Speciale Zero Dark Thirty

Nel buio della notte, alla ricerca del più grande ricercato della storia moderna...

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

La caccia ad Osama bin Laden ha preoccupato il mondo e due Amministrazioni Presidenziali americane per più di un decennio. Ma, alla fine, la sua cattura si deve ad un ristretto e brillante team di agenti della CIA. I particolari della loro missione sono sempre rimasti segreti: solo alcuni dettagli riguardanti le operazioni più significative dell'Intelligence -incluso il ruolo centrale svolto dal team- sono stati resi pubblici e portati infine sul grande schermo nel nuovo ed avvincente film della coppia vincitrice dellʼOscar Kathryn Bigelow e Mark Boal, Zero Dark Thirty, da oggi anche nelle sale italiane.
La loro versione sullʼinseguimento e la cattura di Osama bin Laden si avvicina fedelmente alla realtà dei fatti, e conduce lo spettatore in prima linea tra gli scenari di potere di questa missione storica, culminata con un assalto previsto da operazioni speciali, in un misterioso e periferico scenario pakistano.
Ma sono i preliminari del raid descritti in Zero Dark Thirty a renderlo unico nel suo genere. Fin dall'inizio era nota la difficoltà e la pericolosità della missione legata alla ricerca di bin Laden, di fronte alla quale qualsiasi altra strategia statunitense aveva fallito. Alcuni esperti dellʼIntelligence erano arrivati addirittura ad affermare che la missione sarebbe stata impossibile da portare a termine: ma alla fine solo una squadra di specialisti ed investigatori esperti hanno ribaltato la tesi e dimostrato il contrario. Per la prima volta in questo film la caccia ad Osama bin Laden è raccontata in maniera autentica, dettagliata e minuziosa.

ZDT

Il primo ostacolo da affrontare per la coppia Bigelow e Boal in Zero Dark Thirty è stato lʼadattamento di questa storia multiforme, nei tempi compressi di una pellicola cinematografica. Nel film si descrivono eventi accaduti nellʼarco di un decennio, per cui sono stati esplorati più Paesi, è stato formato un cast scelto tra centinaia di aspiranti, e coinvolto un team dedicato il cui unico obiettivo era quello di catturare immagini della realtà sul campo al fine di rendere questa missione più veritiera e viscerale possibile. L'intenzione era di creare un lavoro cinematografico con lʼapproccio tipico di un racconto storico.
Zero Dark Thirty, in gergo militare, rappresenta qualsiasi ora compresa nel buio della notte, in questo caso il momento -12.30 a.m.- in cui i Navy SEALs, le forze speciali della Marina Statunitense, hanno messo piede sul territorio.
Per lo sceneggiatore e produttore Mark Boal, esperto giornalista e drammaturgo pluripremiato, la ricerca e lʼevidenza di elementi determinanti e precisi per la ricostruzione degli eventi hanno rappresentato unʼenorme sfida. È andato alla ricerca di notizie, scovando fonti attendibili che gli hanno fornito dettagli cronologici riguardo le battaglie sul campo, e dettagli salienti di questa operazione storica, pur mantenendo lʼanonimato degli interlocutori. I dialoghi e le scene del film hanno di fatto tratto ispirazione proprio dalle interviste che ha condotto, ed hanno permesso a Boal di raffigurare la vita reale delle persone coinvolte nelle operazioni, dei membri delle comunità militari e dellʼIntelligence.

Amalgama di generi

I realizzatori del film raccontano la storia attraverso gli occhi di Maya, una giovane agente della CIA specializzata nella cattura di terroristi. La performance della Chastain nel ruolo di Maya, basato su una vita reale, ha dato a Boal la possibilità di drammatizzare il ruolo dell'individuo coinvolto nel grande complotto.
In qualche modo, nel ritratto del percorso del suo cambiamento, riecheggia l'evoluzione di una nazione che ha lottato per far fronte alle strategie spietate del terrorismo.
A differenza della precedente collaborazione della Bigelow e Boal in "The Hurt Locker", in cui personaggi immaginari erano stati catapultati nella terrificante realtà dell'Iraq, Zero Dark Thirty presenta un approccio diverso e singolare. È un amalgama di film d'azione, reporting investigativo e dramma: non un'opera di finzione, né un documentario, ma un ibrido emozionante che traccia molto attentamente gli aspetti salienti delle operazioni di Intelligence, e svela alcuni retroscena delle missioni segrete tipiche della lotta al terrorismo. Raffigura abilmente i misteri del coraggio umano, le ambiguità di una situazione in cui le comuni regole morali non vengono rispettate.
Il mezzo cinematografico è perfetto per la descrizione di tali eventi. Boal si è ispirato, per la narrazione degli avvenimenti, al New Journalism degli anni '60, quando grandi scrittori americani hanno iniziato ad applicare le tecniche della letteratura alla descrizione di fatti reali della cronaca giornalistica. In questo senso, Zero Dark Thirty aspira a rappresentare la fusione tra il reportage ed il genere letterario, offrendo al pubblico un film-reportage unico.
Al suo interno, Zero Dark Thirty offre una rendicontazione cinematografica di uno degli eventi più discussi ma meno conosciuti dei tempi moderni, attraverso due artisti che hanno sfidato loro stessi, spingendosi oltre i limiti consentiti dal loro mestiere. Gli eventi sono stati ricreati fedelmente ai fatti accaduti, comprese le riprese in Pakistan, che portano lo spettatore al centro dellʼazione. Il risultato è un film tanto profondo e provocatorio quanto scioccante e reale.

Una storia in divenire

“Il problema per me, in qualità di regista, è stato sul come poter unire tutti i pezzi di questa storia epica in modo continuativo, come facenti parte di uno stesso registro”; afferma la Bigelow. “Le ricerche di Marc e la sceneggiatura offrono una prospettiva molto ampia degli avvenimenti, dallʼAfghanistan a Washington, al Pakistan, alla vita. Alla fine è diventato tutto come una sorta di processo istintivo, attimo per attimo, scena dopo scena, nel modo di descrivere la storia, moderatamente. È stata un'impresa enorme e complicata, ed allo stesso tempo sottile; non avrei mai potuto fare Zero Dark Thirty senza aver avuto una grande esperienza come filmmaker alle spalle”.
Le ricerche utili a Bigelow e Boal per raccontare le vicende di Zero Dark Thirty si preannunciavano ardue, di fronte ad informazioni riservate e sfide complicate per la produzione. Ma in realtà tutto è cominciato sei anni fa in modo semplice e senza ostacoli.
“Ho scritto a mano la storia”, dice Boal, “in due tranches differenti. Inizialmente, sei anni fa ho cominciato la stesura di una sceneggiatura che narrasse il fallimento della cattura di bin Laden a Tora Bora. Mi ci sono voluti un paio dʼanni tra ricerche e scrittura, per arrivare alla pre-produzione di questo film nel 2011, in Romania. Poi, più o meno inaspettatamente, bin Laden è stato ucciso, cosicché il film ormai non era più attuale. Perciò ho dovuto iniziare a scrivere tutto daccapo”. Malgrado lʼattenzione mediatica sul tema, lʼargomento bin Laden non è mai decollato a Hollywood, tanto che i registi hanno dovuto ricorrere a finanziamenti indipendenti per dar vita al progetto.
Boal e Bigelow hanno unito le forze con la produttrice e finanziatrice Megan Ellison, che ha sostenuto il film con la sua etichetta Annapurna Pictures.

Docufiction

“La mia intenzione era quella di ottenere più resoconti possibili direttamente dalle persone coinvolte nella missione, ed alla fine sono stato fortunato, perché ho avuto la possibilità di scrivere una sceneggiatura fatta quasi interamente da racconti reali” spiega Boal. “Ovviamente, a meno che non si stia facendo un documentario, ad un certo punto bisogna scrollarsi di dosso le vesti del giornalista per indossare quelle di scrittore, per poter raccontare una storia importante. Dopotutto questo è pur sempre un film. Se si sta descrivendo dettagliatamente una caccia allʼuomo durata dieci anni, che bisogna adattare e comprimere sottoforma di film della durata di due ore, bisogna che la storia venga raccontata in maniera davvero efficiente”.
Lʼapproccio di Boal si è sincronizzato perfettamente con la visione che la Bigelow aveva del film. “Il pubblico non sa quasi nulla di quello che gli eroi non celebrati dellʼintelligence hanno vissuto, ed è così che deve essere, ma qui si ha la rara opportunità di conoscere da vicino questi uomini e queste donne che sono stati al centro di una delle operazioni più segrete della nostra storia”, afferma la regista. “Mark non solo si è accertato dei fatti, ma ha assorbito tutte quelle sottili sfumature che facevano parte di quella realtà - le personalità, i conflitti, le motivazioni, le incertezze, a cui si è brillantemente ispirato”.

Gli interrogatori

Così come lo spettatore, il personaggio centrale della storia, Maya, viene catapultato nella caccia a bin Laden con lʼinquietante esperienza della cosiddette “tecniche dʼinterrogatorio rinforzato” a cui è sottoposto un detenuto che appartiene ad Al Quaeda. La sconcertante reazione di Maya di fronte a queste immagini scioccanti riecheggiano in tutti noi.
“Per usare un eufemismo, questo è un argomento estremamente controverso. Volevo provare a
catturare la complessità della situazione sia moralmente che psicologicamente. Lʼobiettivo non è stato di palesare nel film un regolamento di conti, o voler porre fine al dibattito sullʼefficacia della tortura, che è ancora in corso, anche tra coloro che lʼhanno sostenuta ed implementata”; afferma Boal. “Ma essendo parte della storia, non potevamo non includerla. Lʼobiettivo era quello di riportare chiaramente e realmente gli eventi agli spettatori”.
“D'altra parte," aggiunge,"verso la fine del film, vediamo che in definitiva il rifugio di bin Laden è stato trovato non attraverso una qualsiasi di queste tecniche utilizzate, ma grazie ad una combinazione tra corruzione, spionaggio tradizionale e mezzi di sorveglianza elettronici”.
Durante le riprese di queste scene, la Bigelow è rimasta attonita. “Da essere umano avrei voluto coprirmi gli occhi e non guardare, ma come filmmaker, avevo la responsabilità di documentare e testimoniare”, afferma. “Ho dovuto vincere il mio disagio per agevolare la narrazione della storia”.
Anche il Direttore della Fotografia Greig Fraser, ACS le ha trovate strazianti, ammettendo che girare le scene degli interrogatori “Eʼ stato davvero difficile, ed è qualcosa che preferire non dover rifare”, confessa. “Sebbene siano una simulazione, a livello psicologico segnano molto. Ma queste cose sono realmente accadute, e credo che siano la testimonianza di quanto questo film si sia avvicinato agli eventi”.

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