The Great Wall e gli altri: alla (ri)scoperta del wuxiapian

Con l'uscita al cinema del film con Matt Damon, riscopriamo alcuni titoli che hanno fatto la storia del wuxiapian, il "cappa e spada cinese".

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Il wuxiapian, spesso abbreviato come wuxia, è uno di quei rari generi confinati ad una sola cinematografia e non potrebbe essere altrimenti visto che in questo termine, nato al tramonto della dinastia Qing dapprima in forma letteraria, rientra l'ampio universo narrativo delle arti marziali cinesi, vero e proprio contraltare del cappa e spada occidentale. Storie di nobili guerrieri, coraggiosi reietti solitari, intrighi di palazzo contestualizzate in periodi storici più o meno antichi nei quali uno o più eroi sono destinati ad affrontare eroiche missioni nel tentativo di salvare un regno o di difendere i più deboli dai soprusi. In The Great Wall, co-produzione internazionale ambientata in Cina diretta dal maestro Zhang Yimou e vedente per protagonista una star di Hollywood come Matt Damon (primo caso nella storia) si indaga, sotto forma di puro spettacolo fantasy, addirittura sui motivi che portarono alla costruzione della Muraglia Cinese, qui eretta per difendersi da un nemico non umano. In occasione dell'uscita in sala di The Great Wall abbiamo perciò deciso di riscoprire alcuni dei cult più o meno recenti del genere.

Storia di fantasmi cinesi

Vero e proprio titolo di culto per gli appassionati, Storia di fantasmi cinesi è stato alla fine degli anni '80 un grande successo di pubblico, generando ben due sequel e un remake più che discreto di qualche anno fa. Un particolare e divertente mix tra fantasy, horror e commedia intriso di atmosfere magiche (sorrette da una colonna sonora evocativa d'eccezione, con tanto di inusuale e scatenato inframezzo rap) che vede per protagonista due star del cinema di Hong Kong come la splendida Joey Wong e il compianto Leslie Cheung, quest'ultimo nei panni di Ling, un giovane studente che lavora come esattore in un paese ai confini dell'impero. Malvoluto degli abitanti il ragazzo si trova costretto a passare la notte in una casa abbandonata, imbattendosi in un noto e bizzarro esorcista e in una giovane ragazza dai comportamenti misteriosi che si scoprirà ben presto essere in realtà uno spirito vittima di una maledizione. Atmosfere romantiche e sognanti, una componente action ricca di inventiva e avvincente ancor oggi, una struttura narrativa che lega romanticismo e melodramma con invidiabile vivacità lo rendono ancor oggi una pietra miliare dell'intero filone.

Hero / La foresta dei pugnali volanti / La città proibita

Che sia un guerriero solitario che si ritrova dinanzi all'Imperatore dopo aver battuto temibili nemici, una fanciulla contesa dall'amore di due uomini o un regno lacerato da intrighi di palazzo, la visione wuxiapian di Zhang Yimou è una delle più sontuose e visivamente appaganti che il genere ricordi. In attesa del sopraccitato The Great Wall è sempre piacevole rivedere gli apici raggiunti dal regista cinese nella sua personale trilogia a tema composta da Hero (2002), La foresta dei pugnali volanti (2004) e La città proibita (2006), film scollegati a livello narrativo che condividono lo stesso senso di epica ed estetica in rappresentazioni visive sempre più ricercate e sgargianti. Un cinema che coniuga l'apparenza con la sostanza, dando vita a narrazioni dal forte impatto emotivo e spettacolare in un vero e proprio crescendo di colpi di scena e sussulti interiori, siano essi romantici o semplicemente legati a ideali di libertà e giustizia. Dalla struttura a là Rashomon (1950) di Hero, in cui false verità si attorcigliano nei numerosi flashback fino alla rivelazione finale, al tormentato e tragico menage a trois de La foresta dei pugnali volanti per arrivare infine all'epopea filo shakespeariana de La città proibita, il piacere per gli occhi e per lo spirito è sempre ai massimi livelli.

La tigre e il dragone

Mai un wuxiapian aveva fatto incetta di Oscar e La tigre e il dragone nel 2000 se ne aggiudicò addirittura quattro (miglior film straniero, fotografia, scenografia e colonna sonora) su ben dieci candidature. Opera cardine capace di sdoganare definitivamente il genere oltre i confini nazionali, il film di Ang Lee è pura poesia in movimento, tourbillon di coreografie fluttuanti (curate dal grande Yuen Wo Ping, "quello" di Matrix) e vibrazioni emozionali di rara ispirazione, fiaba tragica e appassionata che rapisce e conquista al primo sguardo. Ambientata nella Cina del XVII secolo la storia vede il grande maestro e guerriero Li Mu Bai fare ritorno a Pechino dopo un lungo periodo di meditazione per far dono della sua leggendaria spada Destino Verde ad un rispettato signore della zona nonché suo vecchio amico. Qui incontra dopo molti anni l'amore di gioventù Shu Lien, anch'essa infallibile spadaccina, e quando la lama viene misteriosamente rubata i due si ritrovano a lottare fianco a fianco per affrontare la temibile fuorilegge Volpe di Giada. Amore e morte, con il fato che domina inesorabilmente i destini degli uomini, in un capolavoro senza tempo che coglie al meglio le sfumature degli splendidi paesaggi e quelle più intime e toccanti di cuori alla deriva, sorretto dalle interpretazioni memorabili di un cast pieno di star passate e future della cinematografia orientale e non solo quali Chow Yun-Fat, Michelle Yeoh e una giovanissima Zhang Ziyi.

The Sorcerer and the White Snake

La leggenda del Serpente Bianco è diffusa in Cina sin dall'alba dei tempi e non è un caso che abbia ricevuto diverse trasposizioni teatrali e per il piccolo e il grande schermo. E' del 2011 l'ultima versione cinematografica diretta da Ching Siu-tung (già regista del qui citato nell'articolo Storia di fantasmi cinesi) e vedente per protagonista una celebrità del genere come Jet Li. Qui il popolare attore interpreta l'esperto monaco Fahai, impegnato insieme al suo giovane discepolo Neng Ren a dare la caccia ad un gruppo di demoni vampiri. Quando il ragazzo si innamora però del Serpente Bianco, un demone millenario con l'aspetto di una splendida ragazza che vive in pace nella foresta, le strade dei due uomini sembrano destinate a dividersi. Dopo l'ottima versione di Tsui Hark con il suo Green Snake (1993), ecco un altro grande film che ci offre una nuova interpretazione della storia, potendo inoltre contare per l'occasione sui più avveniristici ed efficaci effetti speciali d'ultima generazione. The Sorcerer and the White Snake è una favola mitica ed ispirata che, oltre al suo lato prettamente ludico, offre interessanti spunti di riflessione sulla convivenza tra "diversi" (in questo caso umani e demoni) e non banali risvolti romantici, destinati a concludersi in un epico finale che unisce spettacolo e struggenti emozioni.

Journey to the West

Attore poliedrico, vero e proprio king of comedy in patria e regista di culto, tanto da aver dato vita a due titoli di risonanza globale e molto apprezzati anche in Italia (tralasciando l'indecoroso doppiaggio) quali Shaolin Soccer (2001) e Kung Fusion (2004), Stephen Chow si è cimentato nel 2013 nell'ardua impresa di rivisitare il classico tra i classici della letteratura cinese ossia Il viaggio in Occidente. Il cineasta, qui impegnato solo dietro la macchina da presa, opta per una particolare via narrativa che rende il film una sorta di prequel del romanzo raccontandoci la storia del giovane Sahzang, cacciatore di demoni operante in un piccolo villaggio costiero; il suo metodo però, che consiste nella non violenza, non dà i risultati sperati nello scontro con un potente demone pesce e solo l'intervento di una sua bella "collega" evita il peggio. La donna (interpretata dalla bellissima Shu Qi) inoltre si innamora di lui, ma non è ricambiata; i loro destini saranno però destinati ad incrociarsi di nuovo nella ricerca del leggendario Re Scimmia, considerato il più potente della sua razza. Epica, comicità slapstick, risvolti prima romantici e poi tragici, gag in serie prima dello spettacolare scontro finale rendono Journey to the West una visione gustosissima non solo per gli appassionati, ennesima mossa riuscita di un autore sempre originale.

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