Miracolo A Le Havre: intervista al regista Aki Kaurismaki

In vista dell'uscita di Miracolo A Le Havre abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il regista del film Aki Kaurismaki.

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Il 25 novembre, grazie a BIM Distribuzione, uscirà nelle sale italiane "Miracolo a Le Havre" di Aki Kaurismäki, con protagonisti André Wilms, Kati Outinen e Jean-Pierre Darroussin. È la storia di Marcel Marx, ex scrittore e noto bohémien, che si ritira in una sorta di esilio volontario nella città portuale di Le Havre, dove sente di aver costruito un rapporto di maggiore vicinanza con la gente. Qui si accontenta di praticare l'onorevole, ma poco redditizio, mestiere del lustrascarpe, abbandonando ogni velleità letteraria. L'arrivo di un piccolo profugo e l'improvvisa malattia della moglie, però, cambieranno le carte in tavola...
In occasione della presentazione romana, il regista ha avuto modo di rispondere alle domande della stampa, e vi riproponiamo qui l'interessante risultato dell'incontro.

Perché ha scelto un tema come l'immigrazione?
A.K.: Ho scelto di fare un film su questo tema perché la situazione dei rifugiati insulta la mia dignità. C'è una totale indifferenza da parte delle autorità su questa situazione, anche in Italia: basta vedere quello che succede ogni estate a Lampedusa. Ho realizzato questo film non per dare delle soluzioni a queste problematiche, non è questo il mio lavoro. Ma di questi tempi sembra che non sia il lavoro di nessuno. Per questo motivo, il problema dell'immigrazione non ha ancora trovato una soluzione.

Perché ha scelto Le Havre, e perché i protagonisti del film sono tutte persone di bassa estrazione sociale?
A.K.: Può sembrare una frase scontata, ma è vero che la solidarietà si trova più facilmente tra le persone povere. Poi sinceramente non saprei cosa raccontare sui ricchi, non sarei capace di immaginare un dialogo.
Le Havre è un luogo dove questa solidarietà si incontra per le strade, è una città abitata solo da anziani perché i giovani sono tutti a Parigi a cercare lavoro, ma, nonostante ciò, lì tutti fanno musica, chiunque per strada ti dice che suona in un complesso.

Molti scrittori scandinavi hanno raggiunto il successo a livello mondiale grazie ai loro thriller. Lei ha mai pensato di girare un film thriller?
A.K.: Sì, avevo in mente di girare un thriller, poi mi sono reso conto che tantissimi registi si dedicavano a questo genere e allora ho cambiato idea, accantonando il progetto. Quando ero giovane, bastava un solo omicidio per tenere alta la tensione per tutto il film. Oggi, le pellicole sono piene di uccisioni e di squartamenti, anche nelle serie tv non c'è più il semplice detective, ma il protagonista è il medico che seziona continuamente cadaveri. Credo che tutto questo sia un segno dei nostri tempi e della nostra società.

C'è un regista italiano che l'ha particolarmente ispirata per la realizzazione di questo film?
A.K.: Zavattini e De Sica sono sicuramente due dei miei registi preferiti e il loro "Miracolo a Milano" è uno dei film che apprezzo di più, anche se non ci sono riferimenti diretti nel film, a parte la similitudine del titolo italiano del mio film. Soprattutto perché il loro è un film positivo, c'è un barlume di speranza, ma al giorno d'oggi la condizione della classe operaia è peggiorata.

Alla luce della crisi economica, ha maggiori problemi a trovare i soldi per girare i suoi film al giorno d'oggi
A.K.: Io non ho mai avuto particolari problemi a trovare i soldi per i miei film, anche perché se non li trovavo, giravo il film lo stesso. Ho sempre seguito il detto: "Smettila di lamentarti! In caso prendi in prestito la pellicola e ruba la macchina da presa!"

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