The Ring 3 e gli altri, alla riscoperta del j-horror

Con l'uscita in sala di The Ring 3 riscopriamo alcuni titoli e registi cardine del j-horror, filone nipponico ricco di titoli genuinamente spaventosi.

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Ogni essere umano è in possesso di un reikon (anima) che, al momento della morte, abbandona il corpo in attesa dei riti funebri prima di poter definitivamente raggiungere l'aldilà. Nel caso di decessi violenti o della mancanza del funerale, o se lo spirito è legato ancora al mondo terreno per diversi motivi, il reikon può diventare uno yurei e collidere con la realtà fisica, possedendo un oggetto, un luogo o una persona. E' proprio dalla tradizione inerente i fantasmi tipica della cultura giapponese, diffusasi particolarmente nel periodo Edo e nel periodo Meiji tramite i kaidan (storie e componimenti ivi tematici), che il cinema ha attinto per creare il fenomeno dei j-horror, diffusosi a cavallo del nuovo millennio anche nel resto del mondo grazie allo strabiliante successo di Ringu (1998), vero e proprio apripista di una copiosa ondata che avrebbe influenzato anche la scena hollywoodiana, pronta a creare remake in serie nella maggior parte di casi di molto inferiori ai titoli originali (basti pensare all'appena uscito The Ring 3, pessimo terzo capitolo della saga americana i cui precedenti erano comunque, casi rari, di ottimo/buon livello). Con questo speciale cercheremo di offrire uno sguardo a tutto tondo su alcuni dei registi e dei titoli più interessanti di questo filone, da qualche anno, tranne rare eccezioni, adagiatosi su se stesso - è il caso appunto del mediocre The Ring 3 - ma che in passato ha regalato vere e proprie perle dell'orrore filmico.


La paura è donna

Se gli spettri, in accezione drammatica e/o di genere, popolano la Settima Arte nipponica da decenni, basti pensare a due titoli simbolo e assai diversi tra loro come I racconti della luna pallida d'agosto (1953) di Kenji Mizoguchi e Onibaba (1964) di Kaneto Shindo, è un dato di fatto che la globalizzazione del genere è da imputare al film diretto nel 1998 da Hideo Nakata, la cui fama è stata ulteriormente diffusa dall'efficace rifacimento quattro anni dopo di Gore Verbinski (con lo stesso Nakata pronto a sedersi in cabina di regia del sequel yankee con risultati comunque discreti). Due titoli che, tramite i personaggi di Sadako/Samara, hanno contribuito a diffondere un concetto nuovo del terrore su grande schermo: se il remake opta per gustosi spaventi, l'originale è sorretto da una pregnante inquietudine che non abbandona mai lo spettatore, catapultandolo nella corsa contro il tempo della protagonista per cercare di fermare la maledizione della bambina morta di stenti all'interno di un pozzo. Due sequel, un prequel e due spin-off (Sadako 3D e, uscito pochi mesi fa, Sadako vs. Kayako) che hanno contribuito ad alimentare il franchise della saga pur con alterni risultati qualitativi. E' di due anni dopo, del 2000 appunto, un'altra delle pellicole simbolo del filone quale Ju-on, conosciuta maggiormente col titolo occidentale The Grudge: in questo caso ben sette seguiti in patria e tre versioni americane (la cui più famosa rimane il primo capitolo interpretato da Sarah Michelle Gellar). Il regista Takashi Shimizu riesce nel capostipite a restituire un genuino e destabilizzante terrore, sfruttando al meglio il basso budget per creare momenti ad alto tasso di tensione che minano le certezze dello spettatore trovando nella coppia di yurei formata dal piccolo Toshio e dalla disturbante Kayako delle creature in cui pietà e orrore si fondono magnificamente. La scelta di dividere il capostipite in sei distinti capitoli permette inoltre una costruzione della vicenda in cui il dramma dei personaggi, e in particolare degli spiriti senza pace (elemento in comune con Ringu), ha una valenza empatica non indifferente.

Le vie del terrore

Ma il j-horror ha saputo nei primi anni del suo rinnovato e massimo splendore regalare opere originali capaci di distaccarsi per stile e influenze dai titoli principe del filone: doveroso citare in questo caso un titolo colpevolmente ancora inedito in Italia quale Noroi: The Curse (2005), diretto da Koji Shiraishi, in grado di ibridare le atmosfere tipicamente orientali alla tecnica del falso documentario lanciata da The Blair Witch Project - Il mistero della strega di Blair (1999). Una visione che si apre con la scritta «Questo documentario è ritenuto troppo inquietante per una visione pubblica» e gioca su riprese a mano e alternarsi di molteplici filmati girati dal fittizio giornalista Masafumi Kobayashi, scomparso dopo che un incendio ha distrutto la sua casa e il cui lavoro è stato ritrovato in una vhs. L'uomo prima della morte stava indagando su una bambina dotata di poteri psichici e su una giovane attrice vittima di possessioni durante il sonno; gli eventi che collegano le vicende risultano essere collegati ad un'antica maledizione che colpì un piccolo villaggio negli anni '70. Un mockumentary essenziale e affascinante girato a mò di collage in cui i momenti agghiaccianti si susseguono in serie tra inaspettate apparizioni (il cui effetto pauroso è notevolmente aumentato dalla scelta registica) e rimandi al folklore locale, riuscendo a inquietare con genuina semplicità anche un pubblico "non credente" alle storie di spettri. Altro film epocale del genere è quello firmato nel 2001 da Kiyoshi Kurosawa (nessuna parentela col grande Akira): Kairo - Pulse (oggetto anche questo di un mediocre remake a stelle e strisce) ha un taglio apocalittico nel narrare l'invasione nel nostro mondo da parte delle anime dei deceduti. Con una serie di suicidi che si moltiplicano in rapida successione e un mistero ivi inerente che pare collegato ad una sorta di virus informatico, la visione si pone anche come attenta riflessione sullo stato della società nipponica contemporanea e sul senso di solutudine di cui è vittima un notevole sottostrato della popolazione. Stilisticamente raffinati, con un finale in cui spettacolo ed emozioni convivono magnificamente, le due ore di minutaggio opprimono e destabilizzano con un'inquietudine crescente e dolente che lascia senza respiro.

Passato e futuro

Il j-horror classico è senza dubbio in grado di generare contrastanti emozioni in chi guarda, ibridando tensione orrorifica e aliti melanconici in maniera mai gratuita, preferendo costruire il tutto su vicende di anime tormentate spesso decedute senza colpe in tragiche circostanze. Questo elemento si è rivelato però dopo qualche anno il peggior difetto del filone, impedendo allo stesso di trovare soluzioni originali e riciclando spesso la classica storia di una donna / bambina tornata dall'aldilà per ottenere vendetta. Pur venendo apprezzati dagli appassionati, la maggior parte dei titoli dell'ultimo decennio si è adagiata su un'inevitabile monotonia narrativa e registica facendo scemare la moda degli anni precedenti, come testimoniato anche dall'ormai ridottissimo numero di remake occidentali. Eppure, proprio come i personaggi di cui racconta le tragiche vicende, il genere è destinato a non morire in attesa di una possibile e definitiva resurrezione. Resurrezione auspicabile proprio grazie al talento dei suoi autori simbolo come Hideo Nakata (di cui è notevole anche il bel Dark Water (2005)) e di altri talentuosi e apprezzati registi che si sono cimentati nel settore durante la loro carriera. Nomi del calibro di Sion Sono, cineasta dell'estremo che ci ha regalato, tra gli altri, il seminale Suicide Club (2005), film il cui inizio con il suicidio di massa di 54 studentesse è di rara potenza visiva, o di Shinya Tsukamoto, il "papà di Tetsuo", che ha firmato il dittico di Nightmare Detective. E poi ancora il poliedrico e instancabile Takashi Miike, la cui sterminata filmografia nasconde interessanti divagazioni horror come Audition (1999) e The Call - Non rispondere (2003). Perché gli spettri della cultura giapponese, pur oggi stanchi e stereotipati, sono destinati a tormentare ancora a lungo il pubblico di ogni dove.

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