, perché pur parlando inglese abbastanza bene la scrittura è una cosa completamente diversa e ho sempre bisogno, tutt'oggi, di una persona che mi faccia "proofreading" (correzione di bozze).
Solitamente impiego molto più tempo di un autore americano per scrivere qualsiasi cosa.
Un'altra differenza sostanziale è la competizione brutale. Sono tutti qui [Los Angeles] gli scrittori di film e tv, per cui rivalità e il livello di preparazione sono assolutamente molto alti.
Tutto questo è negativo ma anche positivo perché mi stimola a esser sempre preparata e impegnata su questo percorso.
Si tratta del momento migliore per essere donna, secondo me. Anche per essere un'emigrata. Il discorso sulla diversity e sull'integrazione adesso è tenuto altamente in considerazione.
In Italia siamo forse ancora un passettino indietro su questo argomento, perché essere donna ti conduceva a trattamenti differenti sul luogo di lavoro - come a battute fuori luogo - che in America non sarebbero assolutamente consentiti.
Negli Stati Uniti sono politically correct all'eccesso, bisogna essere attenti a dire qualsiasi cosa. In Italia, nel periodo in cui vi lavoravo, c'era ancora un maschilismo piuttosto marcato.
Ora non posso esprimermi, mancando da dieci anni. Essere una donna adesso negli Stati Uniti, in questo momento storico, è bellissimo.

D: Scorrendo la sua carriera, abbiamo notato che è passata dal teatro al cinema e alla letteratura. In quali di queste forme d'arte si sente più libera d'esprimersi?
R: La mia scrittura si basa sempre sui personaggi e sulla loro psicologia. Proprio per questo motivo il teatro rimane il mio primo amore, perché non mi servono grandi effetti speciali per esprimere ciò che voglio.
Il teatro è un mezzo dove di solito ci sono pochi soldi e poco budget, dà maggior campo all'espressione e alla libertà artistica.
In televisione invece, pur amandola, mi sento sempre più vincolata a quello che chiede il mercato, a come posso differenziarmi da altre cose che già esistono.
Il teatro è basato sul dialogo tra i personaggi e sui personaggi stessi, mi dà la libertà che mi piace.
E poi il cinema: i film possono dare la stessa sensazione. Alcuni lungometraggi che ho scritto sono basati su spettacoli teatrali, quindi è stato interessante fare l'adattamento mentre altri si fondano su idee originali. Anche in questo caso mi piace la libertà che posso avere nell'esplorare diverse situazioni
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Questione razziale e MeToo

D: Da emigrata negli Stati Uniti, come vivi due argomenti centrali nella narrazione americana come il MeToo e il razzismo?
R: Per quanto riguarda il MeToo dico: finalmente! Erano secoli che aspettavamo questo cambiamento. Non conosco bene ora la situazione italiana ma sicuramente negli USA è stata una rivoluzione. Gli uomini al potere ora devono stare molto attenti ed è positivo.
Sul razzismo invece mi sono resa conto come, in quanto italiana, non potrò mai capire la reale situazione degli Stati Uniti perché non sono nata né cresciuta qui. Il razzismo che c'è in America non è il razzismo che c'è in Italia: qui ha radici veramente profonde. Ho amici neri e parlando con loro è sempre così difficile per una persona bianca capire quello che hanno passato per centinaia d'anni.
La rabbia che è uscita quest'anno è un po' un'altra ondata, come accadde nei '90. Spero che questa volta cambi qualcosa, perché sicuramente il discorso è così complesso e la rabbia così profonda e radicata che ci vorranno anni per migliorare la situazione.
Negli USA la polizia è completamente diversa da come la concepiamo in Italia. Pur essendo assolutamente in regola, ogni volta che vedi un poliziotto in America percepisci quel senso del potere e la presenza completamente differente da quella che può trasmetterti un poliziotto italiano.
Da immigrata, è un'esperienza che ho sperimentato ogni volta che rientravo dall'estero, prima di ottenere la Green Card.

Distribuzione e futuro

D: Quale sarà il percorso del film negli USA e quali progetti futuri hai in cantiere?
R: Sto valutando in America alcuni canali di distribuzione. Non credo usciremo nelle sale, considerato che sono chiuse causa Coronavirus.
Il film è stato selezionato al San Pedro Film Festival, subito dopo prenderemo una decisione sulla via da intraprendere sulla distribuzione in America.
Tra i progetti futuri, sto scrivendo soprattutto per la televisione.
Ho trovato degli agenti e in questo modo potrò inviare i miei lavori alle case di produzione.
Nel frattempo sono entrata a far parte del "Future Women of TV", un diversity group di sole donne selezionate da BlackMagic Collective, che mi ha aperto un sacco di porte e sto creando relazioni di lavoro che spero si solidifichino col tempo
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